Il "caso" Costituzione è da tempo oggetto di dibattito politico e già diversi parlamentari, trasversalmente alle diverse coalizioni, hanno espresso la necessità di una revisione per adeguarla alle tematiche etiche, politiche, sociali ed economiche, che si sono sviluppate dopo la redazione del testo costituzionale del 1948. Sinteticamente le critiche che vengono attribuite alla nostra Carta sono quelle della sua genesi storica (6 anni di guerra e 20 anni di dittatura fascista che ne hanno condizionato il contenuto); del suo carattere compromissorio, inevitabile e normalmente elemento positivo, ma, nel caso italiano, esasperato dall'incertezza democratica del futuro della nazione, per cui normalmente si parla di un eccesso di autotutela che è sfociata in un miscuglio di pesi e contropesi; di riferimenti sbagliati e nello specifico l'aver preso a modello la Costituzione staliniana dell'Unione Sovietica scritta nel 1936; infine della fisiologica necessità di essere aggiornata per adeguarla all'Italia del terzo millennio. Di contro c'è chi la ritiene sacra, inviolabile e intoccabile perchè legata ad uno dei momenti storici più drammatici per il popolo italiano (la lotta di liberazione) e, quindi, legata a doppio filo con la Resistenza partigiana, segno di libertà e democrazia. Il carattere compromissorio viene esaltato come elemento indispensabile e positivo di unità tra le diverse anime costituenti, mentre i riferimenti all'Unione Sovietica sono evanescenti (anche se storicamente riconosciuti) e, comunque, si trattava di un testo costituzionale avanzato per l'epoca, rivolto al benessere del popolo, anche se non applicato. Tutte le prese di posizione sono lecite ed hanno, a mio modesto avviso, elementi positivi che varrebbe la pena approfondire. Meno condivisa è la negazione della possibilità di porvi mano o, quantomeno, di discuterne tranquillamente. Personalmente credo che la Carta suprema sia stata scritta per la gente e, proprio per questo, possa essere letta, interpretata e commentata da chiunque. Non è quindi richiesto il patentino di esperto in diritto costituzionale, non stiamo trattando un testo accademico, ma della carta del popolo, rivolta al popolo e scritta per il popolo.
L'articolo 1 è, a dire di molti, il vero marchio ideologico della nostra Carta Costituzionale. Nel 1947 il punto e' stato oggetto di aspra discussione. E' anche interessante notare come in una piccola frase siano ricomprese tutte le critiche accennate pocanzi. L'Assemblea si trovò a dover scrivere la base della nuova libera nazione italiana confrontandosi con il testo sovietico che recitava: "L'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è uno Stato socialista dei lavoratori e dei contadini". Le proposte italiane furono tre, ultima delle quali fece da sintesi compromissoria e fu adottata:
"L'Italia è una Repubblica dei lavoratori"
(Palmiro Togliatti)
"L'Italia è una Repubblica fondata sui diritti della libertà e i diritti del lavoro"
(Ugo La Malfa e Gaetano Martino)
"L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro"
(Amintore Fanfani)
Ciò che colpisce il normale cittadino è il fondamento: il lavoro. Sembra ben poca cosa per definire il principio dei princìpi di una nuova e libera nazione. Soprattutto astratto e, forse, parziale non ricomprendendo tutti quegli italiani che, per qualunque motivo, non lavoravano. Ma il motivo è da ricercarsi nel contesto storico di un'Italia che, come richiamato nel successivo articolo 4, solo con il contributo di ogni cittadino al "progresso materiale e spirituale della società" avrebbe potuto avviarsi verso ricostruzione e propsperità. Bisogna riconoscere che oggi non è più così perchè le dinamiche economiche internazionali passano anche attraverso altri canali più influenti e globalizzanti del solo lavoro del singolo cittadino, e la crisi in corso ne è chiara esemplificazione.
La proposizione con cui solitamente si apre una Costituzione ha un altissimo significato simbolico e, a sessant'anni dalla stesura non vi è dubbio che il solo lavoro non identifica il popolo inteso nella totalità dei cittadini, tanto meno il popolo può identificarsi in esso perchè un'attività (il lavoro) difficilmente può riconoscersi come valore fondamentale di una società.
