Scusate se entro a piedi uniti in un periodo di idillio e disillusione gentilmente offertoci dal nuovo presidente Usa Barack Obama, ma dopo aver dato a Barack ciò che di Barack, è ora di dare ad Evo quel che è di Evo. Ma chi è Evo? Evo Morales Ayma è la sintesi meno fotogenica di Barack Hussein Obama ed Hugo Chávez Frias. Evo e Barack, sono accomunati dalla loro fulminante carriera dal basso (il primo cocaleros difensore dei diritti degli indigeni, il secondo, avvocato impegnato nella difesa dei diritti civili), dalla loro oratoria che infervora le folle. Evo, come Barack è un primatista: il primo presidente indio del paese e del continente (e presumibilmente del mondo) e come Barack, ma in piccolo il 21 gennaio 2006 venne accolto da una folla festante e commossa di 30.000 indios fra le rovine di Tiwanaku che pregavano e ballavano ed il giorno successivo giurò fra i tappeti rossi del Parlamento di La Paz.…
E poi, come non vedere Obama che parla di sanità ed assistenza nell’Evo che ha dirottato il 30% delle imposte sugli idrocarburi alla “Renta Dignitad”, il sussidio per poveri ed ultra 65enni o ancora il Barack che salva e nazionalizza banche ed aiuta le imprese automobilistiche nell’Evo che ha nazionalizzato giacimenti di gas ed idrocarburi o ancora il Barack dei 3 milioni di posti di lavoro nell’Evo che ha rivisto la politica sui licenziamenti, il Barack che chiama alla responsabilità nell’uso dei fondi statali nell’Evo che ha ridimensionato le spese degli apparati pubblici o l’Obama dell’eguaglianza nell’Evo dei diritti degli indios…D'altronde il primo a dirlo è stato proprio Lula che sogna ora una connection degli ex ultimi della terra con l'ultimo diventato primo.
24 gennaio 2009
Barack...Ma dove l'avevo visto prima? In Bolivia!
Pubblicato da AMD a 20.53 3 commenti Link a questo post
22 gennaio 2009
Obama 2009 Inauguration and Address
Ringrazio il presidente Bush per il suo servizio a questa nazione, e per la generosità e spirito di cooperazione che ha dimostrato durante questo periodo di transizione.
Quarantaquattro Americani hanno prestato il giuramento presidenziale. Queste parole sono state pronunciate durante maree di crescente prosperità e calme acque di pace. Tuttavia, è anche capitato che il giuramento sia stato proclamato sotto nubi incombenti e violenti temporali. In quei momenti, l’America è andata avanti non solo grazie alle capacità e alla visione delle persone agli alti posti di comando, ma poichè noi tutti, come popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri fondatori, e sinceri davanti alle nostre Carte fondamentali.
Finora è andata così, e così dovrà andare anche per questa generazione di Americani.
Il fatto che ci troviamo nel mezzo di una crisi è ora ben chiaro. La nostra nazione è in guerra contro ad una potente rete di violenza e odio. La nostra economia è pesantemente indebolita, in conseguenza dell’avarizia e dell’irresponsabilità da parte di alcuni, ma anche dal nostro fallimento collettivo di operare scelte difficili e preparare la nazione per una nuova era. Sono state perse abitazioni; sono stati tagliati posti di lavoro; molte imprese hanno chiuso. Il nostro sistema sanitario costa troppo; le nostre scuole bocciano troppi giovani; e ogni giorno porta con sè ulteriori prove che la maniera in cui usiamo l’energia rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.
Questi sono indicatori di una crisi, misurati da informazioni e statistiche. Meno misurabile, ma non meno profonda è un’indebolita confidenza che attraversa l’intera nazione - una paura persistente che il declino dell’America sia inevitabile, e che le nuove generazioni dovranno ridurre le proprie aspirazioni.
Oggi vi dico che le sfide che ci attendono sono reali. Sono serie e sono molte. Queste sfide non verranno affrontate facilmente, o in un breve periodo. Ma sappi questo, America - queste sfide verranno affrontate.
In questo giorno, ci ritroviamo qui poichè abbiamo scelto la speranza sopra la paura, l’unità di propositi sopra al conflitto e alla discordia.
In questo giorno, ci raduniamo per proclamare la fine dei problemi insulsi, delle false promesse, delle recriminazioni e dei dogmi inutili che per troppo tempo hanno strangolato la nostra politica.
Siamo una nazione giovane, ma come si evince dalle parole nella Scrittura, è giunto il tempo di mettere da parte le faccende da fanciulli. E’ giunto il tempo di riaffermare la resistenza dei nostri spiriti ; il tempo di scegliere la nostra storia migliore. E’ giunto il tempo di portare avanti quel dono prezioso, quella nobile idea, che passa da generazione in generazione: la promessa divina che gli uomini sono tutti uguali, che tutti sono liberi, e che tutti hanno diritto all’opportunità di ricercare la propria piena felicità.
Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, comprendiamo che la grandezza non è una cosa data per scontata. Deve essere guadagnata. Il nostro viaggio non è mai stato caratterizzato da scorciatoie o da compromessi. Non abbiamo imboccato una strada per chi non ha coraggio - per quelli che preferiscono l’ozio al lavoro, o che cercano solamente i piaceri derivanti dalla ricchezza e dalla fama. Piuttosto, è stato un percorso per chi sa prendere rischi, per chi lavora, per chi crea cose - alcuni celebrati, ma molto più spesso uomini e donne ignoti nella loro fatica, che ci hanno portato molto avanti, nel lungo e difficile sentiero verso la prosperità e la libertà.
Per noi, essi hanno messo in valigia i propri miseri averi e hanno attraversato oceani alla ricerca di una nuova vita.
Per noi, hanno faticato in pessime condizioni e hanno abitato il West; hanno sopportato il colpo di una frusta e arato dure terre.
Per noi, essi hanno combattuto e sono morti, in posti come Concord e Gettysburg; in Normandia e a Khe Sahn.
Altro tempo, e ancora questi uomini e donne hanno lottato e si sono sacrificati, e hanno lavorato fino a che le loro mani fossero dure, così che noi potessimo avere una vita migliore.
Essi videro l’America come qualcosa di più grande della somma delle nostre ambizioni individuali; qualcosa di più importante di tutte le differenze di nascita, ricchezza o fazione politica.
Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniano la nazione più prosperosa e potente della Terra. I nostri lavoratori non sono meno laboriosi di quando è cominciata la crisi. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e i nostri servizi non sono meno necessari di quanto lo fossero la scorsa settimana, lo scorso mese o lo scorso anno. Il nostro potenziale non è diminuito. Ma il nostro tempo di starsene soddisfatti, di proteggere interessi particolari e di rimandare decisioni spiacevoli - quel tempo è decisamente passato. A partire da oggi, dobbiamo rialzarci, scuotere la polvere di dosso e cominciare nuovamente l’impresa di ricostruire l’America.
Poichè, ovunque si volga lo sguardo, c’è del lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede azione, forte e veloce, e noi ci attiveremo - non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per preparare nuove fondamenta per la crescita. Costruiremo ponti e strade, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano il nostro commercio e ci tengono in contatto. Riporteremo la scienza al ruolo che le spetta, e raccoglieremo i prodigi della tecnologia per aumentare la qualità del sistema sanitario e abbassare i suoi costi. Mieteremo dal sole, dal vento e dalla terra per dare energia alle nostre macchine e alle nostre industrie. E trasformeremo le nostre scuole e le nostre università perchè sappiano sostenere le richieste di una nuova era. Tutto questo possiamo fare, e tutto questo faremo.
