
I numeri della manifestazione del 25 Ottobre non contano? Balle. Contano eccome. Veltroni, dopo la sconfitta delle politiche, aveva l’urgenza di difendersi dagli attacchi interni al partito per destabilizzarlo, portati dai moderati (Marini), dai prodiani (Parisi) e dai diessini (D’Alema). Quale migliore occasione quindi per una bella manifestazione contro il governo per rafforzare l' immagine ormai in declino ed un partito sempre meno considerato dall’opinione pubblica?
Certo le criticità non mancavano: prima fra tutte la spada di damocle della reunion di Cofferati nel 2002 – tenutasi nel medesimo ambiente - manifestazione indetta per protestare contro la possibile abrogazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Certo non si poteva prendere in considerazione il paragone con piazza San Giovanni, da sempre icona della sinistra italiana, perchè «profanata» dal centro destra di Berlusconi in quel del 2 Dicembre. Inoltre, come abbiamo già sottolineato, il paragone con il 2 di Dicembre - di quel che poi divenne il PdL - era impossibile. All’epoca il Cavaliere riteneva - e con ragione – che la maggioranza guidata dal Professore, numericamente esile al Senato, fosse drammaticamente predestinata al collasso sia per l’esiguo numero di voti a disposizione sia per le sue contraddizioni interne. Con la manifestazione Silvio Berlusconi puntava a rinvigorire la sua leadership – allora contestata - attorno agli alleati del futuro PdL oltre che a concretizzare una opposizione coesa al solo fine di sciogliere quanto prima le camere per tornare al voto anticipato. Berlusconi era certo di poter vincere e così di fatto è successo.
Anche il Partito Democratico nasce come alternativa maggioritaria al centro destra con l’obiettivo di far cadere governo. Purtroppo però i numeri per la sinistra riformista latitano ed è per questo che non è stato possibile per Veltroni e soci richiamare un possibile scioglimento delle camere come fece a suo tempo il Cavaliere a San Giovanni. Alla luce di questi fatti e non potendo minimamente pensare di potersi sostituire al governo in carica - che invece di perdere consenso ne acquista ogni giorno di più - a Veltroni non restava altro che la difesa della sua leadership sempre più in bilico dopo gli schiaffi primaverili. Sfortuna ha voluto però che tutto ciò accadesse in un momento di crisi economica alla quale il governo pare aver provveduto in maniera più che tempestiva e con misure anche accettate proprio dalla stessa opposizione. Infatti gli unici argomenti tirati in ballo dalla sinistra in questi giorni non si sono soffermati - in maniera esaustiva - sui temi economici che ormai tengono banco in tutto il mondo come primo fattore di interesse, ma sulle occupazioni scolastiche e la proposta del ministro Gelmini, l’unico provvedimento in grado di poter essere un po’ strumentalizzato. Veltroni per salvare capra e cavoli doveva per forza di cose riempire all’inverosimile Roma. Così non è stato.
D’altronde non ci si sarebbe potuto aspettare altro e non solo per i sondaggi che danno il Governo al massimo del gradimento. Se pensiamo che i manifesti su Roma con cui si pubblicizzava la manifestazione del Partito Democratico si basavano su una foto di folla falsa - che non ritraeva militanti della sinistra ma solo uno spaccato di fedeli di Piazza San Pietro (erano presenti nella foto troppi Sacerdoti e troppe Suore anche per un partito riformista che si è avvalso di componente cattolica) - come poter pretendere che la manifestazione stessa non potesse essere una enorme burla? E non per colpa del popolo presente, intendiamoci. Ma per la sua dirigenza, scialba, falsa ed inadatta a rappresentarli. La stessa «sparata» dei «2.500.000» dà l’idea di un Partito Democratico in malafede e completamente fuori dal tempo.
