16 settembre 2009

Fini o Berlusconi: quale democrazia?



Si sa, Berlusconi non è un teorico della democrazia parlamentare. All’imprenditore attivista non è mai piaciuto questo parlamento dove si scalda il posto senza lavorare. Già, discutere e confrontarsi non produce ricchezza. L’utilità delle assemblee è solo quella di funzionare da “votificio”, per approvare in fretta le leggi del governo – anche se sarebbe tanto più comodo risparmiare questa perdita di tempo dell’approvazione parlamentare. Se il premier è eletto dal voto dei cittadini, perché aspettare anche il voto dal parlamento? E’ un controsenso, per Berlusconi. Anche il governo deve funzionare da supporto al premier. I singoli ministri lavorano su istruzioni del capo del governo. Al massimo qualche esibizione personale, qualche protagonismo che si esprima al massimo in un accento personale messo qua e là, purché non cambi mai il verbo, l’unico. La visione delle istituzioni secondo Berlusconi è molto chiara. E’ una piramide: il vertice è il premier, poi il governo e infine il parlamento. E’ chiaro che Fini si senta un po’ scomodo nel ruolo di vigile parlamentare che smista il traffico delle leggi per dare sempre e soltanto la corsia preferenziale ai disegni di legge del premier. Per Fini, ex fascista militante e poi dirigente, il parlamento è qualcosa di sacro. Naturalmente lui ne è il presidente. Ma prima di diventarlo, grazie a Berlusconi, non era certo iscritto al partito dei difensori del parlamento. Anzi, ancora si ricordano certi suoi strali contro il parlamento impotente e certe sue lodi per il presidenzialismo. Bene, Fini è stato accontentato: Berlusconi è il presidente del consiglio più presidenzialista della storia della repubblica, e forse oltre. Perché allora scagliarsi contro colui che ha emancipato la destra fascista, l’ha portata al governo e ha portato l’ex fascista Fini a diventare presidente del parlamento che lo stesso Fini odiava? Non si capisce da che parte stia la trave e da quale la pagliuzza. Berlusconi è un formidabile accentratore che addirittura batte Fini in fatto di presidenzialismo; da parte sua Fini si erge a “democratizzatore” del Pdl provenendo dalla tradizione antidemocratica. Il nodo che stringe insieme Fini e Berlusconi è proprio questo: cos’è oggi la democrazia in Italia? Grattando sotto alle beghe da pollaio tra cariche dello stato, sul fondo c’è una questione decisiva. E’ in ballo il senso della democrazia italiana dei prossimi anni. Era inevitabile, dopo quindici anni di trasformazioni, con partiti che muoiono, che nascono e poi risorgono; leader che salgono al potere e poi precipitano nel fango; guerra mediatiche e incursioni della magistratura. In questa ribollire di trasformazioni era inevitabile che la struttura della democrazia, già precaria, iniziasse a scomporsi. Quale democrazia vuole l’Italia? Una versione ammodernata del democrazia parlamentare? Oppure vuole instaurare una democrazia presidenziale? Questo è il problema. Ci fosse ancora Mike, potrebbe rivolgere lui questo domandone. Ma non a Fini o Berlusconi. La democrazia non è roba per il palazzo. Quella è aristocrazia. Invece la democrazia è del popolo ed è il popolo che deve capire cosa vuole – e chi vuole.

(pubblicato su Avanti! mercoledì 16 settembre 2009)