La senatrice Donatella Poretti (Radicali italiani, eletta nel PD) ha pronunciato un discorso in aula proprio in supporto alla modifica dell'art. 1 della Costituzione. Nel testo (del quale consiglio la lettura integrale) oltre ad elencare le categorie che comprendono i milioni di Italiani che non possono materialmente riconoscersi nel valore fondamentale del lavoro, contesta anche la formula di Repubblica democratica, in pratica demolisce l'intero impianto dell'articolo 1. Le motivazioni non sono astratte ma, a mio avveso, ben giustificate e descritte:
"l’espressione 'Repubblica democratica' è insufficiente ad individuare e garantire quei diritti che, se non rispettati, determinano una vera e propria dittatura, sebbene formalmente 'democratica'. Cosa distingueva infatti la Repubblica democratica tedesca (DDR), la ex Germania dell’Est, dalla Repubblica democratica italiana? In ben 42 su 48 Paesi del continente africano vi sono state elezioni democratiche, ma quasi nessuno di questi gode di diritti così come nei Paesi cosiddetti occidentali. Una delle più feroci tirannie oggi al mondo è quella della Repubblica democratica popolare di Corea, anche conosciuta come Corea del Nord. La Repubblica islamica dell’Iran, per esempio, tiene regolari elezioni, eppure difficilmente potremmo paragonare il suo assetto istituzionale come una democrazia simile alla nostra. [...] Per questo motivo, l’Italia dovrebbe essere prima di tutto una Repubblica democratica fondata sulla libertà, intesa quale totalità dei diritti della persona, senza i quali verrebbe meno la distinzione con quelle 'repubbliche democratiche' che ieri, come oggi, opprimono intere genti nel nome della volontà popolare. La libertà trova la sua principale e massima protezione nello Stato di diritto: supremazia e rispetto della legge, in primis rispetto della Costituzione, Legge fondamentale di tutti i cittadini".
Porsi almeno il problema di individuare un elemento di unione ed un marchio di valori reali proprio in quel primo articolo così importante, credo sia un atto di onestà intellettuale e di affezione verso il proprio paese. I princìpi, se applicati, non sono vacui ma pesano come macigni nella classe politica e conseguentemente nella definizioni delle leggi. Oggettivamente, inoltre, quel primo articolo così generico e fuorviante, cozza contro i successivi 5 articoli dei princìpi fondamentali che esprimono invece, in senso compiuto, il concetto di libertà. La discussione sull'articolo 1 potrebbe essere proprio un punto di partenza per un confronto pacifico su possibili e, a mio avviso, auspicabili aggiornamenti e revisioni.
Per ultimo riporto la proposta di modifica fatta proprio dalla senatrice Poretti che credo essere un ottimo spunto di riflessione e dibattito:
“La Repubblica italiana è uno Stato democratico di diritto fondato sulla libertà e sul rispetto della persona”.
L'articolo 1 è, a dire di molti, il vero marchio ideologico della nostra Carta Costituzionale. Nel 1947 il punto e' stato oggetto di aspra discussione. E' anche interessante notare come in una piccola frase siano ricomprese tutte le critiche accennate pocanzi. L'Assemblea si trovò a dover scrivere la base della nuova libera nazione italiana confrontandosi con il testo sovietico che recitava: "L'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è uno Stato socialista dei lavoratori e dei contadini". Le proposte italiane furono tre, ultima delle quali fece da sintesi compromissoria e fu adottata:
"L'Italia è una Repubblica dei lavoratori"
(Palmiro Togliatti)
"L'Italia è una Repubblica fondata sui diritti della libertà e i diritti del lavoro"
(Ugo La Malfa e Gaetano Martino)
"L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro"
(Amintore Fanfani)
Ciò che colpisce il normale cittadino è il fondamento: il lavoro. Sembra ben poca cosa per definire il principio dei princìpi di una nuova e libera nazione. Soprattutto astratto e, forse, parziale non ricomprendendo tutti quegli italiani che, per qualunque motivo, non lavoravano. Ma il motivo è da ricercarsi nel contesto storico di un'Italia che, come richiamato nel successivo articolo 4, solo con il contributo di ogni cittadino al "progresso materiale e spirituale della società" avrebbe potuto avviarsi verso ricostruzione e propsperità. Bisogna riconoscere che oggi non è più così perchè le dinamiche economiche internazionali passano anche attraverso altri canali più influenti e globalizzanti del solo lavoro del singolo cittadino, e la crisi in corso ne è chiara esemplificazione.