Ora, ci sono alcuni che mettono in dubbio la scala delle nostre ambizioni - che suggeriscono che il nostro sistema non riesca a tollerare troppi grandi progetti. Le loro memorie sono brevi. Essi hanno infatti dimenticato quello che questa nazione ha già fatto; quello che uomini e donne libere possono ottenere quando l’immaginazione si sposa con un comune proposito, e la necessità con il coraggio.
Ciò che i cinici non comprendono è che il terreno si è rivoltato sotto i loro piedi - che i soliti argomenti politici che ci hanno consumato per così tanto tempo non si applicano alla situazione corrente. La domanda che ci facciamo oggi non è se il governo sia troppo grande o troppo piccolo, bensì se esso sia efficace -se stia aiutando le famiglie a trovare lavoro con una giusta paga, se provveda a cure accessibili, a pensioni dignitose. Se la risposta sarà sì, allora andremo avanti. Se sarà no, i programmi verranno interrotti. E coloro tra noi che amministrano il denaro pubblico verrano ritenuti responsabili nello spendere con saggezza, nel riformare le cattive abitudini e nel condurre il proprio lavoro alla luce del giorno - poichè solo in questo modo potremo ricostruire la fiducia vitale tra un popolo e il suo governo.
La domanda davanti a noi non è neppure se il mercato sia una forza positiva o negativa. Il suo potere di generare ricchezza e espandere la libertà è impareggiabile, ma questa crisi ci ha ricordato che, senza un occhio vigile, il mercato può perdere il controllo, e una nazione non può prosperare a lungo quando favorisce solamente i più ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalla misura del nostro prodotto interno lordo, ma anche dalla sua capillare distribuzione; dalla nostra capacità di estendere le opportunità a chiunque le cerchi - e non per spirito di carità, ma per convinzione che si tratti della strada più sicura verso il bene comune.
Per quanto riguarda la nostra difesa, rigettiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I nostri Padri Fondatori, davanti a rischi che possiamo solo lontanamente immaginare, hanno preparato un documento per che assicurasse il valore assoluto della legge e i diritti dell’uomo. Un documento poi esteso grazie al sangue di generazioni. Quegli ideali ancora oggi illuminano il mondo, e non ce ne priveremo per miseri espedienti. Per questo motivo, a tutti i popoli e ai governi che oggi ci osservano, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove nacque mio padre: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti a guidare il mondo ancora una volta.
Ricordatevi che le passate generazioni hanno sconfitto il fascismo e il comunismo non solo con missili e carrarmati, ma anche con forti alleanze e con durevoli convinzioni. Essi capirono che il nostro potere da solo non ci può proteggere, e che non ci autorizza a fare quello che ci pare. Al contrario, compresero che il nostro potere si accresce tramite un suo uso prudente; la nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle tempranti qualità dell’umiltà e del controllo di sè.
Noi siamo gli eredi di questo patrimonio. Guidati da questi principi, ancora una volta sapremo confrontarci con nuove minacce, che richiederanno uno sforzo ancora maggiore - una più grande cooperazione e comprensione tra nazioni. Cominceremo a lasciare l’Iraq in modo responsabile alla sua gente, e a costruire una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con vecchi amici e antichi nemici, lavoreremo senza stancarci per diminuire la minaccia nucleare e per cancellare lo spettro del riscaldamento globale. Non chiederemo scusa per il nostro modo di vita, e non tremeremo quando dovremo difenderlo, e per coloro i quali cerchino di avanzare le proprie mire inducendo il terrore e massacrando innocenti, diciamo loro che il nostro spirito è più forte e non può essere spezzato; non potete durare più di noi, e vi sconfiggeremo.
Questo fatto si basa sulla consapevolezza che il mosaico delle nostre origini è una forza, non una debolezza. Siamo una nazione di Cristiani e Musulmani, di Ebrei e di Indù - e di non credenti. Siamo caratterizzati da ogni lingua e ogni cultura, attirata da ogni parte del mondo; e poichè abbiamo assaggiato il boccone amaro della guerra civile e della segregazione, e siamo emersi da quell’oscuro capitolo più forti e più uniti, non possiamo che credere che gli odi antichi un giorno passeranno; che i confini tribali presto si dissolveranno; che mentre il mondo si fa sempre più piccolo, presto il senso della nostra comune umanità si farà evidente; e l’America deve giocare il proprio ruolo nell’introdurre una nuova era di pace.
Al mondo Musulmano, dico che stiamo cercando una nuova via per andare avanti, basata su un interesse e su un rispetto reciproco. Ai governanti nel mondo che cercano di fomentare conflitti o incolpano l’Occidente dei problemi nelle proprie rispettive società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno per ciò che avrete costruito, non per ciò che avrete distrutto. A coloro i quali si tengono al potere tramite la corruzione, la falsità e la repressione del dissenso, sappiate che siete sul fronte sbagliato della storia; ma saremo pronti a darvi la mano se sarete disposti a distendere il pugno.
Ai popoli delle nazioni povere, vi promettiamo che lavoreremo assieme a voi per far sì che le vostre fattorie siano rigogliose e che acque pulite possano scorrere; per nutrire corpi affamati e sfamare menti desiderose di sapere. Alle nazioni che, come la nostra, godono di una relativa ricchezza, diciamo che non possiamo più permetterci l’indifferenza alla sofferenza che ha luogo fuori dai nostri confini; e non possiamo continuare a consumare le risorse del mondo senza curarci degli effetti. Il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare con esso.
Mentre consideriamo la strada che si dispiega davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi Americani che, in questo preciso istante, stanno pattugliando deserti desolanti e montagne lontane. Essi ci dicono qualcosa oggi, proprio come gli eroi caduti che riposano ad Arlington ci sussurrano da generazioni. Noi li onoriamo non solo poichè sono i guardiani della nostra libertà, ma anche poichè incarnano lo spirito di servizio; un desiderio di trovare un significato in qualcosa di più grande di loro stessi. E ancora oggi, in questo momento, un momento che definirà una generazione, è precisamente questo spirito che ci deve conquistare.
Poichè per quanto il governo possa e debba fare, alla fine gli elementi su cui si regge questa nazione sono la fede e la determinazione del popolo Americano. E’ la generosità di accogliere in casa un forestiero quando si rompe una diga, è l’altruismo dei lavoratori che preferiscono tagliare le proprie ore di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il proprio posto: queste sono le cose che ci fanno luce durante le ore più buie. E’ sia il coraggio dei pompieri che si buttano in una scala piena di fumo, sia la decisione di due genitori di crescere un figlio, a decidere del nostro destino.
Può darsi che le nostre sfide siano nuove. Gli strumenti con cui le affronteremo saranno nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo - lavoro duro e onestà, coraggio e correttezza, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - queste sono cose antiche. E sono cose vere. Sono state le forze silenziose del progresso attraverso la nostra storia. Ciò che si chiede oggi è un ritorno a queste verità. Ciò che si chiede oggi è una nuova era di responsabilità, una presa di coscienza, da parte di ogni Americano, che abbiamo dei compiti per noi stessi, per la nostra nazione e per il mondo. Compiti che non accettiamo mugugnando ma che piuttosto abbracciamo felici, fermi nella consapevolezza che niente soddisfa il nostro spirito e definisce il nostro carattere come il fare del nostro meglio nei momenti più difficili.
Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.
Questa è la sorgente della nostra confidenza - la consapevolezza che Dio ci ha chiamati per dare forma ad un destino incerto.
Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - uomini, donne e bambini di ogni razza e fede si riuniscono per festeggiare su questa magnifica spianata, e un uomo il cui padre meno di sessant’anni fa non avrebbe potuto farsi servire a un ristorante può ora stare qui davanti a voi e prestare un solenne giuramento.
