22 giugno 2009

Si scrive Casini, ma si legge Pirro


E ora? La battaglia dell'Udc per affondare il triplice referendum elettorale è vinta. Ma la guerra per far ritornare decisivi i centristi è ancora persa. Eppure all'inizio di questa tripla sfida elettorale: europee, amministrative, referendum, la sorte sembrava sorridere all'Udc. Il referendum aveva avvicinato, incredibile a dirsi, gli interessi di Bossi a quelli di Casini. Poi le amministrative, dove il piccolo ma decisivo bacino elettorale dei centristi tornava utile al Pdl per defenestrare il Pd nelle sue cittadelle. Invece, complice la scossa dalemiana, il Cav. ha pensato a tutt'altri corteggiamenti. Così l'Udc ha provato a flirtare col Pd in qualche comune, quasi di nascosto, al riparo da qualunque spostamento di alleanza a livello romano. Chi ha vinto? Un pò il Pd con questo soccorso clandestino; un pò il Pdl che ha dimostrato ancora una volta di non aver bisogno di Casini per vincere. E l'Udc? E' rimasta nel suo centro, senza muoversi troppo, senza decidersi, senza schierarsi, chiusa nella sua bacheca museale con su scritto: "erede di Pirro".

21 giugno 2009

La democrazia di Ahmadinejad




Video terribile di una manifestante iraniana colpita a morte dal regime teocratico di Teheran. Solo questi filmati amatoriali ci danno l'esatta realtà di quello che sta realmente succedendo in quelle terre. Nonostante la censura voluta dagli ayatollah.

Iran: Tolta la maschera, il nulla

Con Ahmadinejad le cose non sono cambiate più di tanto a Teheran. La dittatura teocratica e brutale degli ayatollah ha continuato a confiscare le ricchezze ed il futuro dell’Iran. Lo sperpero di soldi conquistati con il petrolio - incamerati dai miliziani basiji e dai pasdaran - non ha fatto che confermare i privilegi dei pochi a danno dei molti.
48 milioni di iraniani erano chiamati al voto, confermando la presenza alle urne intorno all’85% degli aventi diritto. Un risultato incredibile, tanto quanto la vittoria dell’uscente leader iraniano, fasulla quanto inverosimile. Nel 1979 tanti furono gli iraniani non votanti. Il 12 giugno invece si sono viste le file davanti ai seggi ed il cinismo classico di Teheran e provincia è forse scomparso dietro la voglia di libertà e di riformismo di un popolo deluso e arrabbiato dalla riconferma di Ahmadinejad: figlioccio di Khamenei, laico atipico e amato/odiato da molti ajatollah e religiosi. A sentire gli iraniani c’è da gridar vendetta per come il loro leader abbia gestito l’economia del paese con la parte più povera ancora a sostenerlo più per deriva populista che per altri motivi.
Ma questa volta forse qualcosa è cambiato per sempre: Ahmadinejad potrà anche restare presidente dell’Iran, ma la sua legittimità è stata radicalmente messa in discussione davanti al mondo intero grazie ad un voto. Un risultato davvero incredibile se pensiamo alle repressioni anti democratiche alle manifestazioni di questi giorni.

I riformisti (250.000? 500.000? 1.000.000?) scesi in piazza non erano scontenti, erano furiosi e liquidare l’opposizione ad Ahmadinejad come un fenomeno da quartieri alti di Teheran , cioè dei ricchi, è quantomeno riduttivo e fuorviante.
L’idea che il leader iraniano abbia vinto a valanga è ovviamente ridicola e questo lo sanno a Teheran come lo sanno anche in Occidente. Primo fra tutti lo sa Barack Obama, un presidente dimostratosi debole e non solo in questa occasione. Ricordiamo i fatti Georgiani dove stette in silenzio prendendo poi alla fine timide posizioni così come in questo caso. Non sarà certo il nulla osta al “nucleare pacifico” che farà stare calmi i “pasdaran” di turno. Come scrive Panebianco oggi sul Corriere: come sarà possibile per l’Occidente “tenere sotto controllo una dittatura che ferma la sua opposizione con il sangue”? Ma soprattutto come sarà possibile per il nuovo “Commander in Chief” americano calmierare e risolvere le innumerevoli difficoltà in politica estera, utilizzando l’ideologia del “Soft Power” però inesistente? Il rigore diplomatico nel mostrare i muscoli senza adoperarli funziona poco. Soprattutto quando i muscoli non si hanno. Ne sapeva qualcosa Bill Clinton che in politica estera non ne azzeccò una. E ne sapeva qualcosa Ronald Reagan che con il soft power ha vinto la guerra fredda.
L’Occidente è colpevole nel seguire le timide reazioni di Obama alla nuova ascesa di Ahmadinejad, ma cos’altro potrebbe se il suo boss risulta un “bluff”?

