
Mitt Romney ce l’ha fatta. Dopo una settimana tormentata dalle sue numerose gaffe, dal bailout dell’auto in primo piano e dall’ascesa di Rick Santorum, l’ex governatore del Massachusetts è riuscito a spuntarla in Michigan con il 41,1% dei voti, tre punti in più rispetto all’ex senatore della Pennsylvania, portando a casa però solo 11 delegati per via del voto proporzionale.
Mentre per Romney in Arizona, dopo l’endorsement di qualche settimana fa del senatore McCain, tutto era già segnato (ha vinto con il 47% portando a casa tutti e 29 i delegati) così non si poteva dire nello Stato del lago Michigan, dove fino a pochi giorni fa era in calo nei sondaggi. Un duello senza esclusione di colpi quello con Santorum: entrambi altalenanti nei sondaggi , a muso duro nei rally (più vicino ai blue collar Santorum rispetto a Romney più allineato all’industria) e con il leitmotiv di pretendere entrambi di essere la reincarnazione del vero conservatore. Alcuni esperti si sono anche chiesti in questi giorni se i “franchi tiratori” democratici sarebbero riusciti a fare la differenza per l’ex senatore Santorum in un contesto di primarie aperte. La questione era se i democrats sarebbero stati influenzati dagli sforzi del proprio partito contro Romney (i sondaggi ancora lo indicano come il candidato più difficile per il presidente democratico Barack Obama). Ma così non è stato, complice anche il fatto dell’uscita poco felice dell’ex senatore della Pennsylvania rispetto il discorso di JFK sulla laicità dello stato americano. E’ molto probabile che la sconfitta in Michigan sia stata segnata da questo mastodontico errore di Santorum.
La sconfitta in Michigan per Romney, territorio natale e dove suo padre è stato governatore, sarebbe stata devastante considerando i legami molto stretti con questo Stato. Nonostante una vittoria non eclatante l’ex governatore del Massachusetts è però riuscito a bloccare l’ondata di consenso che aveva investito Rick Santorum dopo il triplete in Colorado, Minnesota e Missouri. Difficile però dire se il bounce mediatico potrà essere sfruttato da Romney nell’atipico Super Tuesday di Marzo dove l’esiguo numero di Stati in concorso ed il voto proporzionale ancora non riusciranno a decretare il vero candidato repubblicano a Novembre.
Il Michigan e l’Arizona non hanno fatto altro che confermare l’estrema confusione dell’elettorato repubblicano, incapace di unirsi sotto un’unica bandiera a causa della carenza strutturale come candidato di Romney , e con un partito che vuole calare la sua nomination facendola trangugiare anche a costo di farla andare di trasverso. Se da un lato questa incertezza piace al partito per mantenere i riflettori puntati sulle primarie, dall’altro Barack Obama punta su questa incertezza sperando di ottenerne vantaggio. Un vantaggio, accumulato nella ultime settimane, che però sembra abbandonare il Presidente degli Stati Uniti, nonostante il buon ritorno mediatico del piano bailout dem sull’industria dell’auto. Gli ultimi sondaggi sul Job Approval (Rasmussen e Gallup) hanno fatto di nuovo scivolare in maniera preoccupante Obama sotto il 50% dei consensi tanto da non poterlo lasciare tranquillo nei prossimi mesi.
Tornando al Grand Old Party il 6 marzo si consumerà il Super Tuesday, risicato e con troppo voto proporzionale, dove la sorpresa potrebbe riservarla Newt Gingrich , ormai da un mese impegnato in alcuni stati del sud . Fra la discesa in campo di un terzo incomodo designato da una brokered convention (si parla di Jeb Bush, Christie e Daniels) e la lotta fatta di alti e bassi dei pochi cavalli rimasti, le primarie repubblicane sembrano continuare ad assomigliare ad un tunnel dove l’uscita è sempre più lontana.