In realtà i tempi delle manifestazioni sono finiti. Perché per un solo militante che urla e fischia insieme ad altri in una piazza, ne corrispondono almeno dieci a casa che, vedendolo, possono non essere d’accordo lui. Tanto più sono i manifestanti, tanto più possono far paura e tanto più crescerà la reazione degli avversari. La verità è che la psicologia della comunicazione di massa è cambiata. Forse la piazza poteva funzionare vent’anni fa. Oggi non più. Ormai utilizzare queste ritualità, completamente obsolete per l’era moderna, fa più male che bene. Se oggi - direttamente dalla propria «cameretta» - basta accendere un computer e fare un filmato per farsi vedere da migliaia di persone all’altro capo del mondo, a cosa serve riunirsi in qualche migliaio quando con la tecnologia posso raggiungerne milioni?
Technorati Tags: Pd, Veltroni, 25 ottobre 2008, Circo Massimo, manifestazioni
27 ottobre 2008
Flop e manifestazioni
Pubblicato da Chris a 8.45 0 commenti Link a questo post
Etichette: Politica
26 ottobre 2008
Pd: "Siamo in due milioni e mezzo"

Quanto mi piacerebbe vedere in questo momento Veltroni e Bettini con il pallottoliere chiusi al loft...
Technorati Tags: 25 ottobre 2008, Pd, Veltroni
Pubblicato da Chris a 0.26 11 commenti Link a questo post
Etichette: Politica
25 ottobre 2008
"Sono molto meglio dei loro dirigenti"

Dalla manifestazione del Partito Democratico, che è in corso al Circo Massimo di Roma, uno dei primi commenti sensati. Militante, ma sensato.
Technorati Tags: Veltroni, Pd, Circo Massimo, 25 ottobre 2008
Pubblicato da Chris a 17.54 2 commenti Link a questo post
Etichette: Politica
Il «salva» Veltroni

Veltroni, che con la sua manifestazione di oggi vorrebbe salvare l’Italia, fa solamente ridere. Nel Partito Democratico stanno giustificando tutto questo col ricordo delle adunate romane berlusconiane per contrastare il governo di allora, quello di Romano Prodi. In fin dei conti potrebbe anche essere legittimo il paragone, soprattutto per quel che concerne il diritto di manifestare il proprio dissenso rispetto ad un governo che non rispecchia i propri ideali.
Quello che invece stride è paragonare il senso politico di codesta iniziativa con quella promossa da Silvio Berlusconi a Piazza San Giovanni. All’epoca il Cavaliere riteneva - e con ragione – che la maggioranza guidata dal Professore, numericamente esile al Senato, fosse drammaticamente predestinata al collasso sia per l’esiguo numero di voti a disposizione sia per le sue contraddizioni interne. Con le manifestazioni Silvio Berlusconi puntava a rinvigorire la sua leadership – allora contestata - attorno agli alleati del futuro PdL, oltre che a concretizzare una opposizione coesa al solo fine di sciogliere quanto prima le camere per tornare al voto anticipato. Berlusconi era certo di poter vincere e così di fatto è successo.
La tattica, forse discutibile, era molto chiara e le forme di lotta erano coerenti con gli obiettivi prefissati. La stessa cosa sta succedendo con la sinistra antagonista di Veltroni e con i movimenti giustizialisti. Pur essendo «accrocchi» discutibili, non si può non riconoscere la loro chiarezza e coerenza, visto che entrambi si prefiggono di diventare opposizione intransigente contro il governo, secondo loro, oppressore. Il fine di questi movimenti, oggi minoritari, è quello di creare movimenti di massa in grado di contrastare il governo sia con lotte sociali sia attraverso referendum. Logicamente, non potendo contare sui numeri, hanno scelto l’agitazione come strumento di boicottaggio sperando in tempi migliori.
