24 febbraio 2009

Next stop nuke/2


L'annuncio è arrivato prima del previsto!


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23 febbraio 2009

22/02/2005 - 22/02/2009


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22 febbraio 2009

Pli: volano gli stracci


Highlight dibattito de Luca-Guzzanti Vs Diaconale-Taradash from Partito Liberale Italiano on Vimeo


Mentre tutti i fari sono puntati sul nuovo corso (o capolinea) del Partito Democratico, c'era anche un altro piccolo partito storico italiano a fare i conti con il suo futuro (o la sua definitiva estinzione): il Partito Liberale Italiano, scioltosi nel '94 dopo i fatti di mani pulite e riapparso nel panorama politico nel 2004. Il partito di Benedetto Croce, Einaudi e Malagodi, oggi ha visto una tre giorni di scontro aperto fra De Luca/Guzzanti e Taradash/Diaconale per un posto alla segreteria e alla presidenza: ovvero, si stava meglio quando si stava peggio.
Con oltre il 70% dei voti espressi dai delegati del Congresso Nazionale del Pli Stefano de Luca ha trionfato riconfermandosi Segretario Nazionale. Diaconale si è fermato sotto il 30%. Un dibattito, quello che ha portato al voto, fatto di molte banalità (non tutto), insulti e "mani in faccia", con alcuni a voler traghettare il partito nelle fila berlusconiane ed altri duri e puri a resistere. Pur non essendo un liberale, ma capendo come sia importante non fare morire questa "ricetta politica" fondamentale per tutti noi, mi domando e mi chiedo: è possibile che questo possa essere il futuro dei liberali in Italia? Un PdL dove il popolo liberale fa sempre più fatica a trovare spazio e un Pli di vecchi "tromboni" incapaci di rilanciare determinati valori? Ne dubito.

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Col senno di poi



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18 febbraio 2009

A rischio censura


Ci risiamo, ancora una volta c'è qualcuno che si è accorto che su internet ci sono anche brutte cose, interventi pericolosi, potenzialmente riconducibili all'istigazione a delinquere ed all'apologia di reato. Ma c'è anche di peggio: violenza, pornografia e su su fino all'associazione mafiosa. E' inutile negarlo, lo sappiamo ormai tutti che il web è come il mondo, con brave persone e delinquenti, con calibrati blogger e fans esaltati anche da chi dovrebbe rappresentare la feccia umana. C'è di tutto e di più. Ed il peggio è che la quantità di persone e informazioni, buone o cattive, è talmente stratosferica che è difficile, se non impossibile, colpire chirurgicamente. La Cina si sta perdendo in questo universo parallelo, non poi tanto virtuale, che rischia di destabilizzare l'autorità costituita e portare aria di libertà. Il "filtro" - purtroppo per loro - si dimostra insufficiente a bloccare notizie non conformi al regime rischiando di infiammare gli animi con malsane idee democratiche e liberali. Ricordiamo che il popolo del web ha messo in serio pericolo lo svolgimento dei recenti giochi olimpici con lo slogan: prima i diritti umani e poi le Olimpiadi. Lo stesso popolo e lo stesso mezzo è stato usato per portare alla luce atrocità come l'annientamento di feti in povere donne ree di non aver rispettato la legge per il controllo delle nascite: 1 donna - 1 figlio. E poi la mobilitazione per il Tibet, i fari puntati sul dramma del Darfur, ma se ne potrebbero elencare a centinaia.

Noi occidentali ci riteniamo immuni da censure perchè queste non rientrano nei nostri schemi mentali e la libera informazione e circolazione di idee è alla base della nostra civiltà. Eppure di tanto in tanto si tornano a proporre misure restrittive. Chiudere tutto per colpire una minoranza di delinquenti che, con o senza internet, troverebbero comunque il modo per fare proseliti. Ora è la volta del senatore Udc Gianpiero D'Alia che ha proposto un disegno di legge che, in caso di istigazione a delinquere ed apologia di reato su internet, permetterebbe al Ministro dell'Interno di oscurare, tramite imposizione ai provider, interi siti web. Fin qui non ci sarebbe nulla di male. Di fatto se la Camorra aprisse un proprio sito web sarebbe opportuno adoperarsi in tutti i modi per chiuderlo e sigillarlo. Purtroppo però il malaffare si insinua nei social network - Facebook e You Tube in particolare - e lì sarebbe molto difficle, se non realisticamente impossibile, filtrare. La legge, il cui criticatissimo emendamento di sicurezza è stato appena approvato, nasce come reazione alla nascita di gruppi che inneggiano alla criminalità nei maggiori siti di social network: su Facebook sono infatti recentemente apparsi gruppi di fan di noti mafiosi, ma anche petizioni a favore degli stupratori, o a sfondo xenofobo. La soluzione radicale del taglione rischia però di privare il web di importanti strumenti di informazione e confronto sociale e culturale. La reazione dei più importanti colossi a rischio censura non si è fatta attendere. Secondo la portavoce di Facebook Debbie Frost, l'emendamento di D'Alia "mira a chiudere l'intera ferrovia di una nazione a causa di alcuni discutibili graffiti in una singola stazione. Prendiamo molto seriamente la comparsa di contenuti che incitano alla violenza, e lavoriamo per rimuoverli nella maniera più celere possibile. Per ogni contenuto controverso pubblicato su Facebook, ci sono letteralmente migliaia di interazioni positive, che promuovono la comunicazione, l'amicizia ed il commercio". L'affermazione è suffragata dai numeri: sono ad esempio 433 i membri del fan club Provenzano, ma il gruppo dedicato agli eroici magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino conta circa 370.000 sostenitori.