Teniamo dunque questa giornata come un ricordo, di quello che siamo e di quanta strada abbiamo fatto. Negli anni della nascita degli Stati Uniti, nei mesi più freddi, vi era una piccola banda di patrioti, stretti intorno a piccoli fuochi, in un accampamento sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. In un momento in cui l’esito della rivoluzione era in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole fossero lette al popolo:
“Che sia reso noto al mondo futuro… che nel profondo dell’inverno, quando nulla se non la speranza e la virtù sarebbe potuto sopravvivere, la città e la nazione, allarmate per il comune pericolo, si fecero avanti per affrontarlo”
America. Di fronte ai nostri pericoli comuni, in questo inverno delle nostre difficoltà, ricordiamoci di quelle parole senza tempo. Con la speranza e con la virtù, affrontiamo coraggiosamente ancora una volta le correnti gelide e resistiamo a qualsiasi tempesta si possa presentare. Facciamo sì che i figli dei nostri figli possano dire, un giorno, che quando noi fummo provati, ci rifiutammo di concludere questo viaggio, di tornare indietro o di esitare. Essi potranno dire che noi, con gli occhi fissi all’orizzonte e la grazia di Dio sopra di noi, portammo avanti il grande dono della libertà e lo consegnammo intatto alle future generazioni.
Technorati Tags: Obama, Inauguration, USA
Pubblicato da Chris a 19.56 2 commenti Link a questo post
21 gennaio 2009
Chi brucerà le bandiere per Hutu e Tutsi?
Venti giorni di Gaza. Chi non ne ha parlato? Chi non è rimasto colpito dall’invasione israeliana nei Territori, dalla striscia di sangue lasciata da questi giorni di Guerra? Tutti, suppongo. Sono state bruciate le solite bandiere, è stato ribadito il solito diritto ad uno stato da parte dei palestinesi ed è stata fatta la classica domanda: possono decine di morti israeliani per i missili giustificare l’uccisione di migliaia di persone operata a Gaza? Chi è disposto a ripetere tutto ciò in Congo? Già, perché da qualche giorno 1.500 soldati ruandesi sono entrati in un paese diverso (così non potremo metterla sul piano della guerra civile), il Congo appunto, e stanno iniziando o verrebbe da dire, ricominciando la storica caccia agli Hutu, con la copertura della cattura dei ribelli delle Forze Democratiche del Ruanda, sconfinati in Congo e considerati fra i protagonisti del genocidio dei Tutsi nel 1994. Tutsi contro Hutu, ancora una volta (così nessuno potrà dire che non si tratta di una resa dei conti etnica). Per giunta si è spenta anche l’eco del grande assedio in Nord Kivu da parte del generale Laurent Nkunda e dei ribelli congolesi del Congresso Nazionale del Popolo, che si considerano i difensore dei Tutsi e mirano al distacco del Kivu dal resto della nazione congolese e che probabilmente stanno facilitando questo ingresso dell’esercito ruandese per una maggiore mobilità nella regione contro l’esercito regolare della Repubblica Democratica del Congo. La possibilità di un ennesimo contatto fra gli eserciti regolari, forze ribelli che imperversano e soprattutto l’ennesima rivincita avviata dai Tutsi contro gli Hutu, mentre la missione Onu continua ad essere impotente. Quello che mi stupisce è che non sto vedendo proteste, bandiere bruciate, accuse di genocidio e voglio porre anche io una classica domanda: forse le decine di migliaia di morti in Ruanda e Congo sono meno importanti dei mille morti di Gaza? Banale vero, ma provate a rispondere…A me sembra proprio di sì.
Pubblicato da AMD a 22.22 2 commenti Link a questo post
Etichette: Esteri
Wall Street trusts it!
Eric Allie, Caglecartoons.com
Technorati Tags: Obama, Wall Street, economia, change
Pubblicato da Chris a 18.31 0 commenti Link a questo post
20 gennaio 2009
The honeymoon doesn't last long
By Karl Rove
January 15, 2009 - Wsj
*On Tuesday, America can take pride in a special transfer of power as Barack Obama becomes the first African-American to be sworn in as president.
Shortly after the ceremony, the new president's aides will slip away to inspect the offices they now inhabit. They've put much of their lives on hold to take jobs that will last, for most, two or three years. Hours will be long, pressure unrelenting, decisions momentous, and families often neglected. Every American should respect their sacrifices.
What these aides will soon realize is that they aren't history, but passing through it. I learned that from an elderly man who told me "to honor the house" as he emptied my trash bin late my first day at work.
That is what an administration owes the country. But it is not all it owes. There is also the matter of governing. Team Obama is about to learn that it's easier to campaign than to govern.
In fact, they are already learning it. Last February, Congress passed a stimulus bill, adding $152 billion to the deficit. Mr. Obama called it "deficit spending" and criticized the "disdain for pay-as-you-go budgeting" in Washington. Now he forecasts trillion dollar deficits on his watch. Mr. Obama, the candidate, criticized the "careless and incompetent execution" of the Iraq war. But as president-elect, he decided to retain George W. Bush's defense secretary and put a Bush adviser in charge of the National Security Council.
More significantly, Team Obama is stumbling on its biggest priority -- an economic stimulus package. One stutter step came when Mr. Obama said he looked forward to signing a stimulus bill on Jan. 20 and then failed to lay out a proposal by mid-December so Congress could chew it over. That led House Appropriations Chairman David Obey to carp that "We've got to have some signals called by Obama . . . it's hard to negotiate" when Team Obama "hasn't decided what they want."
Mr. Obama also tripped himself up by sending advisers to Capitol Hill on Dec. 18 to say that he wanted a stimulus bill to cost between $670 billion and $770 billion, but that he would accept $850 billion. This invited Congress to roll him and spend more. Now he may see not only his number shredded but the elements of his package as well.
Mr. Obama can recover. But he has to avoid losing his footing again by allowing Congress to enact its wish list instead of policies that will help the economy. He seems to be mistaking what may be good ideas for economic stimulants. Ensuring "that within five years, all of America's medical records are computerized" is a fine idea, but the Bush administration already set that goal and developed standards and structure to make it happen. Mr. Obama will claim credit for it but it won't quickly create jobs.
And then there's Medicaid. Mr. Obama wants to give about $100 billion to help states expand the program. This will add $100 billion or more a year to the baseline of an entitlement everyone admits is out of control.
Many Obama proposals are spending marketed as stimulus. Much of his "middle-class tax cut" goes to people who have no federal income tax liability. It's really a $500 per worker annual tax credit. Is $20 a week ($40 for couples) in welfare stimulative?
Top Obama adviser David Axelrod's polling and focus groups may suggest that calling new spending "investment" instead of "infrastructure" wins support. But in the end, spending money on the same old junk will do little for the economy.
Mr. Obama is riding high and setting lofty expectations as well. This is evident in the ever increasing number of jobs he promises to save or create. On Nov. 22, it was 2.5 million. On Dec. 20, it was three million. Then it was 3.675 million. And finally this past weekend it was 4.1 million. Mr. Obama may be counting on the fact that it will be impossible to verify how many jobs he really "saved." But the claims seem unrealistic anyway.
Take the "green jobs" he promises. There are 6,856 people who work for companies that make solar cells in America and 2,150 people who work for the biggest wind equipment maker. Mr. Obama says he'll create 459,000 new "green energy" jobs like those. Can he really do that? A lot of people will be keeping score.
Mr. Obama says 244,000 of his new jobs will be in government. Will these new government employees disappear when the economy recovers? Or is Mr. Obama pushing the largest expansion of government since LBJ's Great Society?
For all the pride America can have next Tuesday, these issues are real and not going away. The inauguration is a moment of constitutional significance and important symbolism. Team Obama should enjoy it. As I can attest personally, it won't last long. By the next day, the realities of governing will intrude.