Il Partito Democratico invece, rispetto ai gruppi sopra citati, nasce come alternativa maggioritaria al centro destra, il cui fine ha l’obiettivo della caduta del governo. Purtroppo però i numeri per la sinistra riformista latitano ed è per questo che oggi non sarà possibile per Veltroni e soci richiamare un possibile scioglimento delle camere come fece a suo tempo il Cavaliere a San Giovanni. Alla luce di questi fatti, non potendo minimamente pensare di potersi sostituire al governo in carica, che invece di perdere consenso ne acquista ogni giorno di più, a Veltroni non resta altro che la difesa della sua leadership sempre più in bilico dopo gli schiaffi primaverili. Sfortuna vuole però che tutto ciò accada in un momento di crisi economica alla quale il governo pare aver provveduto in maniera più che tempestiva e con misure anche accettate proprio dalla stessa opposizione. Infatti gli unici argomenti tirati in ballo dalla sinistra in questi giorni, non hanno assolutamente sottolineato temi economici - che ormai tengono banco in tutto il mondo come primo fattore di interesse - ma le occupazioni scolastiche e la proposta del ministro Gelmini, l’unico provvedimento in grado di poter essere un po’ strumentalizzato. Una piccola boccata d’aria ad un partito sulla soglia del 26% e che, all’ombra di Cofferati, dovrà sudare le sette camice per far numeri al Circo Massimo. Tutto ciò rende ahimè ancora più evidente lo scopo di questa manifestazione: salvare la leadership di Veltroni che altrimenti lo vedrebbe saltare, subito prima o subito dopo, le europee. Sono certo che oggi nelle file del Pd saranno in tanti ad usare il pallottoliere. E non tutti in maniera costruttiva.
Technorati Tags: Pd, Veltroni, Circo Massimo, 25 ottobre 2008
Pubblicato da Chris a 5.43 1 commenti Link a questo post
Etichette: Politica
22 ottobre 2008
USA2008: Game over?

Alla Hofstra University, davanti ad un ottimo Bob Schieffer, John McCain e Barack Obama hanno consumato il loro ultimo dibattito prima dell’election day di Novembre. Questa volta «Old John» ne è probabilmente uscito vincitore, ma sarà bastato per convincere gli indecisi? Nonostante il vantaggio dell’avversario (che però non è ancora riuscito a prendere il largo) e le buone uscite a livello mediatico del David Letterman Late Show e del Galà della fondazione Al Smith - che hanno permesso al Sen. dell’Arizona di «rosicchiare» qualche punticino nei confronti del leader democratico - McCain non è ancora riuscito a colmare lo svantaggio che lo separa dal frontrunner di questa incredibile corsa alla Casa Bianca.
Ma - tralasciando l’ormai tediosa e folkloristica star «Joe The Plumber» - può essere davvero finita la corsa per McCain? Se ci soffermassimo solamente ad osservare e a leggere la stragrande maggioranza del mainstream potremmo anche preparare le valige senza perdere altro tempo. La verità però è che i «frutti» non sono ancora maturi per poter essere sicuri. Invece di suonare le trombe, o guardare dove «tira il vento» come Colin Powell, dovremmo tutti quanti fare mente locale per ricordarci la storia di questa lunghissima corsa iniziata a gennaio. Dopo la vittoria in Iowa già tutti i media avevano iniziato a stigmatizzare Obama come un predestinato. Pochi giorni dopo, in New Hampshire, la spuntò Hillary Clinton facendo rimangiare articoli, vocali e consonanti a «fior fior» di commentatori ed analisti.
L’ex First Lady – nel proseguimento dei caucuses e delle primarie - riuscì poi a trionfare in tutti i grandi Stati (Pennsylvania, Kentucky, West Virginia e Ohio) ad eccezione dell’Illinois (dove Barack giocava in casa). Certo alla fine è stato il leader nero a spuntarla, ma solo all’ultimo momento e in un regime di incertezza terminato con la convention democratica di Denver, favorendo di fatto il leader repubblicano. Senza «gli stracci» lanciati dalla Clinton e da Obama forse oggi McCain non si troverebbe nella condizione di giocarsi la sala ovale.