La proposizione con cui solitamente si apre una Costituzione ha un altissimo significato simbolico e, a sessant'anni dalla stesura non vi è dubbio che il solo lavoro non identifica il popolo inteso nella totalità dei cittadini, tanto meno il popolo può identificarsi in esso perchè un'attività (il lavoro) difficilmente può riconoscersi come valore fondamentale di una società.
La senatrice Donatella Poretti (Radicali italiani, eletta nel PD) ha pronunciato un discorso in aula proprio in supporto alla modifica dell'art. 1 della Costituzione. Nel testo (del quale consiglio la lettura integrale) oltre ad elencare le categorie che comprendono i milioni di Italiani che non possono materialmente riconoscersi nel valore fondamentale del lavoro, contesta anche la formula di Repubblica democratica, in pratica demolisce l'intero impianto dell'articolo 1. Le motivazioni non sono astratte ma, a mio avveso, ben giustificate e descritte:
"l’espressione 'Repubblica democratica' è insufficiente ad individuare e garantire quei diritti che, se non rispettati, determinano una vera e propria dittatura, sebbene formalmente 'democratica'. Cosa distingueva infatti la Repubblica democratica tedesca (DDR), la ex Germania dell’Est, dalla Repubblica democratica italiana? In ben 42 su 48 Paesi del continente africano vi sono state elezioni democratiche, ma quasi nessuno di questi gode di diritti così come nei Paesi cosiddetti occidentali. Una delle più feroci tirannie oggi al mondo è quella della Repubblica democratica popolare di Corea, anche conosciuta come Corea del Nord. La Repubblica islamica dell’Iran, per esempio, tiene regolari elezioni, eppure difficilmente potremmo paragonare il suo assetto istituzionale come una democrazia simile alla nostra. [...] Per questo motivo, l’Italia dovrebbe essere prima di tutto una Repubblica democratica fondata sulla libertà, intesa quale totalità dei diritti della persona, senza i quali verrebbe meno la distinzione con quelle 'repubbliche democratiche' che ieri, come oggi, opprimono intere genti nel nome della volontà popolare. La libertà trova la sua principale e massima protezione nello Stato di diritto: supremazia e rispetto della legge, in primis rispetto della Costituzione, Legge fondamentale di tutti i cittadini".
Porsi almeno il problema di individuare un elemento di unione ed un marchio di valori reali proprio in quel primo articolo così importante, credo sia un atto di onestà intellettuale e di affezione verso il proprio paese. I princìpi, se applicati, non sono vacui ma pesano come macigni nella classe politica e conseguentemente nella definizioni delle leggi. Oggettivamente, inoltre, quel primo articolo così generico e fuorviante, cozza contro i successivi 5 articoli dei princìpi fondamentali che esprimono invece, in senso compiuto, il concetto di libertà. La discussione sull'articolo 1 potrebbe essere proprio un punto di partenza per un confronto pacifico su possibili e, a mio avviso, auspicabili aggiornamenti e revisioni.
Per ultimo riporto la proposta di modifica fatta proprio dalla senatrice Poretti che credo essere un ottimo spunto di riflessione e dibattito:
“La Repubblica italiana è uno Stato democratico di diritto fondato sulla libertà e sul rispetto della persona”.

































































7 Comments:
la prima cosa che ti insegnano nella prima lezione di diritto costituzionale è che gli articoli vanno letti in combinato e mai da soli. dovrebbe saperlo anche lei...