* Non ho avuto il tempo per tradurlo, fate un piccolo sforzo, ma leggetelo!
Technorati Tags: Obama, Inauguration Day, 20 jan 2009
Pubblicato da Chris a 19.22 0 commenti Link a questo post
19 gennaio 2009
Pla.Net.News: doppio gioco ottomano, risate sull'Olocausto e il pennello di Putin
Asia in meditazione. Dopo lo scandalo Satyam l'India ripensa la sua governance. Mentre i palestinesi recuperano i loro morti dalle macerie, Israele scopre ingenti riserve di gas naturale ad Haifa. Il ministero dell'integrazione israeliano ha inaugurato l'operazione "esercito di blogger" come arma di propaganda autodefinitasi sionista. Ma hackers palestinesi hanno violato alcuni importanti siti israeliani. Anche il Vaticano intende aprire il suo canale su Youtube. L'Arabia Saudita è preoccupata per le fatwa lanciate dagli estremisti contro la monarchia. Al contrario il presidente siriano infiamma il sentimento religioso lanciando vendette contro Israele. Erdogan e la Turchia fanno il doppio gioco: da una parte il premier chiede il bando di Israele dall'Onu; dall'altra spinge per l'integrazione europea. L'Iran annuncia una serie di fumetti satirici sull'olocausto ebraico. Non è uno scherzo ma fa sorridere lo stesso: un quadro è stato battuto all'asta per oltre un milione di dollari. La notizia è che la tela porta la firma di Putin, versione artista del pennello. Intelligenza bipartisan: Obama chiede consigli a McCain. Intanto il nuovo presidente delude Chavez. Smaltito il party dell'inaugurazione, Obama si concentra sul rafforzamento dell'assistenza sanitaria al crescente numero di disoccupati che, oltre al lavoro, perdono anche l'assicurazione medica. Pace fatta tra Ucraina e Russia?Forse sì, ma l'Ucraina sembra aver di nuovo perso la battaglia.
Pubblicato da Gabriele Cazzulini a 08.52 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media
Obama arriva a Washington - inizia la storia(?)
Pubblicato da Gabriele Cazzulini a 00.08 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media
17 gennaio 2009
Annozero, emozioni e sentimento
Pubblicato da Chris a 11.49 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Politica
16 gennaio 2009
Pla.Net.News: purghe staliniane, l'Italia preda di Gazprom e il water bulgaro
Anche la Cina si decide a lanciare un pacchetto di stimolo economico per il settore automobilistico. Quindi la crisi è davvero nera come il catrame della strada. Ma il problema più pressante è l'attivismo giovanile che il governo non sa come gestire. Tolleranza o repressione? Il presidente del Turkmenistan si ricorda delle purghe staliniane e decapita un terzo del governo, tanto per trovare un motivo per finire sui giornali. Anche Sarkozy annuncia un rimpasto di governo che promuove i fedelissimi - serrare i ranghi è un segnale d'allarme? In faccia all'anti-semitismo mondiale, la popolazione israeliana invia 3000 pacchi umanitari al suo esercito, specificando su ogni pacco il numero di telefono che il soldato può chiamare per ricevere ascolto. Ma Israele deve anche affrontare la più grave crisi idrica degli ultimi 80 anni. Dall'acqua al gas, Gazprom ed Eni accelerano la realizzazione del gasdotto meridionale South Stream. Così l'Italia e l'Europa finiranno preda della prepotenza russa senza neppure accorgersene. Lula consiglia ad Obama di cambiare posizione sull'America Latina. Ma secondo la Cia i "petro-stati" come Venezuela e Iran si sono indeboliti dopo il crollo dei prezzi del petrolio. L'agonia è una sottile vendetta per la tracotanza dei petrol-tiranni. La Bce ha ridotto di 50 punti il tasso di riferimento arrivando al minimo storico del 2% ma nessuno sembra interessato alla notizia. forse perchè la Bce non si è mai interessata all'economia europea quanto alla sua ideologia monetarista. Finalmente la Bulgaria ha ricevuto le scuse della Cechia per l'opera d'arte che associava il paese balcanico al pavimento di un water. Obama è pronto per il grande giorno del giuramento ma a Chicago i quartieri della discriminazione e della miseria restano intatti. La speranza può essere il degno titolo di una soap-opera, non della realtà.
Technorati Tags: cina, obama, sarkozy, idf, cia
Pubblicato da Gabriele Cazzulini a 09.44 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media
Qualcosa è cambiato?
"Hardline demonstrators burn posters of U.S. President-elect Barack Obama, during a demonstration in support of the people of Gaza, in front of the Swiss Embassy in Tehran January 13, 2009"Technorati Tags: Iran, USA, Terrorismo, Obama, Bush,
Pubblicato da Chris a 02.39 0 commenti Link a questo post
Etichette: Esteri
15 gennaio 2009
Tocqueville.it - Si riapre a Febbraio
Cari cittadini (e visitatori) di Tocqueville,
purtroppo siamo costretti a rimandare ancora una volta la riapertura post-natalizia della Città dei Liberi. Il restyling (non solo estetico, ma strutturale) del sito è stato molto più lungo del previsto. E non riusciremo ad essere pronti prima di lunedì 2 febbraio. Adattare al nuovo "sistema" un database enorme come quello di Tocqueville.it (più di 1800 blog iscritti e più di 300mila post aggregati) non è affatto un'operazione semplice. Ma vi possiamo assicurare che, una volta completato il tutto, sarà valsa la pena aspettare qualche giorno in più. A parte una veste grafica totalmente rinnovata, dicevamo, i cambiamenti saranno anche sostanziali. Molto sinteticamente (queste cose è sempre meglio farle vedere, piuttosto che provare a raccontarle), la nuova home page sarà strutturata come un insieme di "widget" personalizzabili (le sezioni dell'aggregatore, i feed di ogni singolo blog, l'elenco dei nuovi cittadini, la parte riservata all'auto-aggregazione, i link, gli speciali, e tanto altro ancora) Ognuno potrà decidere quali di queste "componenti" utilizzare per comporre la propria pagina preferita. Ci sarà un'impostazione di partenza, naturalmente, ma in pratica il livello di interattività con gli elementi che compongono la home page sarà pressoché totale. Sezioni speciali monografiche e nuovi strumenti di social networking completeranno il tutto. Perdonateci ancora per il ritardo, dunque, e arrivederci al 2 febbraio.
Technorati Tags: Tocqueville.it, Blog, Media
Pubblicato da Chris a 23.12 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media, Comunicazioni
Pla.Net.News: Motorola job killer, ayatollah cinesi e Iraq color rosa
Brutte notizie per i lavoratori di Motorola: nel 2009 arriveranno altri 4000 esuberi (termine disgustosamente neutro) oltre ai 3000 annunciati ad ottobre. Anche Barclays si prepara ad sfoltire 2000 unità lavorative. Su Israele si addensano le nubi grige della Turchia, il cui premier Erdogan è sempre più severo nella sua condanna dell'offensiva israeliana. Ma anche l'ultra-nazionalista ebraico Avigdor Lieberman non fa che infuocare le polemiche contro Israele suggerendo di trattare Gaza come fecero gli Usa con il Giappone nel 1945. Anche il Venezuela ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele. L'Iran e la Cina hanno siglato un grandioso accordo per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi iraniani. Invece Kyiv ambisce ad un'analoga intesa con gli Usa per il potenziamento dei gasdotti ucraini. Intanto il gruppo russo Sakhalin ha attivato la produzione di gas nell'estremo oriente della Siberia. Infine le donne irachene si lamentano per la mancanza di quote rosa per le imminenti elezioni provinciali. Per una volta il rosso sangue è sostituito dal rosa femmina.