Naturalmente i commenti, le critiche e le osservazioni le leggerete su Facebook, ed è questo il ridicolo.

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17 febbraio 2009

Grazie Weltroni!


La vittoria del PdL in Sardegna conferma l'inconcludenza e la dannosità di una politica vecchio stampo, tipica e unica, praticamente DOC, del centrosinistra di non fare politica, o meglio, di impegnarsi con tutta l'anima a criticare l'avversario senza rivelare la propria identita e senza essere propositiva in termini di idee e progetti. In sostanza l'unico messaggio lanciato negli ultimi anni è stato quello di demonizzazione di Berlusconi con risultati disastrosi. Le elezioni le hanno perse per questo, non paghi della batosta e intenzionati a continuare sulla stessa strada, hanno perso in Abruzzo ed ora in Sardegna.
Come non ricordare le accuse di Veltroni al premier, impegnato nella campagna elettorale sarda , denunciandolo di dedicarsi a sostenre il suo candidato invece di occuparsi delle drammatiche questioni nazionali. Questa strategia di sterile critica non paga e non pagherà mai, per fortuna. Di questo passo c'è da immaginare che il prossimo programma elettorale del PD sarà composta da una sola frase: tutto il contrario di quello che vuol fare Berlusconi. Punto e fine. Grazie quindi a Walter Veltroni che cocciutamente segue questa linea pseudopolitica di sola contrapposizione.

Il PD è scompostamente in bilico tra un no dato alla sinistra italiana e una richiesta di compattezza con il centro del suo schieramento flagellato da problemi etici di non facile soluzione. Ostinatamente però, invece di porre le basi per costruirsi un'identità eterogenea prettamente politica e laica, si ostina a sparare bordate contro l'avversario, cercando di demonizzarlo, di screditarlo e di renderlo innocuo. Purtroppo (per loro) questo atteggiamento ha mostrato tutta la sua devastante incosistenza, non funziona e, dati alla mano, le elezioni in Sardegna sarebbero potute essere l'opportunità per un cambiamento di direzione più propositivo e meno di contrapposizione drastica. Così non è stato ed il risultato ne è la conferma. C'è da augurarsi che la stessa strategia venga adottata anche da qui alle prossime elezioni amministrative. D'altra parte sarebbe difficile fare diversamento con un leader non riconosciuto, una componente ex PCI dominante, una porzione ex DC storicamente e attualmente in posizione scomoda e opposta sulle scialbe posizioni meramente politiche anche là dove la gente vorrebbe risposte etiche e morali decise.

La condanna è alla disgregazione o, nella migliore delle ipotesi, allo stesso isolamento che sta subendo la CGIL ostinatamente impegnata politicamente a sostenere la sinistra politica prima ancora che di ottenere risultati significativi e realistici per i lavoratori. PD e CGIL sono scesi in piazza tre giorni su tre con esiti a dir poco depressivi. Una piazzetta semivuota ad ascoltare l'ex nemico e capo di Stato Scalfaro che, col rosario in una mano ed il Capitale nell'altra, isolato in un palco che occupava da solo mezza piazza, sbofonchiava frasi senza senso politico e prive di interesse in una difesa partigiana ad una Costituzione che tutti vogliono cambiare. Poi il flop del fior fiore del sindacalismo rosso che non avendo nulla da proporre, se non la solita filippica anti-governativa, si è dovuta accontentare di un manipolo di pensionati, ex Festa dell'Unità, sempre pronti a salire su un pullman pur di far sventolare una bandiera rossa. Infine i girotondini di morettiana memoria che, tolta la naftalina dagli eschimo sessantottini, pur non sapendo bene per quale motivo si trovassero appoggiati dai dipietristi, visto che nemmeno loro avevano chiaro per quale motivo protestare, hanno comunque seguito la linea verde della pura e semplice critica all'avversario.
Non contenti dei flop e dei disastri possibili venturi, si preannuncia una stagione di scioperi e manifestazioni a raffica. Momentaneamente non è dato saperne il motivo ma, sicuramente, è un modo come un altro per tenersi in allenamento.

Forse un attimo di riflessione sulla inutilità di unire anime politiche e culturali diverse solo per far numero, o come penoso esperimento politico sbandierato per il nuovo che avanza ma non supportato da facce nuove (Scalfaro docet), sarebbe opportuno, per il bene degli equilibri politici e dell'efficienza parlamentare italiana. Per quanto Veltroni si accanisca a dichiarare che la crisi è profonda ed il governo è inadeguato ad affrontarla, ci troviamo di fronte ad un'opposizione incapace di contribuire perchè evanescente e troppo occupata a lamentarsi. Riusciranno i nostri eroi a capire che gli italiani vogliono vedere politici che si rimboccano le maniche, magari anche sbagliando qualcosa, piuttosto che lagnoni e piagnoni che non sanno fare altro che leccarsi le proprie ferite d'orgoglio?

