Si sa, Berlusconi non è un teorico della democrazia parlamentare. All’imprenditore attivista non è mai piaciuto questo parlamento dove si scalda il posto senza lavorare. Già, discutere e confrontarsi non produce ricchezza. L’utilità delle assemblee è solo quella di funzionare da “votificio”, per approvare in fretta le leggi del governo – anche se sarebbe tanto più comodo risparmiare questa perdita di tempo dell’approvazione parlamentare. Se il premier è eletto dal voto dei cittadini, perché aspettare anche il voto dal parlamento? E’ un controsenso, per Berlusconi. Anche il governo deve funzionare da supporto al premier. I singoli ministri lavorano su istruzioni del capo del governo. Al massimo qualche esibizione personale, qualche protagonismo che si esprima al massimo in un accento personale messo qua e là, purché non cambi mai il verbo, l’unico. La visione delle istituzioni secondo Berlusconi è molto chiara. E’ una piramide: il vertice è il premier, poi il governo e infine il parlamento. E’ chiaro che Fini si senta un po’ scomodo nel ruolo di vigile parlamentare che smista il traffico delle leggi per dare sempre e soltanto la corsia preferenziale ai disegni di legge del premier. Per Fini, ex fascista militante e poi dirigente, il parlamento è qualcosa di sacro. Naturalmente lui ne è il presidente. Ma prima di diventarlo, grazie a Berlusconi, non era certo iscritto al partito dei difensori del parlamento. Anzi, ancora si ricordano certi suoi strali contro il parlamento impotente e certe sue lodi per il presidenzialismo. Bene, Fini è stato accontentato: Berlusconi è il presidente del consiglio più presidenzialista della storia della repubblica, e forse oltre. Perché allora scagliarsi contro colui che ha emancipato la destra fascista, l’ha portata al governo e ha portato l’ex fascista Fini a diventare presidente del parlamento che lo stesso Fini odiava? Non si capisce da che parte stia la trave e da quale la pagliuzza. Berlusconi è un formidabile accentratore che addirittura batte Fini in fatto di presidenzialismo; da parte sua Fini si erge a “democratizzatore” del Pdl provenendo dalla tradizione antidemocratica. Il nodo che stringe insieme Fini e Berlusconi è proprio questo: cos’è oggi la democrazia in Italia? Grattando sotto alle beghe da pollaio tra cariche dello stato, sul fondo c’è una questione decisiva. E’ in ballo il senso della democrazia italiana dei prossimi anni. Era inevitabile, dopo quindici anni di trasformazioni, con partiti che muoiono, che nascono e poi risorgono; leader che salgono al potere e poi precipitano nel fango; guerra mediatiche e incursioni della magistratura. In questa ribollire di trasformazioni era inevitabile che la struttura della democrazia, già precaria, iniziasse a scomporsi. Quale democrazia vuole l’Italia? Una versione ammodernata del democrazia parlamentare? Oppure vuole instaurare una democrazia presidenziale? Questo è il problema. Ci fosse ancora Mike, potrebbe rivolgere lui questo domandone. Ma non a Fini o Berlusconi. La democrazia non è roba per il palazzo. Quella è aristocrazia. Invece la democrazia è del popolo ed è il popolo che deve capire cosa vuole – e chi vuole.
(pubblicato su Avanti! mercoledì 16 settembre 2009)

































































1 Comment:
leggere l'intero blog, pretty good
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