Oggi, con il Sen. dell’Illinois in testa nei sondaggi, gli stessi analisti e commentatori stanno commettendo lo stesso errore anticipando, prima del tempo, il responso delle urne.
«Newsweek» si è chiesto come Obama da presidente possa governare una nazione conservatrice come l’America, anche se si voterà solo fra due settimane. Mike Allen su «The Politico» ha descritto Obama come vincitore senza alcun indugio. E’ vero che la campagna di Obama, nonna permettendo, ha così tanto denaro per acquisire spazi pubblicitari da qui fino al 2012 e certamente, in altri periodi storici, forse sarebbe potuto bastare, ma oggi?
«Meet the Press», domenica scorsa, ha presentato l’endorsement di Powell a favore di Obama come se fosse più importante che l'effettiva elezione. Andrew Mitchell, forse con eccessiva sicumera, ha dichiarato che l’exploit di Powell farà una grande differenza sugli indecisi in Florida, Virginia, North Carolina e persino nella Carolina del Sud, apostrofando l’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti, quasi come un democratico di lunga data. Chuck Todd, di «NBC», ha osservato che la mappa elettorale si sta spostando a favore di Obama anche in luoghi come il West Virginia dove storicamente, e questa non è una esagerazione, McCain dovrebbe vincere a mani basse. Un repubblicano famoso (non riveliamo il nome) ha persino detto che lo «spettacolo» dell’endorse di Powell sia stato come mettere «l’ultimo chiodo nella bara». E 'vero che Obama è, almeno per il momento, favorito per diventare presidente degli Stati Uniti, ma come può essere possibile, con due settimane di anticipo, dare così sfacciatamente per vincente Barack Obama? Il monitoraggio nazionale dei sondaggi degli Stati ha invece mostrato in questi mesi una corsa altalenante, fatta di alti e bassi per entrambi i candidati. In genere questi sondaggi finiscono per influire su quelli nazionali. Questo dovrebbe essere un segnale d’allarme per Obama ed il suo staff. Dopo tutto, l'anno scorso, ogni analista politico sulla scena (tranne noi) aveva detto che John McCain non avrebbe avuto alcuna possibilità di vincere la nomination repubblicana. Sempre quest'anno chiunque avrebbe pensato ad un Obama vincente nei grandi Stati membri. Così invece non è stato. In quanti poi avevano descritto il tema dell’Iraq come perno centrale per vincere le elezioni? Anche in questo caso le cose sono andate diversamente.
La corsa di McCain è diventata certo molto difficile, ma forse qualche «agente esterno» potrebbe ancora dargli una mano. Così è successo per l’Iraq dove l’appoggio a Petraeus lo ha trasformato in trionfatore nella Gop nomination. In questa crisi finanziaria la difficoltà di trovare risposte adeguate e non populiste sta mettendo McCain in difficoltà diversamente da Obama che, nello stesso populismo e con meno background politico, si è fatto forte di non aver mai avuto come suo leader George W Bush. Ora però , lo sforzo globale (americano ed europeo) sembra avere «sbiadito» un po’ la crisi ed il peggio sembrerebbe essere passato. Sia chiaro: questo è uno dei momenti peggiori per l’economia mondiale dopo la crisi del 1929 e ci saranno periodi – non brevi - di congiuntura difficili. Nonostante questo il collasso sembrerebbe essere scongiurato (basta vedere l’altalena delle borse) e questo fattore potrebbe aiutare McCain.
Obama non ha vinto tutti i dibattiti come blaterato dei media in queste settimane. Obama ha certo molti più soldi ma, arrivati a questo punto, neanche quelli possono essere determinati. Il Presidente Bush è ancora incredibilmente impopolare ma mai quanto il congresso e McCain è riuscito nel miracolo di presentarsi all’opinione pubblica come un possibile riformatore di quelle politiche. Obama è certamente in vantaggio, ma la corsa non è ancora finita.