16 febbraio 2009

Cambio di rotta


Il caso di Eluana Englaro non ha solo riportato di diritto il tema bio-etico all’interno della politica (ed era ora), ma sta, di fatto, spostando nuovamente gli equilibri politici dentro e fuori le varie coalizioni.
Probabilmente, per un quadro più chiaro, dovremo aspettare il voto alle europee ed il voto regionale in Sardegna.

Il voto, che terminerà oggi, vedrà scontrarsi Soru (Pd) da una parte e Cappellacci (PdL) dall’altra. In sostanza però lo scontro reale Soru lo sta avendo con Silvio Berlusconi, sceso più volte in campo, fianco il suo rappresentante. Per contro Soru, pur essendo sostenuto da Veltroni, non lo ha mai voluto a suo fianco nel corso della campagna elettorale, sintomo importante e rivelatore della condizione politica traballante dell’ex sindaco di Roma.
Walter Veltroni sta attendendo, con non poche ansie, il voto dell’isola e non solo per timore di una possibile, quanto probabile, sconfitta del candidato riformista. Infatti, per il segretario del Pd non esisterebbe solo il dramma di dover giustificare la sua ennesima sconfitta a dimostrare – se mai ce ne fosse ancora bisogno – la fragilità della sua leadership, ma anche - “pacatamente e serenamente” - di perdere terreno nei confronti sia di Pierluigi Bersani (D’Alema), nuovo candidato alla segreteria del partito, sia di quel Soru, imprenditore di successo prestato alla politica, proprietario tra l’altro dell’Unità. Un outsider ed una ventata di novità, quella portata da Soru ( fuori dai vecchi giochi comunisti e democristiani), che potrebbe diventare quel “quid” vincente che tanto manca al Partito Democratico di oggi, impaludato ed avvilito, dove Walter Veltroni e soci (Bettini), non fanno altro che raccoglier cocci. Insomma qualunque possa essere l’esito del voto in Sardegna per Veltroni si preannuncia una “lunga estate calda” che lo vedrà impegnato in una lunga battaglia che lo vedrà, purtroppo per lui, comunque sconfitto.

Ma sarà il nuovo scenario politico da qui alle europee che riserverà le sorprese più rilevanti. A partire dalla CGIL di Epifani, sempre meno sindacato e sempre più partito, a voler sfidare quasi sullo stesso terreno l’area riformista di sinistra distrutta al suo interno dall’area catto-comunista che, dopo lo scontro aperto sul caso Englaro, si sente sempre meno comoda in una coalizione che non la capisce o che non ne difende i valori. E non a caso è risultato emblematico l’editoriale di ieri di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera a sottolineare lo strappo del dialogo tra credenti e non credenti (dialogo a mio parere, mai partito). Se da centrodestra la parte liberale o per lo meno libertaria risulta sempre meno incisiva e meno numerosa, nel Pd l’area cattolica di centro rischia non solo di destabilizzare la leadership di Veltroni, ma addirittura rischia di minare la stessa esistenza del partito. La “galassia” della vecchia sinistra, con CGIL in testa, contro l’area riformista e cattolica si sta già sfaldando e l’artificio provato da Veltroni di riunire tutti sotto la bandiera della difesa della Costituzione non ha funzionato, come ha dimostrato il triste esito della manifestazione intorno ad Oscar Luigi Scalfaro.

Ed un altro interessante tema potrebbe presentarlo l’area moderata capitanata dagli ex DC duri e puri che, dopo le prese di posizione di Berlusconi sul caso Englaro, sembra ci stiano ripensando. L’avvicinamento a Veltroni, su un caso come quello della povera Eluana, si è sciolto come neve al sole, e sono in molti a prevedere un ritorno del “figliol prodigo” all’ovile per le prossime amministrative primaverili. Il ritrovato incontro Casini e D’Alema sembrerebbe quindi finito perché sarebbe impossibile per i “balenotteri bianchi” poter anche solo pensare di poter stringer rapporti con la parte estrema della sinistra laica.

Un quadro politico che ormai sembrava ben definito, per lo meno a centrodestra (nonostante Mastella), sta invece rischiando di subire scossoni non indifferenti a danno della sinistra riformista, sempre più all’angolo causa le incomprensioni con Di Pietro ed il risveglio delle frange rosse più estreme dai sentimenti, evidentemente, mai sopiti.

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15 febbraio 2009

Obama in crisi sulla politica estera

di Daniel Pipes
Jerusalem Post
3 Febbraio 2009


Articolo originale: Obama, Mideast and Islam - an initial assessment

Per quale motivo fare, a tre sole settimane delle 208 che mancano allo scadere del mandato presidenziale, una valutazione dell'operato di un neopresidente americano riguardo un argomento così misterioso come il Medio Oriente e l'Islam? Nel caso di Barack Obama la si fa:

1. perché è un operato contraddittorio. Il suo background trabocca di radicali antisionisti dagli occhi spiritati come Ali Abunimah, Rashid Khalidi ed Edward Said, di islamisti, di Nazione dell'Islam e di regime di Saddam Hussein. Ma da quando è stato eletto, Obama ha fatto prevalentemente nomine di centro-sinistra e le sue dichiarazioni sono simili a quelle dei suoi predecessori della Stanza ovale.