14 settembre 2009

La soluzione: Berlusconi indichi il suo successore



Dato che si è autoproclamato premier “torero”, bisogna tagliare la testa al toro. E quel toro è la successione di Berlusconi. Il dato di fatto più dirompente in questi ripetuti dissidi tra Berlusconi e Fini è il fattore B, cioè la biologia: Berlusconi è il fondatore e il presente del Pdl. Ma non sarà il suo futuro. Fini è stato il passato della prima repubblica e oggi non si capisce bene, nemmeno lui, viste le sue sbandate, che cosa ci sta a fare. Ma è Fini il futuro della destra, con o senza il Pdl. Non sarà Casini, né altre ipotesi neo-centriste che da quindici anni a questa parte continuano sempre a fallire. Fini vuol dire futuro. Il problema nel problema è che Berlusconi è incastrato benissimo nel suo ruolo. All’opposto Fini è ancora troppo evanescente, col suo alto scranno di Montecitorio che gli permette di sporgersi per immaginare larghe intese e ammiccamenti. Figurarsi se la post-sinistra, conficcata nella sua voraginosa crisi non si aggrappa a qualunque proposta (in)decente, pure se proviene da un ex fascista che è il principale alleato del peggior nemico del’intera sinistra. Chi va preso sul serio? Fini che va a sinistra o la sinistra che va a destra? Nessuno dei due, perché sono entrambe manovre politiche finalizzate a sbloccare uno stato d’insoddisfazione (Fini) e di emergenza (la sinistra). Allora si tratta di individuare una grammatica politica che consenta di coniugare il presente di Berlusconi insieme al futuro di Fini – senza cadere in strafalcioni ideologici o in puntuali lotte intestine. In una congiuntura dove la post-sinistra si è sbriciolata e non riesce a mobilitare gli elettori, la destra può assestare il colpo di grazia. Ma deve farlo in modo unitario. L’operazione più impegnativa e benefica può compierla solo Berlusconi: indicare chiaramente chi sarà il suo successore. In questo modo se sarà Fini, l’ex fascista non avrà più bisogno di corteggiare così apertamente i suoi avversari. Dovrà prepararsi a guidare il Pdl che verrà, cioè fra due anni, se la legislatura non finisce in modo prematuro. Questo costringerà Fini a lavorare più vicino a Berlusconi e ad aprire meno la bocca. Altrimenti, se il dopo Berlusconi sarà affidato ad un’altra personalità, forse Tremonti o qualche “homo novus”, allora Fini potrà preparare le valigie per iniziare il suo viaggio in direzione del Quirinale, per il quale, ovviamente, gli serve il nulla osta della sinistra. Guarda caso le prossime elezioni del presidente della repubblica avranno luogo, sempre se la salute di Napolitano regge, proprio un anno dopo le prossime elezioni politiche. Elezioni e Quirinale sono due appuntamenti fondamentali per la carriera politica di Fini. Sono anche due appuntamenti dietro l’angolo. Basta solo che Berlusconi guardi alla sua data anagrafica e decida di ritirarsi a vita privata, dove potrà liberamente godersi tutti i frutti della vita, senza fotografi indiscreti e giornalisti malintenzionati. Diventerà il padre della patria, sarà applaudito da tutti, pure dai nemici felici di non ritrovarselo in politica. La destra avrà una nuova generazione di leader e la sinistra si sarà definitivamente disintegrata oppure si sarà convertita in qualcosa di presentabile. Sarà anche il raro caso in cui un politico italiano non vuole governare fino a ottant’anni suonati. Ma prima di tutto questo scenario idilliaco, Berlusconi deve fermarsi e dire chi, secondo lui, sarà il suo successore.

(pubblicato su Avanti! sabato 12 settembre 2009)

10 settembre 2009

Le opposte retoriche



Procure che tramano? Complotti per far cadere il governo? Può essere vero. Ma può anche essere una trappola. Siamo in stato di guerra mediatica. I principali media, chi in prima in linea e chi nelle retrovie, tengono Berlusconi nel mirino. Tanti sparano, alcuni centrando la mira, altri mancandola. Vita privata, politica, passato e presente di Berlusconi – tutto è in pericolo. Quindi anche il governo. Quindi scattano le reazioni di difesa, denunciando queste macchinazioni, che poi sono sempre le stesse dal 1994 ad oggi. Ma questa risposta, forse troppo istintiva, abbassa il governo e il suo capo allo stesso livello dei suoi accaniti diffamatori. In guerra ogni mezzo o quasi è lecito. Ma Berlusconi è il governo, cioè le istituzioni, le quali non possono agire come forze politiche. Il Pdl, come partito, può farlo. Il governo no, perché è lo stato. La trappola è di cadere nel gioco delle opposte retoriche: da una parte c’è la dittatura di Berlusconi, dall’altra l’eversione dei giudici e della sinistra, lo spettro di elezioni anticipate e il solito governo tecnico. Non sono fantasie. E’ già accaduto. Ma uno sprint sull’azione di governo farebbe rimangiare tutte le calunnie di un’opposizione impalata all’antiberlusconismo. Repubblica colpisce, Berlusconi risponde. Uno a uno e palla al centro, cioè ennesima guerra civile morbida, senza proiettili e senza sangue, ma con tanto disordine e conflittualità. Le opposte retoriche sono come gli eredi plebei delle nobili ideologie del passato – ma il lignaggio non conta quando il finale è in puro stile hobbesiano: ieri si scontravano le visioni del mondo; oggi homo homini lupus.