Durante la campagna elettorale iraniana ci eravamo illusi dello spazio concesso dal regime a tutte le forze in campo. I giovani insieme ai vecchi avevano partecipato in massa ai comizi politici dei vari schieramenti. Una prova di democrazia che aveva un po’ stupito tutti e che ha dato slancio alla popolazione che infatti si è recata alle urne forse incredula davanti a tutta questa libertà.
Al destino però non manca certo il senso dell’ironia e la repressione dei sostenitori di Hossein Moussavi, culminata nel sangue, ha fatto ripiombare Teheran in un baratro senza fondo con l’Occidente impaurito ed immobile a guardare .

19 giugno 2009

Cosa farà Berlusconi?



La paura aguzza l'ingegno. Infatti il Cav sotto-stress è sempre la migliore versione. E' quello delle dichiarazioni fulminanti, quello che fonda un partito sulla base del predellino di un'automobile. Quello che spara battute abrasive su chiunque ipnotizzando gli occhi dei media. Quello che non si è ancora visto reagire alla nuova inchiesta di Bari. Quanto a ipotesi, il premier non è avaro di fantasia. Elezioni anticipate, governo semi-tecnico, correzioni nella maggioranza, nuove leggi per difendersi dagli inquisitori togati. Oltre alle consuete crociate contro la stampa che si cimenta nello sport nazionale di diffamare il premier. Insomma le solite cartucce. Manca il colpo grosso. Aver ignorato o schivato tutte le incornate da Noemi di Casoria a Patrizia di Bari non ha risolto il problema alla radice - ovvero: a furia di piccoli attacchi ad personam, contro il Cav, Silvio-Papi rischia una grande sconfitta. Sarebbe solo una sconfitta personale. Ma siccome la politica berlusconiana è cucita su misura del Cav, se lui affonda, cola a picco il governo. E' il contrario dell'antico costume del capitano che affonda insieme alla sua nave. Qui se sta male il capitano, affonda l'intero bastimento. Allora serve il colpo grosso. Può essere una raffica di iniziative a tutto campo sull'economia, una mossa eclatante per tirare fuori l'Abruzzo impaludato nella burocrazia, un'impresa sull'Afghanistan, un appello agli elettori. Persino una confessione pubblica, per umanizzarsi di fronte al suo popolo e far sì che solo i peggiori nemici scaglino la prima pietra. Teatro e pietà si confondono. Qualunque cosa ponga il Cav al centro dell'attenzione senza riguardare la sua vita privata. Ipotesi suggestive quanto astratte. L'importante è battere un colpo. Se questo colpo grosso non ci sarà, sarà il segnale che l'agonia è iniziata. La gogna mediatica e giudiziaria può diventare uno spiedo per infilzare Silvio - ovviamente sulla facciata di Palazzo Grazioli.