The Monitor ©
29 febbraio 2012
Romney si salva ma la vittoria è lontana
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06 febbraio 2012
Primarie 2012: Vince Romney e Gingrich cambia strategia

Mitt Romney non disattende i sondaggi e, nonostante un turn out basso, conquista il Nevada (il “Silver State”) apponendo un’altra “bandierina” nella grande mappa di queste primarie repubblicane del 2012. Per problemi organizzativi nella contea di Clark è al momento impossibile stabilire con certezza l’esatto collocamento dei delegati (28), distribuiti proporzionalmente rispetto alle percentuali incamerate dai candidati. La buona performance di Romney è arrivata dopo una vigilia non felice, costellata da sue incredibili gaffe alla CNN e dalle notizie poco chiare all’interno del suo staff con l’allontanamento di Brett O’Donnell, ex braccio destro della deputata del Minnesota Michele Bachmann . Al 45% del reporting Romney porta a casa il 43% dei voti, seguito da Newt Gingrich al 25% e da Ron Paul al 19%. Santorum invece non è andato oltre il 12%.
Romney – come nel 2008 – ha sfruttato la spinta della larga comunità Mormone presente nello stato, circa il 26% degli abitanti, ed è riuscito ad emergere nel “mood” degli elettori impauriti dalla situazione economica (54%) e a conquistare la fiducia del 44% dei repubblicani come unico frontrunner “anti-Obama”. Adesso l’ex governatore del Massachusetts potrà sfruttare il “rimbalzo” per i caucuses del Colorado e del Minnesota in programma per il 7 di Febbraio, mentre per il risultato finale del caucus del Maine (iniziato oggi) si dovrà attendere fino all’11.
Gingrich – che in Nevada sperava in un secondo posto al fine di rimanere l’unico reale oppositore di Romney – sta intanto cercando di ridisegnare completamente la sua strategia che, fino alla vittoria del South Carolina, era stata impeccabile. Gli errori grossolani nei dibattiti in Florida ed il suo attacco “anti-immigrazione” contro Romney stanno facendo scontare più del dovuto all’architetto del “Contract with America”. Nell’ultima riunione con il suo staff Gingrich sembra aver preso la decisione di voler continuare la sua battaglia fino alla convention repubblicana di Tampa, cercando di concentrare la sua campagna elettorale su alcuni stati del “Super Tuesday” a lui vicini come la Georgia, il Tennessee e l’Oklahoma, per poi puntare dritto su alcuni stati del sud, come ad esempio il Texas, e a quegli stati “open primaries” dove sia la base conservatrice sia buona parte degli elettori democratici potrebbero tirare brutti scherzi a Romney. Un appuntamento, quello del 6 Marzo, comunque non facile per l’ex speaker della Camera che non sarà presente in Virginia, con un fundraising che ancora stenta a decollare nonostante l’iniezione di 10 milioni di dollari di Sheldon Adelson gran magnate dei casinò.
Le vere brutte notizie per Gingrich però arrivano dalla base del partito dove il movimento del Tea Party (almeno quello in Nevada) non è riuscito a scegliere in maniera compatta, dividendosi anche tra Santorum e Paul. Se tale situazione si dovesse riproporre anche nel prosieguo delle primarie, per Romney la strada sarebbe completamente priva di ostacoli.
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01 febbraio 2012
Romney allunga ma Gingrich non è finito

Mitt Romney vince in Florida, fa il pieno dei delegati (cinquanta) ed allunga sul suo rivale Newt Gingrich. Al 95% del reporting, Romney porta a casa circa 770.000 voti (46%) contro i 530.000 voti di Gingrich (32%). Santorum invece è andato oltre le aspettative raccogliendo 221.000 voti (13%) che lo terranno ancora “vivo” almeno fino al Super Tuesday del 6 Marzo, data fatidica in cui finirà la sua corsa per la candidatura alla presidenza. Ron Paul raccoglie poco o nulla (7%), ma non mollerà fino alla fine delle primarie al solo scopo di “razzolare” più delegati possibili per evitare di far morire il suo movimento politico.