09 settembre 2009

Media all'attacco



Il Brasile ha battuto 3-1 l’Argentina nel girone per le qualificazioni ai prossimi mondiali di calcio. Maniaci del pallone a parte, chi se ne frega? Giusto. Allora perché dovrebbe interessare alla nazione intera se la signorina Noemi afferma di non essere lei la causa del divorzio tra il premier e la sua consorte? Giusto anche questo. Però le parole della signorina sono spesso il primo titolo di apertura dei quotidiani nazionali. E’ solo un esempio della dilagante campagna mediatica messa in piedi dai giornali dell’opposizione. Obiettivo: scaricare su Berlusconi un’ondata di biasimo internazionale e costringerlo così alle dimissioni. Dai dieci comandamenti alle dieci domande: come nel caso biblico, l’ambizione è radunare un dissenso totale contro Berlusconi. Attenzione: non c’è spazio per il compromesso o il dialogo. Questi vogliono una cosa sola: una piazza Loreto umanitaria, cioè senza il finale della pompa di benzina. Altro che giustizia, a meno di non considerare come giustizia quella della gogna e della scure. Tutta questa campagna d’odio è finalizzata a dipingere Berlusconi come il tiranno d’Italia. Nient’altro. Questo obiettivo è l’ultimo e l’estremo. Se fallisce, finisce ogni opposizione. Ecco perché hanno messo in campo ogni mezzo di comunicazione e mobilitazione: dai giornali fino ad internet. Articoli, editoriali, petizioni, articoli per l’estero, gruppi online, siti internet. E’ tutto un fermento mediatico, una comunicazione politicizzata mai come prima. E’ una guerra civile mediatica, che tuttavia è combattuta solo da una parte, perché la destra conferma la difficoltà a gestire la sua comunicazione, rischiando di finire travolta. E’ un vero paradosso pensando alla supremazia del premier nella proprietà dei media – ma in questo caso il possesso non conduce (ancora) all’uso. C’ha provato Feltri, ma è stato l’unico, quindi è caduto vittima della mentalità italiana che bastona chiunque non faccia quello che fa la maggioranza – e in questo momento il primo comandamento è bastonare mediaticamente Berlusconi. Sul fronte opposto è fallita la mobilitazione delle piazze, giacché non s’è vista una sola marcia con bandiere e trombe per chiedere le dimissioni del premier. Quindi non è rimasta altra scelta che quella di mediatizzare l’antiberlusconismo spogliandolo di ogni contenuto politico e di ogni collegamento partitico: pura propaganda. La propaganda non è più al servizio del potere. E’ il potere che si è rarefatto in una propaganda globale. I giornalisti sono i fanti, gli intellettuali sono la cavalleria e le pagine dei giornali diventano corazzate che puntano i loro cannoni contro Palazzo Chigi. Il D-Day è iniziato.

(pubblicato su Avanti! martedì 8 settembre 2009)

07 settembre 2009

Cala il sipario sul partito del Sud



Politica – c’è qualcosa da mangiare? Così l’eterno Totò. Oggi i teatranti si sprecano, in politica. Lontani mille spanne da Totò. Ma pur sempre con la vena della recitazione, posseduti dalla mania di apparire in primo piano. Anche quando vanno incontro a memorabili insuccessi. Ma pur sempre ingordi di protagonismo. Non si fermano mai, neanche dinnanzi alla decenza. Fino a qualche settimana fa, sotto all’ombrellone, non si parlava d’altro che del nascente partito del Sud. Oggi tutto sembra fermo. Perché? Forse non c’è più interesse sul meridione? Attenzione: quei problemi e quelle aspettative su cui facevano leva i politici del Sud esistono, sono reali e condizionano la vita quotidiana di quelle popolazioni. E’ la classe politica che non ha ancora scelto tra realtà e rappresentazione, tra il mondo e la maschera. Sul palcoscenico della politica c’è sempre fermento. Intanto c’è la campagna mediatica che imperversa a tutto campo come unica e ultima lotta contro Berlusconi. In mezzo c’è stata la crisi Boffo-Feltri. Insomma i meridionali dovranno ancora attendere la loro Lega del Sud. La pazienza e l’attesa non sono virtù che difettano agli italiani. Ma quei politici così entusiasti e determinati a compiere la loro marcia su Roma partendo dal Mezzogiorno? Che fine hanno fatto? Sono sempre lì, al loro posto. Ma non parlano più. Hanno momentaneamente perso la voce. Forse sono bastati i generosi fondi per il Meridione stanziati dal governo a tarpare le ali di questi improvvisati leghisti del Sud. I soldi risolvono tanti problemi. Soprattutto li risolvono a tanti. Allora era solo una questione di soldi? Pare proprio di sì. D’altronde anche a teatro il pubblico paga per vedere lo spettacolo. I politici, come gli attori, devono campare.