17 giugno 2009

Doppio complotto



Più passano i giorni, più dettagli emergono sul golpe per sostituire Berlusconi. Dopo tutto l'estate è alle porte e il gossip regna sovrano, dai sorrisi di Noemi ai complotti nell'ombra tutto va bene per continuare a divertirsi dopo aver letto le pagine del calcio mercato. Quindi golpe. Ma uno solo? Questo è il bello. Finora si parla di D'Alema-Fini. Adesso entra in gioco anche Tremonti al posto di Draghi, con tutto l'antagonismo tra i due pretendenti al monopolio assoluto sul governo dell'economia. Così dal golpe esterno si passa al tradimento interno. L'erede presunto ma soprattutto il garante reale del patto di ferro con la Lega Il ministro dell'economia diventa così il Galeazzo Ciano di questo ipotetico 25 luglio bis. Qui si fermano i pettegolezzi di oggi. Perciò libero sfogo alle ipotesi. Primo: non è escluso che il golpe sia uno solo. Non è detto cioè che Tremonti lavori per la gloria di Fini e D'Alema. I due focolai di tensione possono esistere indipendentemente e poi colpire insieme il loro bersaglio. Ma per il governo sarebbe difficile far fronte ad una ribellione interna capeggiata dal suo esponente più potente e prestigioso, mentre l'opposizione prova il governo tecnico col silenzio-assenso del presidente della camera. Secondo: la temperatura all'interno del Pd si è improvvisamente raggelata, con Veltroni che esce dal suo larvato esilio per allinearsi con Franceschini in funzione anti-D'Alema. Siamo all'opposizione dentro l'opposizione. Se il Pd frena sul golpe vuol dire che l'ipotesi di Tremonti, o comunque del tradimento interno, non è il sogno di una notte di inizio estate. Terzo: a prescindere dai nomi e dai cognomi, il governo si è incastrato nel ruolo di MacBeth tormentato dai suoi stessi fantasmi. Chi Dio vuol distruggere, prima lo fa impazzire. Intanto in Abruzzo...

12 giugno 2009

La vera emergenza della giustizia



Almeno saranno evitate le incursioni di toghe e giornalisti nella sacrosanta vita intima della casta. Bisogna avere molta simpatia per le sorti della cast per essere soddisfatti dell'approvazione del ddl sulle intercettazioni. Non ci sono soltanto i guai dei potenti con la giustizia. La questione della giustizia è anche l'emergenza di un intero sistema giudiziario che funziona male, malissimo e i cui costi sociali si scaricano sugli innocenti, i cittadini comuni indifesi, che non hanno mezzi per tutelarsi. E' anche colpa di certi magistrati che perdono troppo tempo nella lotta a Berlusconi invece della lotta al crimine. Gli italiani continuano ad essere tormentati da colpevoli giudicati innocenti e da innocenti finiti al patibolo o consegnati ai criminali. Allora la casta potrebbe fare un piccolo sforzo, versare qualche goccia di sudore e cimentarsi in una riforma della giustizia "ad populum" - valida per tutti. Il premier che metterebbe in ordine la giustizia diventerebbe un semidio e sarebbe eletto fino alla fine. Potrebbe impunemente flirtare con tutte le diciottenni che preferisce - gli italiani sarebbero tranquilli. La disperazione e la sfiducia nella giustizia sono tali che non è più possibile rinviare la grande riforma. Bisogna pensare ai tempi dei processi, alle garanzie per le vittime, alla certezza della pena, al regime carcerario. Non sarebbe difficile formare un consenso trasversale, senza bisogno di voti segreti, falchi tiratori e questione di fiducia. Ecco la vera emergenza sulla giustizia: trasformare la giustizia da desiderio per molti o arbitrio per pochi in certezza per tutti. Il presidente del consiglio si sente giustamente perseguitato da alcuni magistrati. Ma ha ottimi mezzi per difendersi. Cosa può fare un cittadino comune? Si attende risposta.