2. a causa dell'immane ruolo ricoperto da Medio Oriente e Islam. Le sue prime due settimane da presidente sono state testimoni di un discorso inaugurale che ne ha fatto profusamente menzione, di una prima telefonata diplomatica fatta a Mahmoud Abbas dell'Autorità palestinese, della nomina di due inviati di spicco e della prima intervista rilasciata al canale televisivo Al-Arabiya.

In cosa consiste questo ciclone?

Afghanistan e Iraq. Nessuna sorpresa. Più attenzione al primo e meno enfasi al secondo («mi vedrete rispettare l'impegno preso di ridurre le truppe in Iraq»).

Iran. Una disponibilità a parlare con un regime iraniano combinata a un debole ribadimento dell'inammissibilità delle azioni di Teheran («l'Iran ha agito nei modi […] che non portano alla pace e alla prosperità»).

Conflitto arabo-israeliano. Una strana combinazione: Sì alle dichiarazioni riguardo agli imperativi di sicurezza di Israele e nessuna condanna della sua guerra contro Hamas. Ma anche profusi elogi per il "Piano Abdullah", un'iniziativa del 2002 in base alla quale gli arabi accettano l'esistenza di Israele e in cambio lo Stato ebraico tornerebbe ai confini esistenti nel giugno 1967, un piano che si diversifica dalle altre iniziative diplomatiche a causa delle sue innumerevoli questioni in sospeso e del totale affidamento sulla buona fede araba. Le elezioni israeliane hanno buone probabilità di portare al potere un governo che non è favorevole a questo piano, il che vorrebbe dire difficili rapporti israelo-statunitensi per il futuro.

Guerra al terrore. Un analista ha annunciato che Obama «sta mettendo fine alla guerra al terrore», ma questa è una congettura. Sì, è vero, il 22 gennaio Obama ha accennato al fatto che era «in corso una lotta contro la violenza e il terrorismo», evitando di definirla "guerra al terrore", ma più tardi nello stesso giorno ha invece parlato proprio di "guerra al terrore". Visti i numerosi modi maldestri con cui George W. Bush ha fatto allusione a questa guerra, inclusa «la grande lotta contro l'estremismo che adesso viene condotta fino in fondo in tutto il Medio Oriente», l'incongruenza di Obama finora lascia intendere una continuità con Bush più che un cambiamento.

Dialogo col mondo musulmano. Il riferimento fatto da Obama di voler ritornare «allo stesso rispetto e alla medesima collaborazione che gli Usa hanno avuto con il mondo musulmano negli ultimi venti o trenta anni» modifica la storia, ignorando che il 1989 fu un pessimo anno e che il 1979 fu il peggiore in assoluto riguardo ai rapporti tra Stati Uniti e mondo musulmano. (Nel novembre 1979 Khomeini, giunto al potere dopo aver rovesciato nel febbraio dello stesso anno lo Scià, sequestrò l'ambasciata americana di Teheran, mentre un'insurrezione islamista alla Mecca ispirò un'ondata di attacchi contro le missioni Usa in otto paesi a maggioranza musulmana.)

Democrazia. Rifarsi ai bei vecchi giorni "degli ultimi venti o trenta anni" contiene, comunque, un vero messaggio, come fa notare Fouad Ajami. Questa espressione denota «un ritorno alla Realpolitik e un'apertura nonostante tutto ai rapporti con il mondo musulmano». L'agenda di Bush basata sulla libertà è superata da oltre tre anni, adesso, con Obama i tiranni possono tirare il fiato.

E per finire, c'è la questione del legame personale che intercorre tra Obama e l'Islam. Nel corso della campagna presidenziale egli ha biasimato i dibattiti in merito ai suoi rapporti con l'Islam, definendoli come "fomentatori di paura" e ha riprovato quelli che hanno esaminato l'argomento, giudicandoli infamanti. Obama ha così categoricamente scoraggiato l'utilizzo del suo secondo nome, Hussein, che John McCain ha chiesto scusa quando uno speaker radiofonico, prima di un comizio elettorale del candidato repubblicano, ha osato dire "Barack Hussein Obama". Dopo le elezioni le regole sono radicalmente cambiate, con il nome per esteso pronunciato nel giuramento presidenziale e con il neopresidente che dice spontaneamente: «Nella mia famiglia ci sono dei membri musulmani, io ho vissuto in paesi musulmani».

È già abbastanza brutto che i legami familiari con l'Islam siano stati considerati un ostacolo durante la campagna presidenziale per poi immediatamente sfruttarli una volta in carica allo scopo di guadagnarsi la benevolenza dei musulmani. Peggio ancora, come osserva Diana West: «È dai tempi di Napoleone che un leader di una grande potenza occidentale non spezza in modo così imperturbabile una lancia a favore del mondo musulmano».

Ricapitolando, se le ritirata di Obama dal processo di democratizzazione segna uno sfortunato e importante cambiamento nella linea politica, il suo tono di scusa e il chiaro cambiamento dell'elettorato mostrano un cambiamento di principio e di direzione ancor più preoccupante.