Technorati Tags: Usa2008, Obama, McCain,
Pubblicato da Chris a 3.13 3 commenti Link a questo post
Etichette: USA 2008
19 ottobre 2008
Usa 2008: I screwd up!
In attesa di trovare almeno un'ora per scrivere le mie impressioni sul terzo dibattito, vi offro l'intervista di John McCain al David Letterman Late Show di qualche giorno fa. Io adoro quest'uomo.
Round Up: Italian blogs for John McCain; The Right Nation
Technorati Tags: Usa2008, Letterman, McCain
Pubblicato da Chris a 2.45 0 commenti Link a questo post
Etichette: USA 2008
14 ottobre 2008
USA2008: Occasione perduta?

Mai come in queste presidenziali tutto si gioca sulle emozioni. Così è successo nel confronto tra la Palin e Joe Biden. Sarah è risultata vincente, non tanto sugli argomenti, ma sulla comunicazione. La stessa cosa è successa pochi giorni fa nel secondo dibattito tra Barack Obama e John McCain a Nashville. Molti, nel main stream, hanno parlato di un ennesimo pareggio. Invece, per la prima volta, abbiamo visto un Obama a proprio agio, in una delle sue migliori performance, grazie ad un «format» che lo ha avvantaggiato. Fino a questo momento McCain aveva convinto, più del suo avversario, proprio sull’impostazione in cui veniva comunicato il messaggio. Il Sen. dell’Arizona aveva convinto, fino ad oggi, proprio sul suo approccio visivo molto più presidenziale, rispetto a quello del suo avversario.
A Nashville invece McCain è apparso vecchio, «cranky» e decisamente stanco. I suoi movimenti rigidi e confusi - un prodotto delle torture subite in Vietnam - hanno portato ad un effetto boomerang che hanno favorito il modo di proporsi al pubblico di Obama, molto più giovane ed aggraziato del suo avversario. In un momento così difficile per l’economia americana e mondiale, con la fiducia nei mercati che vacilla e con la voglia e la necessità di avere un «commander in chief» vigoroso, la scelta di McCain di impostare il suo dibattito in piedi ed in mezzo al pubblico è stato un errore fatale. Barack Obama ha dimostrato di essere molto più fluido ed a suo agio a camminare fra le persone - probabilmente ha sfruttato i suoi trascorsi come professore di diritto - riuscendo a «bucare lo schermo» e a mantenere il contatto visivo. Le sue risposte sono state più spontanee di quelle di McCain che, nonostante tutto, è riuscito a salvare il salvabile. E sebbene il sen. dell’Arizona sia tradizionalmente più abile nell’improvvisazione e nelle citazioni (e ne ha dato prova anche questa volta), a Nashville è risultato più stanco e ripetitivo del solito.
Entrambi i contendenti hanno dato prova in questi mesi di non avere idee (se non per luoghi comuni) per risolvere la crisi economica ed è per questo che forse Obama, pur nel suo populismo, è riuscito ad essere più convincente del suo avversario. McCain si è forse trovato più a suo agio nella maggior parte delle domande, ma dopo un dibattito del genere, mentre tutti erano in attesa del colpaccio di «Old John» (mai arrivato), possiamo dire che il Sen. dell’Arizona ha perso una grande occasione, sbagliando completamente la scelta del format e dando un pareggio ad Obama che alla fine è risultato più una vittoria.
Mancano ancora parecchi giorni prima dell’election day di Novembre e McCain ha la possibilità di fare tesoro degli errori commessi in queste settimane sfruttandoli a suo vantaggio. Come sappiamo pochi giorni in politica equivalgono a settimane ed i giochi, nonostante il vantaggio di Obama, non sono ancora conclusi. Ora la direzione di «Old John» deve essere chiara: dopo aver ricompattato la base con l’arrivo di Sarah Palin l’obiettivo primario del Gop dovrà sportarsi verso tutti gli indipendenti ancora indecisi e verso quella fetta di elettori, ma soprattutto elettrici, di Hillary Clinton che ancora osteggiano il leader nero democratico.