03 settembre 2009

Kabul batte Roma



Il contadino afghano vittima di mutilazione solo per aver votato ha impartito al mondo una lezione straordinaria di coraggio civile. Invece noi, figli dell’occidente che ha forgiato la democrazia e la libertà contro la tirannia, stiamo qui a confrontarci tra laici e cattolici, tra boffisti e feltristi, tra finti moralisti e altrettanto finti giustizialisti. Asia batte Europa. Gli eredi dei persiani dimostrano di aver colto l’essenza della democrazia meglio dei successori dei greci. Qui, dove non si rischia nulla, non abbiamo più voglia di andare a votare. Quello che veniva bollato con tono sprezzante come il terzo mondo, oggi diventa l’esempio di un’umanità che lotta per l’avvenire. L’Occidente ha perso la forza di combattere per i suoi ideali – forse perché li ha raggiunti, conquistati, spremuti e ora non sa cosa farne. Meglio una giornata al mare, dicono in tanti, piuttosto che fare la coda al seggio. A votare ci sembra quasi di sporcarci le mani con la scheda elettorale. Il massimo della grinta è scegliere il male minore: voto X perché Y è peggio, anche se X non mi rappresenta e non mi ispira fiducia. Non bastano i migliori motivi e le condizioni materiali più propizie per vincere quest’apatia e partecipare attivamente alla vita politica. In Afghanistan, dove quasi nessuno ha niente, la politica ha un valore inestimabile per tanti, talvolta più della vita stessa, anche se non porta benefici concreti. E’ un paradosso vergognoso per noi e nobilitante per loro, che non sanno neanche cosa sia la democrazia e la libertà – eppure la cercano a costo di tutto, perché hanno capito qualcosa che noi abbiamo dimenticato. La politica ha ancora un senso, persino quando porta soltanto una flebile speranza di remoto miglioramento. Chi sta peggio? L’afghano mutilato fisicamente o l’italiano mutilato politicamente?

01 settembre 2009

Il cattocomunismo risorto



Giustifica
Miracolo! Comunisti e cattolici di nuovo insieme. Persino Rifondazione difende Avvenire. Infatti Liberazione, organo di Rifondazione Comunista, difende Boffo, direttore di Avvenire, organo dei vescovi italiani. Oggi, martedì 1 settembre, Liberazione pubblica un’intervista al senatore del Pd Luigi Bobba, ex presidente di Acli, la federazione delle associazioni cattoliche dei lavoratori. Il messaggio è forte e chiaro: Bobba sta con Boffo. Non importa se il Pd abbia rotto tragicamente con Rifondazione seppellendo le ultime chances di governo del centrosinistra. Non importa neppure che Rifondazione provenga dall’antica tradizione comunista di mangiapreti. Tutto questo non conta di fronte all’imperativo, per i cattolici, di difendere “la corte di Roma” (Machiavelli) e per i comunisti di attaccare Berlusconi, anche alleandosi con i più strenui sudditi del Vaticano. Non si risparmiano neppure le accuse di “mafiosità” contro Feltri. Stupisce però che sia un vescovo, che non vale neppure la pena di citare perché merita solo l’oblio, ad accusare il direttore del Giornale di atteggiamenti mafiosi. D’altronde, se questo vescovo parla di mafia, vuol dire che la conosce molto bene – difendere il potere è un fine che giustifica i mezzi, anche quelli più loschi e meschini, persino se ad usarli è un vescovo. D’altronde Avvenire ha paragonato alla Shoah le politiche dell’immigrazione del governo. Parole pesantissime usate con scioccante arroganza e superficialità. Ditelo alle vittime della mafia o della criminalità straniera. Chissenefrega, dicono, questi cattolici integralisti, della mafia e dello stato. Chissenefrega delle vittime. L’importante è il potere. Infatti il comunismo e vaticanismo hanno una matrice comune: rifiutare la loro lealtà allo stato. Ieri i comunisti nostrani non sapevano mai se guardare a Mosca o a Roma. Oggi i cattolici continuano a difendere il Vaticano non appena l’Italia prova ad emanciparsi dall’egemonia silenziosa dei prelati. Croce, falce e martello: ecco la nuova bandiera rossa e bianca. La rivoluzione laica? Niente ideologie: basta tagliare l’otto per mille e finalmente anche la chiesa, per la prima volta nella storia, scoprirà cosa vuol dire chiedere l’elemosina.