11 giugno 2009

Non è amico mio


Va bene il gusto per il trash, l'orrido, il repellente. Il dibattito politico è infognato nei pettegolezzi da giarrettiera diciottenne e da tecniche per illudere su erezioni fasulle. Ma quando un beduino del deserto, col petto maculato di stellette e medaglie di pacca, arriva nella città eterna, sede del Vaticano e di tesori inestimabili, morali e materiali - allora viene tanta voglia di chiamare Maroni e fare un respingimento immediato. Buon per questo Co(g)lionello che non ha tenuto il discorso al Senato. Avrebbe dimostrato scientificamente la sua inferiorità culturale e la sua miseria politica. Come si può altrimenti definire chi giustifica il terrorismo, chi mantiene una dittatura nel suo paese, chi perseguita e uccide i suoi oppositori? Se le autorità italiane usassero i testicoli anche per governare, non avrebbero ricevuto il Co(g)lionello con quella fotografia appesa al petto, perchè il protocollo diplomatico non ammette i buffoni. Lui si proclama pure "amico" dell'Italia. Ma chi è l'italiano che va fiero di un amico come questo? Io no.

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10 giugno 2009

Il vero referendum: Casini nel Pdl


Non c'è solo la Lega che dice no al referendum. C'è anche Casini e il suo bacino elettorale che può far vincere il Pdl ai ballottaggi delle amministrative. Allora il referendum può diventare la data in cui Casini sceglie di rifare l'alleanza col Pdl. Se Bossi vuol far piegare il capo al Cav. e obbligarlo al no, allora il Cav. può permettersi di dire sì al ritorno del figliol prodigo PierFerdy. Così la Lega si salva dalla mannaia referendaria, ma paga il prezzo di ritrovarsi in casa i centristi più irriducibili. Berlusconi si prepara a siglare accordi sottobanco con l'Udc a livello locale. E' già un incontro ravvicinato del terzo tipo. Per il resto basterebbe una desistenza esterna, senza che l'Udc, per ora, entri nel governo. Troppo rumore nuoce ai patti di potere. Ci sarà già chiasso sulle politiche, col federalismo e la sicurezza seriamente osteggiate dal centrismo di Casini. Così, se la Lega non vuole il referendum, rischia di beccarsi i reduci centristi. Cos'è peggio per le camicie verdi? Inoltre nel Pdl c'è quel certo Mastella che con Casini potrebbe rifondare una specie di sub-Dc all'interno del Pdl. Lo stesso Fini non dovrebbe ostacolare il ritorno di Casini, col quale potrebbe rifare l'asse Fini-Casini contro Berlusconi-Bossi. Perchè no? La politica ama i grandi ritorni...

Il derby del Pdl e il grande scenario



Il convinto e l'opportuno - alias Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Uno è per un convinto sì al referendum elettorale, mentre l'altro è per un opportuno no. Così invece di concentrarsi sui contenuti della consultazione, il referendum diventa un derby tutto interno al Pdl. Quelle polemiche interne che riportano alla mente quelle snervanti diatribe del centrosinistra. L'aspetto più curioso è che questo derby Fini-Berlusconi si gioca sopra alla testa della Lega, che a sua volta se ne frega sia del primo che del secondo, perchè il suo obiettivo è arrivare in fondo alla road-map federalista. E' come vedere due amanti che si contendono una donna che però è innamorata di un terzo uomo. Ma nel derby può entrare anche un altro giocatore, il centrista Casini, che dopo il voto europeo ha recuperato la sua centralità politica. Tutto troppo banale. Infatti c'è molto di più. Ma bisogna attendere il 90° minuto per vedere le novità. Il sì di Fini al referendum è anche un sì alla successione di Berlusconi. E' un fattore che dopo il deludente voto europeo è passato da questione astratta ad emergenza concreta. Se Berlusconi resta in sella, il Pdl resta Lega-dipendente mentre la Lega diventa il piccolo burattinaio che manovra la grande marionetta del Pdl. L'anno prossimo c'è l'esame delle regionali e la Lega ha già messo gli occhi sul Pirellone. Se Fini riuscisse a staccare Berlusconi dalla Lega, a quel punto la successione sarebbe soltanto una questione di condizioni di salute del premier. Ma per farlo, il presidente della Camera dovrebbe trovare un sostituto di Bossi (di nuovo Casini?) oppure diventare egli stesso il perno del Pdl. Il derby del Pdl è appena iniziato.