McCain e la Palin sembra se ne siano accorti cercando di cambiare strategia. La Palin sta iniziando a lanciare nuove critiche attaccando Obama in materia di aborto mentre due giorni fa in Iowa McCain, abbandonando il suo self control, si è concentrato sulle proposte di Obama rispetto alla spesa pubblica. Ed anche ieri «Old John», parlando davanti ai suoi sostenitori, ha rincarato la dose: «Abbiamo 22 giorni di tempo per vincere. Siamo a sei punti sotto. I media nazionali ci hanno già descritto come perdenti. E mentre il Senatore Obama sta già pensando a come cambiare i tendaggi della Sala Ovale ed il senatore Reid a come aumentare le tasse e la spesa , oltre a voler ammettere sconfitta in Iraq, noi siamo qui a dire agli americani ed alle nostre truppe che noi non abbiamo perso ma stiamo vincendo e vinceremo. Porteremo le nostre truppe a casa con onore».
«So che siete preoccupati - ha detto McCain alla folla - l'America è un grande paese. Siamo in un momento di crisi nazionale che determinerà il nostro futuro. Riusciremo a continuare a guidare il mondo delle economie, o saremo superati? Il mondo diventerà più sicuro o più pericoloso? I nostri militari resteranno il baluardo della pace nel mondo? I nostri figli ed i nostri nipoti avranno un futuro più luminoso rispetto al nostro? La mia risposta è: sì, ci sarà più prosperità, sì, i nostri figli avranno una vita migliore e più sicura ed avremo un paese più forte. Ma dobbiamo essere pronti ad agire rapidamente, con coraggio e con tanta saggezza "
A livello nazionale, Real Clear Politics dà una media ad Obama di + 7,3%. Il Washington Post-ABC News Poll out ha dato ieri mattina un enorme vantaggio ad Obama: + 10 punti, mentre Reuters / C-SPAN / Zogby stanno dando Obama avanti di 4 punti percentuale.
La verità e che la campagna di McCain deve arrivare ad una svolta e il partito dell’elefantino lo sa. William Kristol, influente giornalista conservatore, ospite da tempo al New York Times, ha scritto ieri: "È tempo per John McCain di rilanciare la sua campagna. Non ha nulla da perdere a questo punto. Se non rischia lascerebbe ad Obama una vittoria troppo semplice».
Il terzo e ultimo dibattito presidenziale è fissato per Mercoledì a Hofstra University, la più grande scuola privata a Long Island. McCain, se vorrà rimanere ancora in gara, non dovrà perdere questa occasione per dare una svolta alla sua corsa. Se ciò non dovesse succedere, per Obama sarebbe l’ennesimo tassello per un puzzle ormai completo.
Pubblicato da Chris a 11.49 4 commenti Link a questo post
Etichette: USA 2008
08 ottobre 2008
Usa 2008: The New Sarah

Sarah Palin aveva dato l’impressione di essere una persona poco esperta di politica estera nelle interviste televisive della ABC con Charles Gibson e della CBS con Katie Couric. Anche fra i repubblicani stava iniziando a serpeggiare il presentimento di avere davanti un soggetto inadatto per ambire alla Vice Presidenza degli Stati Uniti D’America.
L’immagine che però la Palin è riuscita a costruire il 2 Ottobre a St Louis, durante il dibattito con Joe Biden, è risultata completamente diversa. Vedere il governatore dell’Alaska prendere intelligentemente per il «bavero» Biden sulle armi nucleari, riuscire ad anticiparlo sottolineando la pericolosità dell’Iran rispetto ad una possibile bomba e poi ribattere in maniera perentoria alla moderatrice Gwen Ifill di poter parlare dell’Afghanistan, è stata una sorpresa. La Palin è risultata concreta ed è riuscita, lavorando sulle emozioni, ad essere più comunicativa del suo antagonista democratico. Sapeva, ben prima di iniziare il dibattito, di poter gestire tutte le questioni fin troppo tecniche poste dalla moderatrice (un po’ di parte) Ifill. Ed è riuscita a convincere proprio sui temi chiave di Biden. Questa è stata la sua grande vittoria che va ben al di là dello scoreboard finale perché ora il partito conservatore sa di poter contare su una “Vice” di tutto rispetto. George W. Bush vinse contro Kerry proprio grazie alla «pancia» del Grand Old Party. La stessa parte che oggi si è ricreduta su Sarah «barracuda». La Palin ha superato a pieni voti il test contro Biden ed oggi il partito repubblicano sa di poter contare su una candidata di razza.
