04 marzo 2010

Non è una buccia di banana




Cari funzionari, militanti, dirigenti del Pdl romano, autori dell’autogoal più clamoroso della storia d’Italia, ovviamente dopo l’Unità e il licenziamento di Lippi dopo i mondiali 2006, ci avete comunque reso un grande servizio. Almeno così è tutto chiaro.
Intanto è chiaro cosa non è il Pdl. Per quanto sia ancora nella fase “baby”, perché fondato neppure un anno fa, il Pdl non è un partito. Proprio così. E’ un mastodontico apparato mediatico, che si nutre di (tanta) televisione e (qualche) carta stampata. Ma non è un partito. Per partito qui s’intende un’istituzione dotata di un’identità culturale incardinata su un’organizzazione per aggregare il consenso e articolarlo in proposte politiche. Idee e muscoli. Il Pdl è al governo, a Roma e in tante regioni, province e comuni. Ma non è un partito. Ha idee, ma è senza muscoli. Tutta comunicazione, poca e cattiva organizzazione.
Il problema è questo: nello strappo col passato della partitocrazia, Forza Italia, che è la spina dorsale del Pdl, con buona pace di An, ottima costola, ma pur sempre costola, ha storicamente disprezzato la burocrazia di partito. Era l’apoteosi dell’anti-partito, del movimento leggero, della giovane farfalla contro i vecchi elefanti. L’uomo è un animale politico e infatti qui si parla di zoologia politica. Ma anche la politica è esposta all’era delle glaciazioni e la primavera del ’94 si è presto raggelata in un’altra stagione di partitocrazia. I voti si prendono col sudore delle braccia, non solo con i sorrisi sui manifesti. E’ sempre la vecchia storia.
Ovviamente questo è il lato ufficiale. Quello che piace agli opinionisti di regime e agli accademici scientificamente corretti. In pratica la stessa razza. Ma la verità ha un sapore troppo forte per nasi delicati. La verità racconta che un partito, per fare il partito, ha bisogno di funzionari, dirigenti, quadri, cioè regole, strutture, uffici, sedi, circoli. Ha bisogno di un personale alle proprie dipendenze, in modo continuativo – sì, il posto fisso. Sennò si combinano disastri come l’incapacità di raccogliere le firme per le liste. Questa è un’operazione fondamentale per un partito. Anzi, vitale. Eppure a Roma l’hanno ceffata brutalmente. Roba da dilettanti allo sbaraglio. Perché sono questo. Non per colpa loro. Ma per colpa di chi non fa formazione, non segue tutto dall’inizio, non conosce le regole fino alla nausea e non ha esperienza. Mandano i militanti, le casalinghe, i giovani. Tutti con la buona volontà. Ma tutti tremendamente inesperti. Loro e chi dovrebbe coordinarli. Perché? Perché i capi sottovalutano queste operazioni da “back-office”, che non aiutano ad “efficientare” l’immagine pubblica. E’ come parlano loro. Ma è anche come sbagliano loro.
Non basta. Tutto questo sbaglio strategico rivela molti lati del Pdl. Intanto l’in-cultura di una destra che pretende ancora di snobbare il valore del partito. Il Pdl è moderno e antico al tempo stesso. Moderno perché fa abbuffate di comunicazione, anzi, marketing selvaggio con gli strumenti più spietati quanto raffinati. Ma è antico perché dietro a questo marketing ossessivo si muovono strutture di potere antiquate: clientelismo territoriale e “leaderismo” al vertice. Ora, tutti i partiti sono infettati dal virus delle clientele. Ma solo il Pdl subisce questo culto del leader “uber alles”. Non è questa la sede per dibattere sul rapporto tra il principe e la legge, o la morale. Qui si parla di partito, ma persino per un partito ultra-iper-mega-carismatico il peso di Berlusconi è diventato eccessivo. Il leader carismatico fortunato è quello che vive poco, perché così il suo astro non tramonterà mai. Ma il capo longevo, che non molla la poltrona, corre incontro alla fine più tragica. Sono le lezioni della storia, che non sono stampate sui manuali di marketing elettorale.
C’è troppo Berlusconi e c’è troppo poco Pdl. Non è solo una scarsa lungimiranza del primo. Ma perché intorno a Berlusconi, a parte un’improbabile corte dei miracoli e dei miracolati, c’è solo il vuoto. Se domani Berlusconi restasse stecchito, che fine farebbe il Pdl? Scoppia la guerra tra le bande che oggi controllano brandelli di Pdl? Roba da pelle d’oca. E’ come vivere con il rischio della bomba atomica. Domanda finale: dove sta la vera forza del Pdl? Risposta pessimisticamente libera.
Non ci vuole il premio nobel per la scienza politica per capire che bastano pochi accorgimenti e un sano lavoro d’organizzazione. Almeno, voi del Pdl, guardatelo come un investimento per evitare danni d’immagine come quello di Roma. Almeno, per una volta, non guardate l’immagine. Guardatevi in faccia. Guardate i fatti.

GABRIELE CAZZULINI

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