>Personalmente credo che la Carta suprema sia stata scritta per la gente e, proprio per questo, possa essere letta, interpretata e commentata da chiunque.
la costituzione è un testo giuridico che può essere veramente compreso solo da un giurista , da una persona che ha i mezzi intellettuali e culturali per capirla. poi ognuno può interpretarla come vuole, come ognuno può interpretare un tracciato di un elettrocardiogramma ma se non sei un medico o un infermiere difficilmente ne capisci qualcosa....
per poterne parlare bisognerebbe con cognzione essere un giurista, altrimenti si finisce a scrivere le sciocchezze che lei ha scritto.
anche la discussione e il compromesso non furono mai su un unico articolo ma sempre in combinato. il marchio ideologico sta in tutta la prima parte e non solo nel primo articolo.
il fatto che sia ispirato in parte alla costituzione sovietica è elemento di modernità al contrario per esempio della costituzione statunitense, molto più vecchia della nostra (perchè non poropone di cambiarla?)
il ragionamento, se così possiamo chiamarlo, sul "fondamento del lavoro" è un vero e proprio blackout logico. si parla di repubblica non dei cittadini. in che modo coloro che non lavorano non sono ricompresi?(in cosa ?) non è dato sapere.
"...la crisi in corso ne è chiara esemplificazione....". a maggior ragione quando un diritto non è tutelato bisogna rivendicare la sua tutela nella costituzione!
""l’espressione 'Repubblica democratica' è insufficiente "
può anche darsi. ma per questo esiste la seconda parte dell'articolo 1 "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione." e degli altri articoli. questo è un lavoro di vera e propria rimozione!
sul fatto che la presenza di elezioni non sia sufficente a determinare la democraticità di uno stato con me sfonda una porta aperta. è per questo che in italia, oggi, esiste un regime.
"Porsi almeno il problema di individuare un elemento di unione ed un marchio di valori reali proprio in quel primo articolo così importante"
il lavoro appunto, pur nelle diverse concezioni liberale e socialista. e la democrazia. diritti economici e diritti politici sono quindi magistralmente inseriti nel primo brevissimo enunciato.
comunque è opinione comune a quasi tutti i costituzionalisti che si rispettino che i primi 12 articoli siano immodificabili.
dovrebbe saperlo. diciamo che con quest'articolo non ci fa una gran figura...
Se per cortesia la smettesse di personalizzare e offendere le sarei grato.
"La norma contenuta nell'art. 1 ("L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro"), collegata alla disposizione che enuncia il diritto-dovere al lavoro (art. 4 cost.), sta a significare che al lavoro è attribuita rilevanza costituzionale. Essa vuole indicare, soprattutto, che "nella nostra Repubblica non si dovrebbero riconoscere i privilegi economici perchè condannevoli; il solo lavoro dovrebbe essere il titolo di dignità del cittadino" (Giannini M. S.). Il lavoro diviene, in tal modo, valore informativo dell'ordinamento, giacchè la dignità del cittadino è commisurata esclusivamente alla sua capacità di concorrere al progresso materiale e spirituale della società, senza che possano farsi più valere posizioni sociali che non trovano il loro titolo nell'apporto del soggetto alla comunità alla quale appartiene (si ricordi a questo proposito, il comma I dell'art. 3 Cost., a norma del quale "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale")..."
(Temistocle Martines, Diritto Costituzionale, quarta edizione (1986), pagg. 239-240)
E poi, scusami Daniele, non mi pare che Fanfani sia propriamente un figlioccio di Stalin...
da quando dire che una persona non sembra un giurista e che non ha fatto una bella figura è un insulto?
continuo a vederla provvisto di scarsa capacità logica. (la prego, non è un insulto, è solo una critica)
@ Claudio, innanzitutto ti ringrazio perchè commenti argomentando senza offendere, cosa che a quanto pare altri non sanno fare. In secondo luogo sono certo che il miglior complimento che si possa fare alla nostra Costituzione è quello di discuterne pacatamente, senza strapparsi i capelli, insomma conoscerla e approfondire. D'altra parte se viene distribuita nelle scuole primarie non credo che lo si faccia per metterla sotto la gamba della sedia che dondola, ma perchè ogni cittadino, anche i più piccoli, possano leggerla, capirla e, se lo ritengono, commentarla. Non mi piace, e spero che tu concordi con me, limitare il dibattito ai solo esperti costituzionalisti di fama. Un piccolo post su un blog, con un confronto garbato e argomentato è sicuramente un modo valido per appropriarcene indipendentemente dalle posizioni politiche di ciascuno.