Nella gara di queste primarie repubblicane è importante ricordare come la Florida (detta anche Sunshine State) non è uno stato come i tre che l’hanno preceduta. L’Iowa, il New Hampshire ed il South Carolina erano tutti stati molti piccoli con una larga maggioranza di elettorato bianco, dove è più semplice organizzarsi e raccogliere fondi. Invece la Florida conta il doppio esatto degli elettori rispetto i tre stati sopracitati . Anche la popolazione è diversificata con un buon 10% dei votanti “Latinos”, per lo più cubani e collocati a sud dello stato. Nel 2008 in Florida votarono circa 1.900.000 persone. Quest’anno non è andata diversamente nonostante non si votasse per la modifica del 1° emendamento come nelle passate primarie. A differenza dell’Iowa , del New Hampshire e del South Carolina già 600.000 mila persone avevano votato via posta (early voters/absentee ballot) in moltissimi addirittura un mese fa , ben prima della vittoria di Gingrich in South Carolina. Inoltre l’organizzazione è sempre stata un “must” : chi aveva soldi ed una macchina elettorale capace di coprire l’intero “Sunshine State” ha sempre avuto la vittoria in pugno. Infatti, la differenza più grande tra la Florida e gli stati che l’hanno preceduta è sempre stata nei media, con ben 10 markets televisivi importanti da coprire ed una marea di giornali e televisioni locali. Mitt Romney ha vinto perché è riuscito a far sue queste “skill” fondamentali. E’ riuscito ad anticipare la sua strategia dell’early vote con una campagna telefonica e via e-mail perfetta, ha inondato di advertisement la Florida comprandosi il 68% degli spot televisivi (tutti contro Gingrich) risultando inoltre incredibilmente convincente nei dibattiti (circa l’80% degli elettori ha sostenuto che sono stati decisivi) mai come quest’anno determinanti. Ha vinto fra gli elettori moderati (59%) fra i senior over 65 (51%) e fra i “Latinos” (54%). Ha vinto il voto femminile (52%) e quello maschile (41%). Romney ha vinto il sostegno della famiglie che guadagnano meno di 50.000 dollari l’anno (44%) e gli elettori che hanno sostenuto di essere in forte debacle finanziaria (41%) . Ma, cosa più importante, Romney è stato visto dagli elettori della Florida come l’unico reale antagonista capace di battere Barack Obama (53%). Ora il conteggio dei delegati vede Romney in prima fila (84), Gingrich al secondo posto (27), Paul al terzo (10) e, fanalino di coda, Santorum (8)
Ma chi esce sconfitto da queste primarie? Sicuramente Newt Gingrich che perde in larga parte dei vari segmenti elettorali, non riuscendo a mantenere il “rimbalzo” ottenuto in South Carolina e bruciando i 9 punti di vantaggio acquisiti nella media sondaggi a solo 5 giorni dal voto.
Ma non sono solo lacrime e sangue per l’ex presidente della camera dei rappresentanti. Il “magic number” di 1144 delegati rende la corsa ancora incerta ed Il dato più confortante per il vecchio Newt arriva dalla base degli elettori del partito dove Gingrich secondo pronostico ha vinto, sia fra i Tea Party sia fra gli evangelici, ponendolo ancora come il preferito fra i conservatori e quindi non ancora fuori dai giochi. Se il partito repubblicano non lo ama così non si può dire per i conservatori “duri e puri” che non riescono ancora a digerire un Romney troppo “leggero” rispetto ai valori fondamentali della destra americana.
Se è vero che dal 1972 il repubblicano vincitore in Florida vince anche la nomination, è anche vero che l’eccezione non sempre conferma la regola. Voci bene identificate infatti fanno intendere come i repubblicani abbiano imparato la lezione del 2008, cercando di non ripetere l’errore di un McCain troppo “in fretta” vincitore rispetto al duo Hillary/Obama in lotta fino all’ultimo minuto. Per questo si è scelto il voto proporzionale nella maggioranza degli stati: per sperare di poter tenere viva fino in fondo la gara per la nomination di Novembre. Se da un lato il partito odia Gingrich dall’altro c’è la volontà di prolungare il più possibile la corsa sfruttando l’assenza delle primarie Democratiche con Obama già pieno di delegati. Nel GOP c’è chi giura che si farà qualsiasi cosa pur di tenere i giochi incerti, anche turandosi il naso e sopportando i mal di pancia.
Ora ci si sposterà in Nevada e nel Maine per poi passare in Colorado, Minnesota, Arizona e Michigan, stati apripista per il Super Tuesday, un po’ meno nutrito del 2008, ma sempre affascinate e decisivo.
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