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13 febbraio 2009

Lo "strappo" del nostro scontento


Si è molto discusso sul presunto strappo istituzionale creato, a detta dell'opposizione, dal solito Berlusconi quando, cocciutamente, ha voluto avvalersi della decretazione d'urgenza per interrompere il protocollo in atto di sospensione della nutrizione e idratazione, a Eluana Englaro. Non voglio tornare sull'argomento anche se la ferita ed il dibattito sono ancora aperti. E' piuttosto singolare come una minoranza chiassosa abbia rivoltato la frittata con veemenza, arrogandosi il merito di difensori della Costituzione violata e della figura del Capo dello Stato impunemente sfidata da un Governo irrispettoso. In realtà le polemiche, montate ad arte da chi ormai non ha altro obiettivo che lo screditamento dell'operato dell'esecutivo e, in primis, dal suo Presidente Berlusconi, non avrebbero avuto senso di esistere se solo ci si fosse presa la briga di rileggersi un po' di quella Costituzione che tanto viene acclamata. Ma tant'è e così, come di consueto, anche un caso drammatico come quello di Eluana, è un'ottima occasione per attaccare il Cavaliere.
Se il sistema informativo fosse stato puntuale nel descrivere l'incidente che si è verificato (il famoso strappo) che ha riempito le pagine dei quotidiani con titoloni a nove colonne, si sarebbe scoperto che chi l'ha provocato e chi ha agito in violazione della Costituzione è stato il Capo dello Stato Napolitano sostenuto da una parte cospicua dell'opposizione. Questo certo può che provocare sconcerto e preoccupazione, soprattutto perchè le accuse Dipietriste di stato di "dittatura" e le preoccupazioni di un "vero e proprio colpo di Stato" ritornano al mittente che, lui si, dovrebbe fornire ampie e rassicuranti spiegazioni, riconoscendo lo sbaglio e ristabilendo le competenze ed i ruoli propri della democrazia.

E' bene quindi rinfrescare la mente di coloro che, Costituzione alla mano, si sono prestati a interpretarla (per usare un eufemismo) svincolandosi dal suo dettato. Non c'è bisogno di essere costituzionalisti di fama per sapere che i Decreti Legge (anche quelli prodotti dal famigerato Governo Berlusconi) sono atti con valore di legge, che entrano in vigore immediatamente, adottati dal Governo (il Consiglio dei Ministri) in casi straordinari di necessità e urgenza. Non esiste quindi alcuna giustificazione in chi ha ravvisato in tale atto un "colpo di Stato". Anzi sarebbe meglio andarci piano con i paroloni sparati a vanvera che producono solo effetti devastanti di disinformazione. Si potrà certamente discutere se in questo specifico caso sussistevano i previsti presupposti di straordinarietà, necessità e urgenza, ma, sempre secondo Costituzione, tale compito è di esclusiva competenza del parlamento al quale, è bene ricordarlo, non è mai arrivato. Non è previsto nessun passaggio intermedio, nè, tanto meno, preventivi avvisi di incostituzionalità da parte del Capo dello Stato. Se così fosse, come poi è realmente successo, ci troveremmo di fronte ad un atteggiamento ostruzionistico lesivo delle competenze proprie del Governo e del diritto del Parlamento ad esprimersi. Naturalmente questo non è un mio parere personale, ma del Presidente emerito della Corte Costituzionale, Antonio Baldassarre, il quale ha testualmente dichiarato: "Il Capo dello Stato non puo' bloccare un decreto legge. La Costituzione - ha spiegato - dice che esso viene adottato l'art. 77 sotto l'esclusiva responsabilità del Governo. Quindi il Presidente non può rifiutarsi di firmarlo".

Che piaccia o no questa è la Costituzione, la stessa che vede paladini in sua difesa tutti quei parlamentari che hanno rigirato le carte in tavola col solo meschino scopo di screditare il Presidente del Consiglio. L'asse Presidente della Repubblica - Opposizione non ha prodotti buoni risultati e, volendo essere ancora più espliciti, preoccupa chi intravvede in questo sodalizio uno strumento illegittimo per ostacolare l'azione di un Governo che, non si dimentichi mai, è stato eletto dalla maggioranza degli italiani e quindi con tutti i crismi di uno Stato democratico. Non riconoscere questo può portare solo grossi guai.