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09 giugno 2009

Attenzione al proporzionale



Il fallimento del bipartitismo alle elezioni europee sembra essere un dato di fatto. Ma alle elezioni amministrative, svoltesi nella stessa data, con gli stessi schieramenti, il bipartitismo ha invece funzionato egregiamente, producendo vittorie al primo turno e ballottaggi tra i due grandi partiti, Pd e Pdl. Allora: elezioni europee, quindi sistema proporzionale; elezioni amministrative, sistema bipolare. Inutile chiamare in causa la soglia di sbarramento delle europee: ha escluso i piccoli partiti, ma non ha favorito la vittoria di un grande partito. Il blocco del bipartitismo alleeuropee è un dato preoccupante, perchè è bastato rimettere in azione il proporzionale, che la governabilità è andata a farsi benedire. Infatti, se fossero state elezioni politiche, oggi sarebbe molto più precaria la coalizione tra Pdl e Lega. Allo stesso modo non sarebbe facile la convivenza tra Pd e Idv, senza contare l'effetto destabilizzante dell'Udc. Tra poco il referendum sulla legge elettorale. Berlusconi preannuncia il suo parere negativo. Forse non ha capito bene la posta in gioco, cioè se stesso...

08 giugno 2009

L’Europa dei tormentoni vota per i “coraggiosi” cavalcatori di paura

Tutti hanno votato nel segno della paura e sulla base di tormentoni ben definiti: in Germania sul dilemma Opel, in Gran Bretagna sulle spese pazze dei ministri di Brown, in Spagna sulle sfide alla morale cattolica troppo rischiose di Zapatero (l’ultima quella della pillola per le sedicenni). Solo in Francia Daniel Cohn-Bendit ha dato un 16% di speranza ai temi ambientali, alle energie rinnovabili…Non sarà Obama, ma forse è l’unico uomo credibile che ha avuto il coraggio di ammettere che non avrebbe parlato di Francia perché lui non era cittadino francese ma europeo e che da non francese, non si sarebbe candidato. Cinque europei su dieci ritengono l’Europa come una casta burocratica ed inutile ed un buon 20% dei votanti lo ha fatto con ignoranza, contestando i governi nazionali, magari a ragione, ma addossando ai medesimi anche colpe non loro: la crisi economica, l’euro, gli immigrati delinquenti e quelli lavoratori e regolari, la diffidenza verso lo straniero e così ha votato per chi dice cose che non potrà mai fare e che se si trovasse nella condizione di poter fare, porterebbe l’Europa (altro che Medio Oriente, Iran e Corea) sull’orlo di una guerra. Parlo del PVV olandese, dei fiamminghi belgi, dei nazisti del Bnp in Inghilterra, degli indipendentisti inglesi dell’Ukip secondo partito in Gran Bretagna, del Fronte Nazionale francese, dell’estrema destra bulgara e danese. E della Lega…Perché pensate che bluffino? No, non bleffano. Tutti i loro seggi, circa 60, nella confusione di un PSE orfano di molti tedeschi, francesi ed inglesi, di un Pd ibrido e di un PPE senza conservatori, significano no alla Turchia, no ai tagli per le prebende agricole dal Lombardo-Veneto, no all’Euro per gli inglesi. No…E meno male che il partito del No era fatto da altri…Abbiamo ammazzato l’Europa o forse non ce ne frega più nulla. Non sogniamo altro che un comodo lavoro, un comodo letto con la nostra Noemi di turno. Evasione (fiscale) e distrazione (fisica). L’Europa però continua anche senza di noi. Ci piaccia o no, non si torna indietro. Solo i paurosi lo fanno e noi tremiamo dalla paura, anche se facciamo tanto i coraggiosi.