Pubblicato da Gabriele Cazzulini a 20.47 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media
14 gennaio 2009
E' finita la leadership di Olmert?

di Daniel Pipes
Jerusalem Post
10 Gennaio 2009
Pezzo in lingua originale inglese: Israel's Strategic Incompetence in Gaza
Qualsiasi commento alla guerra tra Hamas e Israele scivola in un giudizio di parte, producendo – di volta in volta – analisi morali pro o contro Israele. È questo un dibattito cruciale, ma non l'unico; bisogna fare anche una lucida valutazione strategica: chi sta vincendo e chi sta perdendo?
Hillel Frisch sostiene che Hamas (che definisce "un piccolo movimento isolato che controlla una piccola striscia") ha fatto "un madornale errore di calcolo", inimicandosi il governo egiziano e muovendo guerra a Israele. A suo dire, Hamas si è lanciato in un "suicidio strategico".
Forse è così, ma vi sono scenari in cui è Hamas a guadagnarci. Khaled Abu Toameh rileva il forte e crescente sostegno a Hamas da parte del Medio Oriente. Caroline Glick ravvisa due modi in cui Hamas si guadagnerebbe la vittoria: un ritorno allo status quo ante, con Hamas ancora in posizione di comando a Gaza, oppure un accordo di cessate il fuoco che preveda che delle potenze straniere diano vita a un regime internazionale di controllo per sorvegliare i confini di Gaza con Israele e l'Egitto.
Come ciò suggerisce, una valutazione dei trascorsi bellici di Hamas dipende essenzialmente dalle decisioni prese a Gerusalemme. Essendo quest'ultime il vero problema, c'è da chiedersi come la leadership israeliana si sia comportata a riguardo.
In modo disastroso. La profonda incompetenza strategica di Gerusalemme continua e accresce il numero delle politiche fallimentari dal 1993 in poi, che hanno eroso la reputazione di Israele, il suo vantaggio strategico e la sicurezza. Sono quattro i motivi che mi hanno indotto a trarre questa conclusione negativa.
Il problema di Gaza, innanzitutto, è stato causato dal team in carica a Gerusalemme. Il suo leader, il primo ministro Ehud Olmert, nel 2005 motivò fino alla nausea l'allora prossimo ritiro unilaterale israeliano da Gaza con le seguenti parole: "Siamo stanchi di combattere, siamo stanchi di essere coraggiosi, siamo stanchi di vincere e di sconfiggere i nostri nemici".
Olmert ha avuto un ruolo fondamentale a) nel dare inizio al ritiro da Gaza, che pose fine allo stretto controllo del territorio da parte delle Forze di difesa israeliane; b) nella rinunzia al controllo israeliano sul confine tra Gaza e l'Egitto. (Quest'ultima, una decisione poco nota, ha consentito a Hamas di costruire tunnel verso l'Egitto, di trafficare in materiali bellici e di lanciare missili contro Israele.)
In secondo luogo, Olmert e i suoi colleghi non sono riusciti a rispondere al fuoco missilistico e ai colpi di mortaio. Dal ritiro israeliano del 2005 fino ad oggi, Hamas ha lanciato oltre 6.500 missili in territorio israeliano. Incredibile a dirsi, gli israeliani hanno subito circa otto attacchi al giorno per tre anni. Per quale motivo? Un governo responsabile avrebbe reagito al primo razzo come a un casus belli reagendo di conseguenza.
In terzo luogo, una commissione parlamentare francese a metà dicembre ha pubblicato un importante report tecnico, che ha stabilito che: "non esiste alcun dubbio" circa gli scopi militari del programma nucleare iraniano e che quest'ultimo sarà pienamente funzionante nel giro di 2-3 anni.
Il tramonto dell'amministrazione Bush, con l'attuale presidente che sta per insediarsi e le elezioni presidenziali ancora di attualità offrono un momento eccezionale per occuparsi della questione. Perché Olmert ha sprecato questa opportunità per affrontare il pericolo relativamente trascurabile rappresentato da Hamas piuttosto che affrontare la minaccia esistenziale del programma nucleare iraniano? Questa negligenza ha in fieri delle spaventose ripercussioni.
E per finire, da quanto si può discernere in merito all'obiettivo del governo Olmert nella guerra contro Hamas, sembra che esso consista nell'indebolimento di Hamas e nel rafforzamento di Fatah così che Mahmoud Abbas/Abu Mazen possa riprendere il controllo di Gaza e riavviare i rapporti diplomatici con Israele.
Ma un'amara esperienza invalida questa tesi. Intanto, Fatah si è dimostrata essere un nemico fermamente determinato a eliminare lo Stato ebraico. E poi, gli stessi palestinesi hanno ripudiato Fatah nelle elezioni del 2006. Si esige troppo dalla credulità che vi sia ancora qualcuno che consideri Fatah "un partner di pace". Piuttosto, Gerusalemme dovrebbe pensare in modo creativo ad altri scenari, magari alla mia "soluzione senza stato", con l'intervento dei governi giordano ed egiziano.
Il fatto che le elezioni israeliane che si terranno tra un mese vedano in lizza tre nomi della stessa specie di Olmert è più sconcertante perfino dell'inettitudine del premier. Due di loro (il ministro degli esteri Tzipi Livni e quello della Difesa Ehud Barak) sono i suoi principali luogotenenti, mentre Barak e Binyamin Netanyahu hanno miseramente fallito nelle loro precedenti cariche governative.
Al di là di Olmert e dei suoi potenziali successori, la peggiore notizia in assoluto è che nessuno dei gradini più alti della vita politica israeliana esprime a chiare lettere quali sino gli imperativi per vincere. Per questo motivo, ritengo che Israele sia uno stato smarrito – pieno di talento, di energia, di determinazione – ma privo di orientamento.
Technorati Tags: Israele, Palestina, Hamas, Olmert
Pubblicato da Chris a 18.45 2 commenti Link a questo post
Etichette: Esteri
13 gennaio 2009
Pla.Net.News: video-truffa su Gaza, vescovo gay e l'elettrone per l'auto
In Giappone è nato un sito internet che classifica gli odori di tutto il mondo. La Cina continua a guardare al futuro e una piccola azienda sforna un'auto elettrica per conquistare il mercato globale. L'attenzione di sposta dal pistone all'elettrone, quindi le batterie diventano centrali. Israele prepara un sistema di difesa missilistico contro i razzi Qassam. Un blog americano smaschera un video truffa della Cnn sul funerale di un bambino musulmano morto negli attacchi a Gaza. Allo stesso tempo Hamas ha aperto su YouTube il suo canale video per illustrare la guerra in atto. Pur di arrestare Ratko Mladic le autorità serbe offrono un'esenzione dal pagamento delle tasse a coloro che offriranno notizie per catturare il criminale di guerra. Si avvicina il giuramento di Obama, che si prepara a chiudere Guantanamo mentre invita un vesvoco gay alla cerimonia. La nuova diplomazia è pronta, col duetto costituito da John Kerry (presidente della commissione esteri al senato) e Hillary Clinton (segretario di stato). Ma il fuoco amico dei democratici continua a bersagliare il presidente in pectore. Non resta che ascoltare l'ultima conferenza stampa di Bush. Infine la forza della vita: un neonato nasce due giorni dopo la morte della madre.
Pubblicato da Gabriele Cazzulini a 09.34 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media
12 gennaio 2009
Segnalazione

Segnalo, su LibMagazine, questi due bellissimi articoli dell'amico Angelo D'Addesio, inerenti il conflitto in atto fra Israele ed Hamas.
Buona lettura.