11 febbraio 2009

La Costituzione non è sacra



Ad ogni alito di vento politico, ad ogni più insignificante polemica parlamentare, fino ai grandi temi etici o sociali, ci si arrabatta in dispute tra gli opposti schieramenti tirando immancabilmente in ballo la laicità dello Stato come dogma incontrovertibile e si pone il sigillo del dettato costituzionale. Questi sono i binari su cui ci si deve muovere e guai a chi accenna a dubbi o incertezze.
Sulla laicità dello Stato non ho nulla da obiettare perchè è garanzia di interventi che salvaguardano tutti i cittadini nel loro minestrone di credi religiosi, di principi morali e ideologici. Eppure questo principio di rispetto globale rischia spesso di essere letto come divieto alla libera espressione di ogni soggetto. Anzi, una tendenza che si sta imponendo è quella di un garantismo di sinistra (ma purtroppo esteso anche all'ala più moderata del centrosinistra) nei confronti delle religioni minoritariamente rappresentative. I politici più radicali ed i loro fans (dai centri sociali ad una rappresentanza limitata, ma imbufalita e chiassosa, del mondo studentesco, docenti inclusi) si battono a suon di occupazioni e cortei al fianco di altrettanti facinorosi integralisti islamici. I casi dell'occupazione delle piazze antistanti il duomo di Milano e San Petronio a Bologna ne sono testimonianza.
Ma la vera ragione per cui ci si schiera dalla parte dell'integralismo islamico (disconosciuto anche dagli stessi islamici moderati) non è tanto una scelta religiosa, quanto un'ossessiva guerra dichiarata contro la Chiesa cattolica, i suoi rappresentanti ed i fedeli. Loro sì accusati di "inopportune ingerenze" e minaccia pericolosa al sacro principio di laicità.
Di fatto al contributo positivo che la Chiesa, ed i cattolici in genere, propongono nel dibattito culturale e politico italiano viene data puntuale risposta con cipiglio e determinazione. Per tutti basti ricordare la manifestazione a favore della Famiglia che ha immediatamente registrato una contromanifestazione di risposta. E citiamo anche i pomodori in faccia a Giuliano Ferrara quando si è azzardato a parlare in termini critici di aborto. Queste lecite opinioni vengono sistematicamente bollate come "mine alla laicità", compresa la visita del Papa alla Sapienza di Roma (ingerente) alla quale si sarebbe voluta contrapporre una lezione di ex brigatisti (laica).
Il punto saliente dello scontro unilaterale è la negazione del principio cattolico di "diritto alla vita", che sia esso rivolto a un disabile come Eluana Englaro, o ad un feto sconosciuto. Questo diritto cozza contro la libertà di altri (il papà Beppino o la madre del futuro nascituro) e la laicità deve, non si sà perchè, garantire prima i diritti dei presenti anche a costo della morte dei più deboli, indifesi e invisibili.

In Italia si può parlare di tutto ma guai a toccare la Costituzione. Berlusconi ha istintivamente esternato termini dispregiativi definendola "sovietica", auspicando che possa essere modificata. Fulmini e saette l'hanno colpito dai banchi dell'opposizione. Sono convinto che siano ben pochi i parlamentari seduti nelle aule di camera e senato che l'abbiano letta per intero, ci si accoda ciecamente ai luminari del partito. Eppure vi sono elementi, poco conosciuti e mai spiegati nelle nostre scuole, che pongono seri dubbi sulla sacralità e bontà dell'attuale testo costituzionale. L'ex capo di Stato Francesco Cossiga, senza andare per il sottile, la definisce "un piccolo trattato di Yalta, fatto di assicurazioni e controassicurazioni". Il momento storico che ne vide la nascita ne caratterizza la "vacuità", De Gasperi e Togliatti si tutelarono reciprocamente. Nascono così astrusità - come le definisce Cossiga - tipo "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Non sulla libertà o sugli individui. Così Dossetti, o Moro, trovarono il compromesso del lavoro. E di compromessi ne è piena. Pensare ed aupicare quindi una sua revisione e una pacata rilettura attualizzandone i contenuti, influenzati dal periodo bellico e dall'incertezza sul futuro politico, non può non trovare concordi maggioranza e opposizione. Ma se la proposta parte da Berlusconi si è disposti anche a rinunciare, non in nome del popolo italiano, ma della assurda e sfacciata contrapposizione di schieramento.


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09 febbraio 2009

Arrivederci Eluana


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08 febbraio 2009

Eluana e la coscienza del Cav

Solamente acume politico e tattico? Berlusconi prende per le corna il “fattaccio” della povera Englaro con un colpo di coda, classico del suo temperamento. Così fu in quel di Vicenza, con i sondaggi su un’Unione diretta verso il largo e un Cavaliere che riuscì a tramutare una sconfitta in una vittoria.
23.000 voti di differenza che portarono la maggioranza, dell’allora governo di centro sinistra, a capitolare dopo poco tempo. Così fu sul famigerato “predellino”, annunciando la formazione di un partito di cui si sapeva poco e nulla, rilanciando una vittoria primaverile devastante per la sinistra.Così è stato anche questa volta: una maggioranza che si è dimostrata sfilacciata nelle ultime settimane si è scontrata nuovamente con il decisionismo ed il coraggio di Berlusconi. Dal decreto per l’industria alla riforma del processo penale, fino ad arrivare all’inaspettato decreto per salvare dalla disidratazione e dalla fame la povera Eluana.

Tutto politicamente ineccepibile. Quel filo sottile che divideva i poteri e l’equilibrio istituzionale è stato minato alle sue fondamenta, con Berlusconi - in pieno stile “Ok corral” - a dare filo da torcere a Napolitano ed alla carta costituzionale definita dallo stesso premier filo-sovietica.
Che Berlusconi abbia sempre odiato non poter porre rimedio ai colpi di testa dei suoi ministri lo si è sempre saputo, come abbiamo sempre saputo che l’abito da Presidente del Consiglio, così “taylorizzato”, gli è sempre stato stretto. Alla vigilia della candidatura di Bersani nel Pd, persino l’opposizione è rimasta spiazzata. Persino il centro di Casini ha dovuto capitolare davanti alla scelta di Berlusconi, con l’editoriale di Buttiglione comparso su Liberal: “Questa volta il governo ha ragione”. E siamo certi che, anche nelle file dei teo-dem, non sarà una scelta facile dire no a questo decreto lampo. Anche il Vaticano, ormai ai ferri corti da mesi, è rimasto basito dalla decisione di un decreto contro tutto e tutti pur di salvare Eluana, minando le regole (giuste o sbagliate non tocca a questo articolo stabilirlo) che regolano il nostro sistema dal dopoguerra. Sembrerebbe quindi per il Cavaliere giunto il momento di cogliere l’occasione per la tanto sospirata (o famigerata) riforma della costituzione che renderebbe la nostra repubblica molto più a “ stelle e strisce” piuttosto che a “cerchi stellati” fondo blù. Riforma insostituibile per terminare in “gloria” al Quirinale una carriera politica fatta di poche sconfitte e tante vittorie. Tutto perfetto: opposizione spaccata, Di Pietro nell’angolo, Napolitano “carnefice” ed il Cavaliere a “camminare sulle acque”. Ed Eluana?