Bruschi risvegli

Ha fatto tutto da solo anche questa volta? Silvio Berlusconi dal quartier generale del suo partito mastica amaro. Dati alla mano il preventivato sfondamento e la morte prematura di un partito già alla frutta (Pd) non c’è stato. E se il centrodestra tiene, come in tutta Europa (il voto di PdL + Lega è lo stesso delle politiche), così non si può dire per la coalizione del Popolo della Libertà che - fra una dichiarazione di Bonaiuti e un’imprecazione verso El Pais – adesso ha bisogno di fare mente locale sul responso delle urne. Ed Il Cavaliere – furibondo - ha rivendicato la sua leadership all’interno del PdL: “Senza di me affluenza ancora più bassa. Ho fatto tutto io” nonostante il futuro per lui non si delinei certamente tranquillo.

Il dato più veritiero da rilevare - mettendo finalmente in soffitta veline, napoletane e nude look che non hanno spostato nulla - è però un altro: La Lega e la compagine di An, ormai coesa nel PdL, sono diventati identità territoriali. Nel Nord Est, al di là dell’Emilia Romagna, , il partito di Umberto Bossi ha rosicchiato parecchio al Popolo della Libertà (a Reggio Emilia ad esempio ha portato a casa un 14% inaudito) che, al termine della corsa con il Pd, si è ritrovato con un pareggio striminzito. Al centro Italia invece è indubbio che i voti dell PdL siano arrivati dagli ex di Alleanza Nazionale che adesso batteranno cassa. Così come Bossi, nonostante le sue dichiarazioni, non perderà occasione per sventagliare i dati davanti al naso del Cavaliere. Se è vero che Berlusconi rimane il collante fondamentale per il nuovo partito di centrodestra italiano è anche vero, ed i dati lo confermano, che gli alleati stanno incominciando ad assumere una nuova identità: ora contano anche loro e Berlusconi dovrà far ammenda molto più che nel passato. Anche il 15% di Lombardo in Sicilia dovrebbe far squillare campanelli d’allarme (ci sono state punte in alcune città ben oltre il 20%), visto che, dopo i noti fatti della giunta siciliana, ora per Berlusconi saranno “volatili per diabetici”.

Ma c’è un altro fattore importante da tenere in considerazione: il bipolarismo gli italiani non lo digeriscono e, appena ne hanno la possibilità, lo comunicano. Se tutta Europa propende verso questo sistema a due – ed i dati europei lo confermano – in Italia la cosa cambia. Il dualismo conservatori/riformismi fa acqua da tutte le parti confermando, se ancora ce ne fosse bisogno, come il nostro paese non sia ancora pronto, culturalmente, per affrontare questo sistema semplificato.
Le motivazioni sono diverse: un paese demograficamente vecchio non consente cambiamenti repentini e se i giovani, più scevri dalle vecchie ideologie, riescono bene ad affrontare la modernità così non possiamo dire per i più “attempati” ancorati per forza di cose alle tradizioni ed alla storia passata, storia che ha radici profonde, ricchissima di ideologie e di diversità causa una Repubblica troppo giovane per poter dimenticare i “vecchi confini e reami”. Il “colpo di Stato bipolare”, voluto da D’Alema e Berlusconi (che non ha paragoni con la vecchia bicamerale da dilettanti Marini/D’Alema), non riesce ancora a far breccia nel cuore degli italiani e , se fossimo in un paese normale, la politica avrebbe il dovere di chiedersi il perché.

In Europa intanto soffia “vento forte di Destra”. Solo i conservatori Greci perdono (ma con gli stessi seggi dei socialisti) mentre in Germania , Francia e Spagna la sinistra sprofonda, segno che il pragmatismo conservatore (qualcuno parla di xenofobia, ma non è del tutto così) funziona molto meglio rispetto alle favole della buona notte. 263 seggi del PPE contro i 163 del PSE sono un dato incredibile che dovrebbe far riflettere in tanti.

Tornando ai fatti nostri invece se il Pd ha rinviato almeno per un po’ il suo funerale Berlusconi dall’altra parte non ride, costretto da adesso in poi, a barcamenarsi tra i suoi alleati che hanno rialzato la testa. Il bipolarismo indigeribile, l’antipolitica populista che avanza (IdV) e nuove identità territoriali potrebbero portare verso nuovi equilibri in un disegno che, fino a poche settimane fa, sembrava ormai scolpito nel marmo.