Technorati Tags: Israele, Palestina, Hamas, LibMagazine, D'Addesio
Pubblicato da Chris a 19.39 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media, Esteri
Pla.Net.News: Iran con la bomba made in Usa, lo chef di Obama e un grande film
Moralisti con gli occhi a mandorla: la Cina è sempre più vicina al moralismo online e intensifica la lotta contro il web "volgare" della pornografia. In Sud-Corea un popolare blogger è arrestato perchè diffondeva messaggi pessimisti sulla crisi economica. Israele attacca Gaza per difendersi ma ci sono applausi e lacrime per il film israeliano d'animazione "Waltz with Bashir" che vince il golden globe come miglior film straniero con la sua narrazione della guerra israeliana in Libano nel 1982. Hillary Clinton nomina Dennis Ross come consigliere su Medio Oriente e Iran. Però deve dare fastidio la scoperta che parti della futura bomba nucleare iraniana provengono proprio da aziende Usa che eludono il bando di commerciare con gli ayatollah. Per giunta si scopre che nel 2008 gli Usa hanno negato a Israele il via libera per bombardare le installazioni nucleari dell'Iran. Dice di mettere Iran e Palestina in cima alla sua agenda, ma finora Obama è impegnato a sgridare gli egoismi nel partito democratico e a riconfermare lo chef della Casa Bianca - allo stomaco non si comanda. Invece Chavez consolida i rapporti militari del Venezuela con la Cina proprio sotto il naso dello zio Sam. La Russia non accetta più l'accordo con l'Ucraina per via di dichiarazioni aggiunte al protocollo d'intesa già ratificato. Così l'Europa resta a battere i denti e in Bulgaria cresce il malcontento. Così emergono soluzioni pericolose, come la riapertura di una centrale nucleare altamente instabile in Slovacchia. Basta una parola sbagliata su un documento diplomatico e può scoppiare una nuova Chernobyl.
Pubblicato da Gabriele Cazzulini a 10.03 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media
11 gennaio 2009
Solving the "Palestinian Problem"

di Daniel Pipes
National Post
6 Gennaio '09
Articolo in lingua originale: Solving the "Palestinian Problem"
La guerra di Israele contro Hamas solleva il vecchio dilemma: che fare dei palestinesi? Gli stati occidentali, incluso Israele, devono porsi degli obiettivi per riuscire a capire quale linea politica adottare nei confronti della Cisgiordania e Gaza.
Innanzitutto, passiamo in rassegna ciò che sappiamo possa o non possa funzionare:
- Controllo israeliano. Nessuna parte vuole il procrastinamento della situazione iniziata nel 1967, quando le Forze di difesa israeliane assunsero il controllo di una popolazione diversa a livello religioso, culturale, economico e politico, nonché ostile.
- Uno Stato palestinese. Gli Accordi di Oslo del 1993 iniziarono questo processo, ma una tossica mistura di anarchia, estremismo ideologico, antisemitismo, jihadismo e dittature ha portato al totale fallimento palestinese.
- Uno Stato binazionale. Vista la reciproca antipatia che intercorre tra le due popolazioni, la prospettiva di un congiunto stato israelo-palestinese (ciò che Muammar Gheddafi chiama "Israstina") è assurda, a quanto pare.
Se si escludono queste tre prospettive resta un solo approccio pragmatico, quello che ha funzionato abbastanza bene nel periodo 1948-67:
- Condiviso governo giordano-egiziano: Amman governa la Cisgiordania e il Cairo governa Gaza.
Sicuramente, questo approccio da ritorno al futuro suscita poco entusiasmo. Non solo il governo giordano-egiziano era mediocre, ma resuscitare questo piano ostacolerà gli impulsi palestinesi, che sono nazionalisti o islamisti. Inoltre, il Cairo non ha mai voluto Gaza e ha respinto con veemenza la sua restituzione. Di conseguenza, un analista accademico accantona questa idea come: "un'evanescente illusione che riesce solamente ad offuscare scelte reali e difficili".
Non è così. I fallimenti di Yasser Arafat e di Mahmoud Abbas, dell'Autorità palestinese (AP) e del "processo di pace" hanno causato dei ripensamenti in Amman e Gerusalemme. In effetti, Ilene R. Prusher di Christian Science Monitor, nel 2007 aveva già rilevato che l'idea di una confederazione cisgiordana-giordana "sembra aver ottenuto consensi da entrambe le rive del fiume Giordano".
Il governo giordano, che nel 1950 annesse entusiasticamente la Cisgiordania e abbandonò le sue rivendicazioni solamente sotto minaccia nel 1988, dà segni di ripensamento. Nel 2006 Dan Diker e Pinchas Inbari per conto del Middle East Quarterly documentarono come "la mancata rivendicazione del controllo [da parte dell'AP] e il fatto che [essa] sia diventata un'entità politicamente vitale hanno indotto Amman a riconsiderare se una strategia di non-intervento nei confronti la Cisgiordania sia nei suoi primari interessi". La burocrazia israeliana si è altresì mostrata disposta ad accettare questa idea, chiedendo di tanto in tanto alle truppe giordane di entrare in Cisgiordania.
Disperando dell'autogoverno, alcuni palestinesi accolgono favorevolmente l'opzione giordana. Un anonimo funzionario dell'AP ha detto a Diker e Inbari che quella forma di federazione o di confederazione offre "l'unica soluzione ragionevole, stabile e a lungo termine al conflitto israelo-palestinese". Hanna Seniora ha opinato che "Le attuali prospettive svigorite per una soluzione a due stati ci costringono a rivedere la possibilità di una confederazione con la Giordania". Hassan M. Fattah del New York Times riporta quanto asserito da un palestinese che vive in Giordania: "Tutto è andato distrutto per noi. Sarebbe meglio se fossero i giordani a occuparsi della Palestina, se Re Abdullah assumesse il controllo della Cisgiordania."
E non è questa una voce isolata: Diker e Inbari riportano che i negoziati paralleli tra l'AP e i giordani del 2003-04 "sfociarono in linea di massima in un accordo che prevedeva l'invio di 3.000 membri della Forza Badr" in Cisgiordania.
E pur se il presidente egiziano Hosni Mubarak ha annunciato un anno fa che "Gaza non fa parte dell'Egitto, né lo sarà mai", la sua non è l'ultima parola. Innanzitutto, malgrado le parole di Mubarak, gli egiziani in massa desiderano avere un forte legame con Gaza; Hamas concorda e i leader israeliani talvolta sono d'accordo. Pertanto, la base per una revisione della linea politica esiste.
In secondo luogo, indubbiamente Gaza fa più parte dell'Egitto rispetto alla "Palestina". Durante la maggior parte del periodo islamico, essa era controllata dal Cairo ovvero faceva parte a livello amministrativo dell'Egitto. I residenti della Striscia di Gaza parlano un arabo colloquiale identico a quello parlato dagli egiziani del Sinai. A livello economico, Gaza ha il maggior numero di legami con l'Egitto. La stessa Hamas deriva dai Fratelli musulmani, un'organizzazione egiziana. È il momento di pensare agli abitanti della Striscia di Gaza come egiziani?
In terzo luogo, Gerusalemme potrebbe superare in strategia Mubarak. Se essa annuncerà una data in cui porrà fine agli approvvigionamenti idrici, all'erogazione di elettricità, alle forniture di cibo e medicinali, e ad altri scambi commerciali, il Cairo dovrebbe assumersi la responsabilità di Gaza. Tra gli altri vantaggi, ciò lo renderebbe responsabile della sicurezza degli abitanti di Gaza, mettendo definitivamente fine alle migliaia di razzi e di attacchi a colpi di mortaio.
L'opzione giordano-egiziana non vivifica alcun impulso, ma ciò potrebbe essere il suo pregio. Essa offre un modo eccezionalmente sensato per risolvere il "problema palestinese".
