25 gennaio 2010

(In)evoluzione pugliese


Sin dai tempi dell’indimenticato Federico II di Svevia la Puglia ha richiamato l’attenzione dell’Italia. Lo fa ancora oggi. Ma non grazie a meriti ed eccellenze. Qualcosa di guasto, dai tempi dell’imperatore col falcone, è rimasto: quel malsano spirito di contrapposizione interna che oggi ha appestato la sinistra pugliese e, per contagio immediato, anche il vertice romano.
Succede così il governatore uscente, Nichi Vendola, targato Sinistra e Libertà, microscopica costola staccatasi dall’esanime Rifondazione Comunista, non sia ricandidato dal Pd alle regionali di marzo. Qualche motivo fondato ci sarebbe pure. Vedi alla voce scandali milionari nella sanità, con l’aggravante di un giro di prostituzione per clienti molto potenti. Le teste che cadono nella ghigliottina giudiziaria provengono tutte dall’aristocrazia governante: dall’assessore alla sanità, alla direttrice dell’Asl di Bari, fino al vicepresidente della giunta regionale. C’è poi quella stagnazione economica che non ha mai abbandonato la Puglia. Di fronte a questo deficit c’è soltanto il surplus di idealismo politico in ogni gesto di Vendola, ormai autopromosso a martire di una sinistra esistente solo nei suoi sogni, tra ritorno ai giovani e fumose speranze – appunto, il set di un film.
Crisi e malgoverno non fanno bella figura insieme all’idealismo. Così arriva Francesco Boccia. Anzi ritorna. La sua figura è agli antipodi di quella di Vendola: dieci anni più giovane, economista, intellettuale, uomo di apparato, con la vocazione al negoziato che gli apre le porte del potere nella Margherita, sponsorizzato da Letta jr. e poi in Parlamento. Lui, Boccia, aveva già sfidato Vendola alle primarie del 2005. Ma aveva perso, sebbene di pochissimo: 49,2%. Per Vendola fu la classica vittoria di Pirro, il sovrano di una terra, l’Albania, che sta giusto ad un tiro di schioppo dalla Puglia. Cinque anni più tardi Boccia può farcela. Ma senza bypassare dalle primarie. Anche se nel frattempo era nato il Pd fondato sul teorema delle primarie e della democrazia interna. Erano i tempi di Veltroni, quando andava di moda il tormentone del “yes we can”. Ma poi no. Né Veltroni, né il Pd gliel’ha fatta. E’ arrivato Bersani, che voleva ridare il senso giusto alla storia della sinistra. per ora ha soltanto smontato le primarie e cercato con zelo maniacale l’alleanza con l’Udc. Forse Bersani è molto più centrista di Veltroni. Fatto sta che in Puglia il motto di Vendola è diventato “boia chi molla”, fascistissimo motto della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini che non voleva desistere dalla guerra insieme all’alleato nazista. Forse Vendola non sa di comportarsi come un fascista. Fatto sta che le primarie forse non si faranno proprio.
Così Vendola viene disarmato della sua principale risorsa: l’appello al popolo, anzi al “pueblo” da repubblica delle banane. Allora ecco che scatta l’ennesima faida tra questi guelfi e ghibellini del Pd – con Boccia o con Vendola, da una parte o dall’altra. Colui che aveva in mente di rifondare la rifondazione comunista fondando “Sinistra e Libertà” – come mettere insieme il diavolo e l’acqua santa – ora si atteggia a maldestro destrorso. Voleva un partito neo-pseudo-trans (!) comunista alleato del Pd di Bersani. Alla fine è Bersani il suo traditore. Vendola parla e agisce in prima persona singolare, vuol fare il leader solitario, il trascinatore di folle. Così il Pd e Boccia hanno buon gioco nel calare la carta del “noi”, così rassicurante, capace di suggestionare sulla coalizione forte, anche se non c’è, di rassicurare sulla presenza di consenso sociale, anche se non esiste, di garantire sulla coerenza della sinistra, anche se non conta più.
Boccia può battere Vendola ancora prima di votare. Semplicemente ha coalizzato con sé i poteri forti del Pd. Vendola va avanti in scandali e sospetti, che non sono certo araldi del successo. E punta, errore fatale, sul personalismo e il protagonismo, sull’immagine pubblica del politico buono che lotta contro i politici cattivi – anche se questi ultimi se li è scelti lui come compagni di governo.
Epilogo amarognolo: Vendola deborda nella sua antitesi ideologica: il capo debole ma demagogico, mentre la sinistra pugliese si scioglie in un centrosinistra, dove il centro è una zona vuota e la sinistra un vuoto di potere.


GABRIELE CAZZULINI
Venerdì 22 gennaio 2010

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