05 giugno 2009

Il nodo rimane la Palestina

di Daniel Pipes
Jerusalem Post
June 4, 2009

Pezzo originale: A Rapid and Harsh Turn against Israel

Il tanto atteso incontro tra Barack Obama e Binyamin Netanyahu si è svolto senza intoppi, anche se con un po' di tensione, come previsto. Tuttavia le discussioni non sono mancate, con una serie di dure richieste da parte degli Stati Uniti, specie da Hillary Clinton nel chiedere al governo Netanyahu di bloccare gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Ciò ha indotto ad una reazione insolente. Il presidente della coalizione governativa israeliana ha fatto rilevare l'errore dei precedenti "diktat americani", un ministro ha paragonato Obama ad un faraone e il responsabile dell'ufficio stampa di governo ha asserito in modo sfacciato con falsa ammirazione: «Devo apprezzare gli abitanti del territorio irochese presumendo che essi abbiano diritto a stabilire dove gli ebrei dovrebbero vivere a Gerusalemme».

Se i dettagli del "chi-vive-dove" hanno poca importanza strategica, la repentina e dura svolta contro Israele ha potenzialmente un enorme significato. Non solo l'amministrazione ha posto fine all'attenzione rivolta da George W. Bush ai cambiamenti da parte palestinese, ma non si è neppure curata degli accordi informali che Bush aveva raggiunto con Ariel Sharon ed Ehud Olmert.


Yasser Arafat sorride durante l'incontro fra Barack Obama e Mahmoud Abbas del luglio 2007.

Un articolo di Jackson Diehl del Washington Post riesce a cogliere questo cambiamento in modo più vivido. Diehl osserva, in base a un colloquio avuto con Mahmoud Abbas dell'Autorità palestinese (Ap), che evidenziando pubblicamente e ripetutamente la necessità di congelare senza eccezione alcuna gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, Obama «riaccende una fantasia palestinese da tempo latente: vale a dire che gli Stati Uniti costringeranno Israele a fare delle importanti concessioni, che il suo governo democratico sia d'accordo oppure no, mentre gli arabi se ne staranno passivamente a guardare e plaudiranno. Gli americani sono i leader mondiali (…) Possono far ricorso al loro peso con chiunque nel mondo. Due anni fa l'hanno fatto con noi. Ora dovrebbero dire agli israeliani: "Dovete osservare le condizioni"». Naturalmente, dirlo agli israeliani è una cosa ed ottenerne la condiscendenza è un'altra. A riguardo, Abbas ha altresì una risposta. Congetturando che un consenso da parte di Netanyahu a congelare gli insediamenti ebraici porterebbe al collasso la sua coalizione, Diehl spiega che Abbas intende «mettersi comodo e stare a guardare mentre le pressioni statunitensi estrometteranno il premier israeliano dall'incarico».

Un funzionario dell'Ap ha previsto che ciò accadrebbe nel giro di "un paio d'anni", esattamente quando Obama dice di attendersi la nascita effettiva di uno Stato palestinese. Intanto, Abbas non intende prendere iniziative. Diehl chiarisce il suo pensiero: «Abbas rifiuta l'idea di dover fare qualunque equiparabile concessione: come riconoscere Israele come Stato ebraico, il che implicherebbe la rinuncia a qualsiasi insediamento di profughi su vasta scala. Rimarrà passivo (…) "Aspetterò che Israele congeli gli insediamenti", dice. "Fino ad allora, in Cisgiordania avremo un'ottima realtà (..) la gente vivrà un'esistenza normale"».