Ora il governo cercherà in ogni modo di evitare lo scontro istituzionale con il Capo dello Stato anche senza avere mai accettato l’idea di non poter intervenire. In tutta questa enorme confusione emerge però l’unica e sola verità: la Cassazione, che ha emanato un decreto esecutivo in base ad una legge che non esiste ed arrogandosi il diritto di un potere che non le spetta. Un decreto esecutivo che, in pochi lo hanno ricordato, non obbliga nessuno ad operare ciò che si sta facendo su Eluana Englaro (visto che il Servizio Sanitario Nazionale non rientra nell’obbligo di praticare codesti “servizi”). Per evitare ulteriori “strappi” si potrebbe quindi investire il Parlamento nella discussione del decreto lampo voluto dal Cavaliere facendo tornare l’ordine costituzionale che prevede che sia il Parlamento a legiferare e non altri organismi istituzionali che invece dovrebbero fare l’elettroshock. Di fronte ad un voto del Parlamento le riserve giuridiche andrebbero scemando ed il Presidente, davanti ad un voto, potrebbe promulgare una legge che , in quanto tale, richiederebbe alla magistratura di essere applicata. E in tutto questo c’è però sempre di mezzo Eluana...

Noi non abbiamo mai creduto all’etica berlusconiana. Non ci abbiamo mai creduto perché non è mai esistita. Solo freddi calcoli ragionati dei consiglieri più stretti del premier mischiati ai grandi numeri percentuali dei sondaggi. Basta solo guardare il governo (comunque migliore di una opposizione inesistente) piramidale e “monarchico” di oggi per rendersene conto. Il centro destra “sdoganato” da Berlusconi si è sempre dimostrato spietato con il suo avversario, precedendolo nelle idee salvo dettare spesso nuove regole incomprensibili alla vecchia nomenklatura irrigidita. Anche questa volta il Cavaliere ha anticipato tutti, accentrando su di se il dibattito ed i riflettori e forse colmando qualche punticino perso per strada in questi primi mesi di governo.
Ma c’è anche un’altra domanda che ci siamo posti: Tutto cinismo e freddi calcoli anche questa volta, oppure il Cavaliere è davvero convinto della sua decisione? Difficile da dire con così pochi elementi. C’è chi come Ricolfi (oggi su La Stampa) esorta a non politicizzare un argomento come questo senza poi rendersi conto di comportarsi come Ponzio Pilato; c’è chi come Pansa fa l’ex comunista ed il libertario allo stesso tempo; c’è chi, come Polito sul riformista, non sa che pesci prendere ma sta con la costituzione e chi come Giuliano Ferrara a sprecare kleenex osservando il rinato coraggio che vide assente all’epoca della sua discesa in campo.

Noi ci crediamo poco, ma da inguaribili pragmatici vogliamo anche essere per un attimo idealisti: chissà se il Cav ci crede davvero anche un po'…

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03 febbraio 2009

Tocqueville again!


Siamo tornati!


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Global freezing!

Riporto, fedelmente, un bellissimo articolo di Franco Maloberti apparso qualche tempo fa sul quotidiano online Legno Storto. Da leggere con attenzione e spirito critico!