Pubblicato da Chris a 20.58 0 commenti Link a questo post
Etichette: Esteri
10 gennaio 2009
Alitalia/AirFrance: Next stop Nuke!

I "rumors" sembrano essere confermati. Presto Air France entrerà in quota Cai/Alitalia/Ali"qualcosa" e fra cinque anni diventerà padrona della compagnia pseudo italica, mentre gli altri "fans"di Malpensa cercheranno di salvare l''hub da morte certa. E non per salvare posti di lavoro, ma solo per salvaguadare il fiume di denaro che potrebbe inevitabilmente scivolargli nelle tasche. I giochi insomma rimangono sempre gli stessi.
Air France rileverà il 25% della nuova compagnia, versando 300 milioni. Questo significa che il 100 per cento del capitale verrà valutato in 1200 miliardi, circa 150 milioni in più dei 1052 pagati a Fantozzi da Colaninno e soci solo un mese fa. Un sovrapprezzo spiegato col fatto che CAI ha nel frattempo acquisito Air One, una compagnia in crisi, con un debito verso i soli fornitori valutato attorno ai 500 milioni di euro.
Bell'affare per i francesi che si ritroveranno una compagnia con 7000 dipendenti in meno - che si prenderanno lo stesso stipendio a nostre spese per anni - ed un monopolio in più.
L'unica speranza per avere un po' di concorrenza rimane quindi nelle mani di Lufthansa, nella tratta Milano-Roma, altrimenti i transalpini potrebbero rimanere i soli signori-padroni dell'aere italico e, di conseguenza, poter fare il bello ed il cattivo tempo sulle tariffe.
Insomma con Alitalia ormai morta da decenni forse non tutto il male - per il contribuente - verrà per nuocere dato che l'accordo prevederebbe lo scambio - a prezzo irrisorio - con tecnologia nucleare francese per costruire le tanto agognate centrali nucleari. Quanto tempo ci vorrà per evitare di buttare soldi dalla finestra per l'energia e per soprassedere al solito teatrino con le potenze energetiche planetarie ormai note? Se iniziamo adesso, ci vorranno molti anni. Ma meglio tardi che mai.
Prossima fermata quindi in primavera (Maggio) dove potrebbero aver luogo i primi proclami del governo. C'è da rimpiangere davvero quel maledetto referendum di qualche anno fa dove pochi signori si sono lasciati "foraggiare" dai "soldini" delle petrolifere americane fermando un Know How che avrebbe potuto tirarci fuori dal fango. Che sia davvero la volta buona?
Technorati Tags: Nucleare, AirFrance, Alitalia, Francia, Italia
Pubblicato da Chris a 08.45 0 commenti Link a questo post
09 gennaio 2009
Pla.Net.News: Obama-tax, scioperi razziali e adieu pubblicità
Asia indecisa. Il parlamento sudcoreano resta bloccato tra l'opposizione che protesta contro la politica filo-americana e il governo che sembra aver perso la sua determinazione. Anche l'India non sa come reagire con il Pakistan: adottare una posizione aggressiva oppure più morbida? Intanto in Pakistan cresce la distanza tra presidente e primo ministro dopo il siluramento del consigliere nazionale alla sicurezza. Morti due, prendi uno: due soldati americani sono uccisi in Afghanistan da un terrorista suicida e il generale Petraeus sostiene che Afghanistan e Pakistan sono un unico problema. Miseria made in Italy: a Roma un sindacato dei commercianti propone il boicottaggio dei negozi ebraici in segno di protesta contro l'incursione a Gaza, ma piovono accuse di anti-semitismo e revival fascista. Ovviamente la grande stampa italiana tace. Soldi e America. Mentre è diventato il più famoso utente di Blackberry, Obama è criticato anche dai democratici per il taglio delle tasse, mentre in California sono i repubblicani che combattono contro l'aumento delle tasse. Grazie a Obama, il moderato Tim Kaine sarà il nuovo leader del partito democratico. Intanto proseguono le indagini sulla più colossale truffa negli Usa. Adieu spot: in Francia i telespettatori hanno vinto la battaglia contro gli spot nei programmi della televisione pubblica nelle ore di punta. In Italia la pubblicità è l'unica cosa bella da vedere in tv.
Pubblicato da Gabriele Cazzulini a 10.15 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media
08 gennaio 2009
2009 trailer: blogging the world
Pubblicato da Gabriele Cazzulini a 20.22 1 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media
Punto.News (beta)
Gli attentati di Mumbai continuano a fare vittime. Questa volta cade la testa del consigliere nazionale alla sicurezza del Pakistan, dopo aver ammesso che gli attentatori erano pakistani. La Cina intasca 41 miliardi di dollari dalle licenze per le comunicazioni cellulari H3G. Intanto in Medioriente emerge il network filo-palestinese. Lo speaker del parlamento iraniano ha incontrato a Damasco il capo dell'ufficio politico di Hamas, mentre la Fratellanza Musulmana raccoglie fondi per il popolo palestinese. Dal Libano cadono razzi su Israele e Nasrallah preannuncia catastrofi. In Palestina arriva un inviato molto particolare, Joe l'idraulico, l'americano medio coinvolto nei dibattiti elettorali tra McCain e Obama, che seguirà gli eventi per un sito internet di conservatori. Invece inizia a destare malumore il silenzio di Obama sulla guerra a Gaza. Anche Sarkozy stupisce per una riforma della giustizia che riduce il potere dei magistrati a favore degli indagati. Infine in Papua-Nuova Guinea una giovane donna è finita al rogo perchè colpevole di stregoneria.
Pubblicato da Gabriele Cazzulini a 10.12 6 commenti Link a questo post
07 gennaio 2009
Punto.News (beta)
Buogiorno ai lettori, Punto-News mercoledì 7 gennaio 2009, l'Asia è in subbuglio. Oltre 2300 siti internet thailandesi sono stati bloccati per offesa alla monarchia. In Corea del Sud l'opposizione ha terminato l'occupazione del parlamento che aveva organizzato per boicottare la politica filo-americana del governo. Anche la Cina si prepara ad un 2009 di malcontento secondo quanto afferma un magazine di proprietà statale che ha sfidato la censura del partito comunista. Però la moglie dell'uomo più ricco della Cina, di cui si sono perse le tracce a fine novembre, è finita agli arresti domiciliari. La pressione talebana in Afghanistan fa ritornare lo spettro di Talebanistan perchè sta emergendo un divario nella sicurezza tra nord e sud del paese in vista delle elezioni presidenziali di quest'anno. Va meglio in Iraq, dove i candidati alle elezioni provinciali del prossimo 31 gennaio iniziano a mostrarsi in pubblico nonostante il rischio di attentati. Situazione grave in Iran, dove le prossime presidenziali hanno già scatenato un'ondata di arresti nei leaders dell'opposizione riformista. Nevica in Italia e l'Europa inizia davvero a battere i denti per il freddo che proviene dall'Ucraina, senza rifornimenti di gas naturale russo. Ovviamente Kiev scarica la colpa su Mosca. Ma il Cremlino continua ad usare l'energia come strumento di estensione in Europa, anche in Bosnia, dove riapre la raffineria di Bosanski Brod grazie ai capitali russi. Il terrorismo resta una minaccia che la crisi economica può rafforzare, secondo quanto afferma la spia numero uno di Sua Maestà Britannica. Guai interni per Obama che prima nomina un apparente inetto a dirigere la Cia e poi non risolve la crisi dei democratici che non intendono sostenere l'ottuso candidato al senato indicato da Blagojevic, ex governatore dell'Illinois sotto inchiesta per frode e corruzione. Una notizia curiosa con un'associazione che fa pubblicità all'ateismo su 800 autobus inglesi con uno slogan che è una comica contraddizione: "Dio problabilmente non esiste" e una notizia dolcissima con una ragazza indiana rimasta paralizzata in un terremoto del 2001 e senza speranze, ma che ora ritorna a camminare dopo essersi innamorata. E' il miglior modo che ho trovato oggi per augurare a tutti una buona giornata!