Un saluto
certamente , come detto ognuno, è libero di commentare la costituzione, il corano, la bibbia etc... ma senza avere la presunzione di essere più intelligente di Fanfani, e con l'umiltà di spiegare con un minomo di rigore le proprie opinioni, senza rifugiarsi poi in accuse di maleducazione altrui alla prima critica ricevuta.
le faccio un esempio di scarso rigore. nel post qui sotto leggo nel titolo "Cambiare la costituzione è indispensabile".
ora la parola "indispensabile" ha un suo significato preciso. lei avrà pure tentato di spiegare il motivo per cui potrebbe essere utile cambiare la costituzione, ma non i motivi per cui sarebbe "indispensabile".
l'unica ragione sarebbe che ha 60 anni. ma quella americana ne ha 222, mi sembra, eppure non mi sembra che lei proponga di cambiarla, solo perchè essendo stata scritta 222 anni fa non può essere adatta alla società odierna. mancanza di coerenza e rigore, questo sono le critiche. null'altro.
Sulla parte ordinamentale si potrebbe - e, forse, si dovrebbe - anche discutere.
Il problema, tuttavia, è che nella attuale situazione politica, i mutamenti che vengono, di volta in volta, proposti rischiano di rivelarsi esiziali per l'assetto istituzionale.
Faccio un esempio concreto. Sei certamente al corrente dell'uscita pubblica del premier, che prospettava una modifica dei regolamenti parlamentari volta ad attribuire il voto ai soli capigruppo.
Uno dei colonnelli del PdL (non ricordo esattamente quale) ha minimizzato la portata di un eventuale provvedimento in tal senso, sostenendo - impropriamente - che in Francia ciò avviene già da tempo.
Per la portata di questa boutade vi rinvio al reglément de l'assemblèe parlamentaire, che è reperibile in rete.
Orbene, se già con un Parlamento numeroso come quello attuale Berlusconi manifesta la sua insofferenza (ma vorrei dire il suo disprezzo) per la dialettica parlamentare, non oso immaginare cosa succederebbe riducendo il numero di deputati e senatori e abbandonando lo schema del bicameralismo perfetto.
Cioè attuando due delle riforme che tutti auspicano da anni.
E, ancora, sul federalismo: se gli amministratori a livello centrale mostrano una inadeguatezza così evidente alle responsabilità connesse alla funzione, figuriamoci cosa avverrebbe attribuendo maggiori poteri a quelli locali.
Il mio timore, Daniele, nasce anche dall'esperienza di questi vent'anni.
Il referendum sulla preferenza unica sembrava avrebbe chiuso per sempre la porta al malgoverno. Poi venne il sistema maggioritario, per garantire la governabilità. Si disse che si poteva ben sacrificare un po' di rappresentanza pur di avere governi che durassero cinque anni. Infine il sistema implose per effetto delle inchieste del pool milanese e della pressione dell'opinione pubblica.
Oggi abbiamo molta meno rappresentanza (nel senso che almeno con il proporzionale e le quattro preferenze potevamo scegliere chi votare), anzi con l'attuale legge elettorale e i listoni precompilati non ne abbiamo affatto. E, d'altro canto, il governo ha interpretato la larga maggioranza parlamentare ottenuta alle ultime elezioni come il potere di fare tutto ciò che vuole senza neppure confrontarsi con l'opposizione, le parti sociali, l'elettorato.
Come una delega in bianco, insomma.
La storia è maestra, caro Daniele, e Mussolini si appropriò dello Stato proprio in virtù delle possibilità che gli offriva la flessibilità dello statuto albertino.
Ma quello almeno lo aveva ottriato il re.
Non me la sento di lasciare che Berlusconi scriva una nuova costituzione a suo uso e consumo, magari riformando i poteri del Capo dello Stato, in vista di una sua eventuale elezione alla scadenza del mandato di Napolitano.
Una situazione resa ancora più drammatica dall'incertezza su quella che sarà in quel momento la composizione del Parlamento, atteso che non è ben chiaro se l'elezione avverrà in questa legislatura o nella prossima.
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