Va aggiunto che il concetto di Abbas di una "vita normale" è altresì in gran parte offerto da Washington e dai suoi alleati: i palestinesi della Cisgiordania godono di gran lunga dei più ingenti aiuti finanziari procapite provenienti dall'estero rispetto a qualsiasi altro gruppo al mondo; ad esempio, nella sola "Conferenza dei donatori per l'Autorità palestinese" del dicembre 2007, Abbas ottenne offerte per oltre 1.800 dollari l'anno procapite per ogni cisgiordano. Come Diehl conclude laconicamente: «Nell'amministrazione Obama, finora, è facile essere palestinesi». Il nuovo approccio americano è condannato, anche se si ignora la follia di focalizzare l'attenzione sugli abitanti di Gerusalemme che ingrandiscono le loro abitazioni con sale di ricreazione piuttosto che sugli iraniani che aggiungono centrifughe alle loro infrastrutture nucleari e pur chiudendo un occhio sull'ovvia dannosità di aiutare Abbas a uscire da una situazione difficile. Innanzitutto, la coalizione governativa di Netanyahu dovrebbe dimostrarsi indifferente alle pressioni Usa. Quando egli ha formato il governo nel marzo scorso quest'ultimo annoverava 69 parlamentari su 120 membri della Knesset, ben oltre il minimo di 61. Anche se il governo statunitense è riuscito a separare i due partiti meno dediti agli obiettivi di Netanyahu, il Partito Laburista e lo Shas, il premier israeliano potrebbe rimpiazzarli con partiti religiosi e di destra per mantenere una solida maggioranza.

In secondo luogo, i trascorsi mostrano che Gerusalemme corre dei "rischi per la pace" solo se ha fiducia nel suo alleato americano. Un'amministrazione che mina questa fragile fiducia probabilmente affronterà una cauta e riluttante leadership israeliana. Se Washington seguita con la sua attuale condotta, il risultato potrebbe ben essere uno straordinario fallimento della linea politica che riuscirà ad indebolire solamente l'alleato strategico in Medio Oriente come pure riuscirà ad aggravare le tensioni fra palestinesi e israeliani.

04 giugno 2009

Macelleria Europa apre il 7 giugno


Queste elezioni, consapevolmente o inconsapevolmente sanciranno un brusco ridimensionamento (se ancora ce ne fosse bisogno) del progetto europeo. Innanzitutto perché sia per la crisi economica che per campagne elettorale invelenite e con facce ormai abusate e vecchie, molti esprimeranno nel voto la loro sfiducia verso i governi nazionali o le loro più dirette opposizioni, lasciandosi andare alla contestazione. In secondo luogo perché l’istituzione Europa, un baraccone che ha accolto tutti solo per favorire ancora di più mercati finanziari e grovigli burocratici, è franato nei suoi scogli più fondamentali: immigrazione, progetti di difesa comuni, misure uniche per la recessione in corso e così facendo ha stancato quei pochi europeisti convinti che si asterranno o andranno a votare solo per dovere di cittadinanza. La conseguenza di tutto ciò la si vede nei numeri. Snoccioliamone alcuni. In Gran Bretagna, l’Ukip, partito per l’indipendenza britannica e favorevole all’uscita del paese dall’UE è al 15% circa, mentre il British National Party è al 7% ma solo perché ha connotazioni più marcatamente ideologiche. In Germania la sinistra estrema del Die Linke è al 10% circa mentre l’Npd, il partito nostalgico dei nazisti all’Est potrebbe avere un picco del 5%, oltre la soglia che conta. In Francia il Front National di Le Pen ed il nuovo partito anti-capitalista e populista di Besancenot viaggiano tra il 6-7%. I paradossi più grandi sono poi in Austria dove l’FPÖ, di haideriana creazione è il terzo partito al 17% (il BZÖ, nuovo partito fondato da Haider è comunque al 5%) e in Olanda dove 3 su 10 andranno a votare ed il Pvv di Geert Wilders è al 6%. E in Italia. In Italia perfino i grandi partiti, pur di conservarsi i loro feudi di battaglia tifano per la Lega Nord, da sempre nemico giurato dell’Europa e sempre più regionalista e nazionalista e per l’Idv, specchio della frustrazione italiana contro i poteri forti e l’Europa è fra questi. Insomma il 6 ed il 7 assisteremo al macello definitivo di un elefante stanco ed invecchiato.

AMD
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