Certo Sarah non poteva dimostrare la stessa preparazione approfondita di Biden, il quale ha una grande esperienza proprio sulle questioni di foreign policy. Nonostante questo la Palin ha sfoggiato una buona cultura su tutti i temi esposti e su ogni questione, nazionale ed estero, che ha caratterizzato il lungo dibattito di novanta minuti. Il governatore dell’Alaska è riuscita ancora una volta ad elettrizzare la base del partito, così com’era successo alla convention repubblicana. La sua performance è stata però abbastanza incisiva per cambiare la direzione di una campagna che vede Barack Obama ancora in vantaggio su McCain? Potrebbe, anche se i sondaggi generali danno sempre il Sen. dell’Illinois avanti di cinque punti percentuale e di parecchi collegi nella conta degli swings state. La Palin, nel dibattito con Biden, ha dato l’idea di aver tenuto in mano meglio la situazione. Un’immagine completamente diversa rispetto alle sue prime interviste non riuscite granchè bene. Ronald Reagan - nel dibattito con Carter nel 1980 – riuscì a convincere gli americani di non essere un guerrafondaio. Oggi la Palin, grazie ad un dibattito che poteva essere devastante per lei, ha dimostrato di poter essere un buon Vice Presidente.
Sempre col sorriso sulla labbra, come alla convention, Sarah Palin ha dato prova di gran sangue freddo trovandosi davanti ad un «vecchio marpione» come Joe Biden, il quale ha dovuto sudare «sette camice» per uscire dal vortice in cui Sarah l’aveva costretto.
«Vorrei avere altre occasioni come questa Senatore» ha dichiarato alla fine del dibattito la Palin stringendo la mano a Biden. Di certo Joe non sarebbe d’accordo. Fra poche ore invece toccherà nuovamente a McCain ed Obama infilarsi i guantoni per il prossimo match che, in molti giurano, sarà all’ultimo sangue.
Technorati Tags: Palin, Biden, St.Louise, Usa2008, debate
Pubblicato da Chris a 0.27 3 commenti Link a questo post
Etichette: USA 2008
01 ottobre 2008
Utopie
Parliamo «fuori dai denti» una volta tanto. Nell’«affaire» Alitalia, oramai concluso nel bene e nel male, Silvio Berlusconi ha preso per la «collottola» l’accordo Sarkozy/Prodi gettandolo nel cestino più vicino alla sua scrivania. Dopo tutto, forte del suo risultato elettorale, non avrebbe potuto fare altrimenti, come qualsiasi altro politico al suo posto avrebbe fatto. L’accordo «CAI/Sindacati/Piloti/Hostess/Uomini di fatica e Lavoratori della terra» di certo farà felice i nuovi padroni ed i loro azionisti che, fra pochi anni, svenderanno tutto ad Air France (come il nuovo accordo nuovo di zecca prevede), facendo un mare di soldi. Non certo ai danni degli italiani, visto che ormai sono vent’anni che la compagnia di bandiera grava sulle spalle dei contribuenti. Qualche anno in più di certo non peggiorerà una situazione già di per se comica e drammatica al tempo stesso. Ragion per cui alla fine non tutto il male verrà per nuocere dato che, persa per persa, Alitalia verrà barattata presto con tecnologia nucleare francese per le nuove centrali italiane. Il tutto ovviamente «aggratis». Con Alitalia ormai nel baratro da diversi lustri, l’accordo non fa una grinza. Prodi dal canto suo aveva barattato con Sarkozy più posti di lavoro con Air France (soprattutto nel lungo termine) in cambio di accondiscendenza rispetto alla lunga mano francese sull’unico «atollo» di grande distribuzione rimanente in Italia (Coop). A conti fatti, nel disastro inevitabile, qualcosa forse ci abbiamo guadagnato.