La Truffa del Millennio

Così, forse, sarà chiamata nei libri di storia la vicenda del global warming, ora ribattezzata climate changing. La storia farà presto il suo corso e le basi scientifiche che tengono in ansia il mondo (e la fama che ha dato ricchezza a un certo numero di “scienziati”) si sveleranno inconsistenti.
Come noto, il dibattito sul clima è sostenuto scientificamente dalle certezze di un gruppo di ricercatori che svelano che l’uomo è responsabile della “pazzia” del clima. Gli studi, confortati da dispendiose misurazioni che “dimenticano” che una discreta percentuale del globo è coperto da acqua e che di centraline galleggianti se ne hanno ben poche, si basano su due grossolani errori scientifici: il sistema climatico, dinamico e non-lineare, viene taroccato e diventa di controllata linearità. Il secondo errore è che la scala temporale da centinaia di anni o decine di secoli è ridotta a decine di anni. I due errori sono presumibilmente noti al gruppo, in realtà piccolo, dei “ricercatori” che, avendo basato la propria carriera sulle vicende climatiche, non può ammettere la propria inadeguatezza (o disonestà) scientifica. E’ ovvio che uno che ha trascurato da tempo gli studi per partecipare a party e feste con politici e ambientalisti vari in località amene, vede con terrore la perdita dei privilegi e lotta con tutte le forze per tenere in piedi traballanti fandonie scientifiche.
Veniamo al sodo: un sistema non-lineare, ben analizzato in diversi contesti, incluso il mercato finanziario, è “pazzo”, ovvero, genera risposte un po’ caotiche con oscillazioni quasi-periodiche a diversi tempi di ripetizione (cicli). Inoltre, e questo è molto importante, la risposta dipende fortemente dalle condizioni di partenza che, nel caso climatico, sono altamente aleatorie e imprecisamente misurabili. I furbacchioni del Working Group dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) hanno “domato” le equazioni fisiche non-lineari con una serie di parametri di fitting che ottengono qualsiasi risultato si desideri (ovviamente, le equazioni usate e i parametri di fitting rimangono “defilati”). Poi, hanno introdotto le dipendenze dai gas “nemici” dimenticando altri parametri (quelli che portano a oscillazioni naturali ma poco funzionali al risultato voluto) che sono, casomai, dominanti. Dato che i cicli non si possono ignorare, i baldi hanno menzionato nel loro ultimo parolaio rapporto i cicli di Milankovitch che, avendo una periodicità di centomila anni, contano come i cavoli a merenda; invece, si sono “dimenticati” dei cicli con periodicità di migliaia di anni, di centinaia di anni e giù fino alle oscillazioni multidecennali. Poi, confortati da orsi stancamente appoggiati su blocchi di ghiaccio fondente, hanno presentato dei grafici con la precisione del centesimo di grado che si appiccicano come un francobollo a dati spacciati come sperimentali e il tutto, ovviamente, per “dimostrare” che esiste una sorprendente correlazione tra CO2 e temperatura “media”. Roba che se facevano un modellino semplice, tipo T= To+k Conc(CO2), ottenevano la stessa cosa, e senza fare tanta fatica. Infine, per non dare troppo nell’occhio, hanno introdotto un po’ di zigrinature scrivendo le equazioni (quelle con i parametri di fitting "amici") un milione di volte e hanno risolto il tutto con un supercomputer. Le equazioni sono alle differenze finite (ma tutti, per sistemi complessi come quello terrestre, usano gli elementi finiti) e utilizzano una griglia spaziale che prima era di 500 km che, dopo un po’ di esitazione, è diventata di 110 km. Ovvero: prima calcolavano la temperatura media della superficie del globo (che roba è?) con un modello che tiene in conto Roma, Bologna e Brennero, ora include anche Lodi e il monte Bianco (medie proprio accurate, perbacco!). In compenso la “acceptance” dei risultati è per un numero elevato di “scienziati” ma, per onestà, i 152 che hanno scritto il rapporto hanno precisato che “acceptance” non vuol dire gradimento riga per riga ma, così, un’accettazione per simpatia (precisazione scritta sulla copertina del rapporto).

Il secondo piccolo trucco è stato di usare scale temporali di sole decine di anni così si confonde il segnale con il “rumore”, ovvero quella fluttuazione inspiegata e casuale che, per fortuna, li ha gratificato per un po’, ma che negli ultimi anni, per sfiga, li perseguita (per questo, la parola riscaldamento è stata scartata). Tutti sanno della variabilità a breve del clima, ma i nostri, senza vergogna, parlano di trend con dati di dieci o quindici anni. Pertanto, la signora Solomon può dissertare di vapor acqueo (al 98% di origine naturale) nel periodo 1989-2004 per ottenere variazioni dell’1.2% in un decennio e usare misure di temperatura su un periodo di 23 anni che indicano crescite “certe” della temperatura di 0,17° per decennio (slide numero 10 – IPCCWC1). Poi, tanto per gradire, Susan presenta un bel grafico che mostra che l’eruzione del monte Pinatubo provoca una variazione della temperatura media di -0.63° in un anno ma poi, l’effetto perturbante, che ovviamente è di solo raffreddamento, svanisce, così come aveva fatto quello del birichino El Chicon. E per il futuro? Perbacco, basta fare una bella estrapolazione lineare con inaccuratezza a trombetta e tanti saluti. Tutti sanno che se ieri era freddo e oggi è caldino, domani farà certo un caldo da bestia. Che sciocchezze queste non-linearità e i comportamenti ciclici e caotici!
Infine, per non annoiare ulteriormente, si menziona la chicca del rapporto IPCC del 2007 che dice che dopo sei anni dal terzo rapporto (TAR) ci sono migliorie che rendono ovviamente le certezze del terzo rapporto, verità certissime. Inoltre, si dice che le previsioni meteorologiche, inaffidabili a due o tre settimane, a cinquant’anni diventano precisissime perché, come noto, non si può prevedere quando un tizio muoia, ma si può dire che in media il soggetto morirà e, nei paesi industrializzati, il misero ci saluta a 75 anni (pag. 101 del rapporto). Poi, per quanto riguarda le incertezze sulle nuvole che turbavano i rapporti precedenti (con errori dell’80%) niente paura, gli studiosi sono ancora un po’ incerti ma lo dicono sottovoce (Table 7.10a e 7.10b: Scientific Understanding: Low, Very Low, Very Low, Very Low, Very Low, ecc.). Ma, … tutto sommato le nuvole sono poco importanti (quando non ci sono) e poi, … mica si può mandare tutto in vacca per una qualche nuvola pazzerella.

(A proposito, mica scherzo).


UPDATE 3 FEB 2009 ORE 21:55

Un altro interessante spunto sull'argomento poteter leggerlo qui!



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