Pubblicato da Gabriele Cazzulini a 09.09 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media
06 gennaio 2009
2008 Weblog Awards

RDM20 è stato scelto per il premio "Best European blog (Non UK)". Il Weblog Awards è uno dei maggiori premi internazionali per quel che riguarda il mondo dei blog, con 45 categorie e blog scelti da ogni parte del globo (500,000 voti solo nel 2007). E' un onore essere stati scelti dalla redazione del Weblog Awards. Soprattutto ringraziamo i lettori: senza di voi, tutto questo non avrebbe avuto luogo.
Se avete tempo e voglia potete votarci cliccando questo link. Il voto potrà essere espresso da adesso fino al 12 di Gennaio. Potrete votare solo una volta nel giro di 24 ore. Terminata la giornata, se siete masochisti, potrete anche rivotarci. Di contro potrete anche votare per altre categorie (magari potreste trovare altri blogger a voi graditi). Ringraziamo in anticipo chiunque vorrà sostenerci e votarci.
Technorati Tags: 2008 Weblog Awards
Pubblicato da Chris a 08.45 8 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media, personale
Obama's Middle East Policy?
di Daniel Pipes
FrontPage Magazine
26 dicembre 2008
Articolo originale: Insight into Obama's Middle East Policy?
Due avvenimenti accaduti ai primi di questo mese riassumono i differenti punti di vista dell'operato di George W. Bush in merito al Medio Oriente.
Nel primo, lo stesso Bush ha offerto un discorso di commiato, dichiarando che "nel 2008 il Medio Oriente è più libero, più fiducioso e più promettente di quanto lo fosse nel 2001". Nell'altro, un giornalista iracheno, Muntadar al-Zaidi, ha manifestato irriverenza e mancanza di gradimento col gesto della scarpa lanciata contro Bush, mentre il presidente americano parlava a Baghdad urlandogli: "Eccoti il bacio d'addio, razza di cane!"
Ironia della sorte, la vera e propria impudenza di Zaidi ha confermato l'idea di Bush in merito a una maggiore libertà; avrebbe egli osato lanciare scarpe a Saddam Hussein?
Se Bush mi piace e ne penso bene, ho mosso comunque delle critiche in merito alla risposta da lui data all'Islam radicale nel 2001, alla sua politica arabo-israeliana del 2002, a quella irachena del 2003 e alla sua politica della democratizzazione del 2005. Sia nel 2007 che nel 2008 ho criticato i punti deboli delle sue iniziative generali riguardo il Medio Oriente.
Oggi, sono in disaccordo con la sua asserzione che il Medio Oriente è più fiducioso e promettente di quanto lo fosse nel 2001. Prendiamo in esame alcuni esempi in cui le cose sono degenerate:
l'Iran ha pressoché costruito il suo armamentario nucleare e sembra che stia facendo progetti per un devastante attacco a impulsi elettromagnetici contro gli Stati Uniti.
Il Pakistan sta per diventare un paese armato di nucleare, uno stato canaglia islamista.
Il prezzo del petrolio è arrivato al livello massimo mai raggiunto per collassare a causa della recessione guidata dagli Stati Uniti.
La Turchia stava per diventare un fedele alleato del paese maggiormente anti-americano al mondo.
L'Iraq (o un paio di scarpe?) continua a ricordare agli americani che è stato fatto qualcosa di sbagliato, di essersi accollati delle spese, di aver subito delle perdite, e di avere un'immensa potenzialità di pericolo.
Il rifiuto di riconoscere l'esistenza di Israele come Stato ebraico è diventato più diffuso e virulento.
La Russia è riemersa come forza ostile nella regione.
I tentativi democratici sono collassati (in Egitto), è cresciuta l'influenza islamista (in Libano) oppure essi hanno spianato la strada agli islamisti per ottenere il potere (a Gaza).
La dottrina dell'azione preventiva è stata screditata.
Due successi di Bush, un Iraq senza Saddam Hussein e una Libia senza armi di distruzione di massa, non hanno affatto bilanciato questi fallimenti.
Prevedibilmente, i critici di Bush stroncano il suo operato in fatto di Medio Oriente. D'accordo, ma adesso che sono pressoché al posto del conducente; e cosa intendono propriamente per determinare la politica statunitense per il Medio Oriente?
Un'anteprima è esposta nel volume "Restoring the Balance: A Middle East Strategy for the Next President", un importante studio pubblicato a quattro mani da due leoni liberal: la Brookings Institution (fondata nel 1916) e il Council on Foreign Relations (fondato nel 1921). Apogeo di uno sforzo durato 18 mesi, Restoring the Balance ha coinvolto 15 studiosi, 2 curatori (Richard Haass e Martin Indyk), un ritiro a un centro congressi Rockefeller, molteplici viaggi d'informazione e un piccolo esercito di organizzatori e gerenti.
Questo lettore è stato colpito da due grosse lacune. Innanzitutto, se il volume si occupa di sei argomenti (il conflitto arabo-israeliano, Iran, Iraq, controterrorismo, proliferazione nucleare e sviluppo politico ed economico), i suoi specialisti non hanno quasi nulla da dire in merito all'islamismo, la più pressante sfida ideologica dei nostri giorni, né riguardo alla proliferazione nucleare iraniana, il pericolo più pressante dei nostri giorni. Essi inoltre riescono ad aggirare questioni come la Turchia, l'Arabia Saudita, il negazionismo arabo di Israele, il pericolo russo e il trasferimento di risorse a stati esportatori di energia.
In secondo luogo, lo studio offre raccomandazioni da politica disfattista. "Portare Hamas dentro l'ovile", consigliano Steven A. Cook e Shibley Telhami, arguendo che l'organizzazione terrorista venga inclusa in un "governo di unità palestinese" ed esortata ad accettare lo sfortunato Piano Abdullah del 2002. È difficile immaginare una sola politica più controproducente nel teatro arabo-israeliano.
Sull'argomento Iran, Suzanne Maloney e Ray Takeyh scartano tanto una attacco americano contro le infrastrutture nucleari iraniane quanto una politica di contenimento. Piuttosto, in un incredibile "cambio di paradigma" essi sollecitano un impegno con Teheran, il riconoscimento di "certe realtà sgradevoli" (come il crescente potere iraniano) e la creazione di "una struttura per regolare" l'influenza iraniana.
Come suggeriscono questi esempi, uno spirito di debolezza e di appeasement permea Restoring the Balance. Cosa è accaduto all'efficace promozione assicurata degli interessi americani?
Se si spera che l'amministrazione Obama ignorerà tale disperato scritto da quattro soldi, si teme altresì che la mentalità in stile Brookings-CFR dominerà i prossimi anni. Se così dovesse essere, l'operato di Bush, per quanto inadeguato appaia oggi, brillerebbe rispetto a quello del suo successore.
Technorati Tags: Obama, MiddleEast, foreign policy
Pubblicato da Chris a 08.30 0 commenti Link a questo post
Etichette: Esteri
05 gennaio 2009
Punto.News (beta)
Pubblicato da Gabriele Cazzulini a 11.53 0 commenti Link a questo post
Etichette: Blog e Media











































