Altro che mercato. Da sempre è la politica a farla da padrone in queste cose. L’economia non esiste senza la politica, come la politica non esiste senza l’economia. Il connubio è inscindibile. E fa riflettere come su tutti e due gli accordi, quello di Prodi come quello di Berlusconi, risulti palese l’intervento dello Stato. Persino in questo governo che, da sempre, vuole dimostrarsi portatore sano dell’ideologia liberale. E fanno altrettanto sorridere, in questi giorni di «earthquake» finanziario, i liberali a bocca aperta davanti all’evidenza palese di una nazione oltre atlantico (gli Stati Uniti) che alla fine si scopre «statalista», scoprendo inevitabilmente la sola ed unica verità: che ognuno cerca di farsi gli affari propri in barba alle ideologie. Soprattutto quelle impossibili ed irreali. Un «ciondolino», il piano di risanamento statunitense, da 700 miliardi di dollari statali per salvare un sistema (non solo americano a questo punto) ormai alla canna del gas, che va riformato oltre che controllato. Neanche un quarto di quello che realmente servirebbe. Pazzesco.
Anche i sassi sanno che il piano di George W. Bush passerà al Congresso. Forse un po’ modificato, ma passerà nelle sue linee guida. Le ritrosie all’interno del partito repubblicano sono solamente dovute al fatto che un piano di salvataggio del genere potrebbe portare meno voti all’elefantino da parte dei duri e puri del partito. Il piano andrà avanti ugualmente e nonostante le elezioni imminenti. Barack Obama può di certo sfregarsi le mani dato che questa situazione potrebbe portargli risultati e voti insperati. Certamente mettere la polvere sotto il tappeto non elimina il problema ma, con l’acqua alla gola, anche un salvagente sgonfio risulta fondamentale per la sopravvivenza.
Ahimè la verità è dura da digerire e la realtà, solitamente, scopre tutti gli altarini trasformando il pragmatismo in una trivella da estrazione. Invadente, ma molto efficace. L’evidenza che trasuda da questi temi di attualità, presi qui velocemente in esame, non fanno altro che dimostrare - semmai ce ne fosse ancora bisogno - come l’idea del «mercato fai-da-te» sia impossibile quanto pericolosa davanti alla necessità del realismo e dimostrando come il liberismo «duro e puro», cioè uno dei tanti estremismi, non possa essere applicato facendolo assomigliare sempre più ad una bolla di sapone. Tanto bella da vedere, ma poco consistente. Certo, «meno Stato e più privato» sono due «paletti» importanti per le fondamenta di qualsiasi nazione e basterebbe prendere in esame un tema importante, e realizzabile, come quello della sussidiarietà per rendersene conto. Ciò però non significa che entrambi si debbano escludere per forza l’un con l’altro dato che, appena uno dei due prevale - ed è la storia ad insegnarcelo - tutto va alla rovina. Le ideologie hanno spesso fatto grande l’uomo che ha saputo modellarle ai suoi bisogni . Purtroppo però, nella maggior parte dei casi, ciò non è accaduto trasformando idee e valori in sofismi della realtà.
Technorati Tags: Alitalia, AirFrance, Liberismo, Economia, ideologia
Pubblicato da Chris a 12.31 7 commenti Link a questo post
Etichette: Economia, Politica, Storia e Cultura
































































