
Il «bounce» è finito. La Convention repubblicana e l’avvento della «Vice» Sarah Palin, che avevano sospinto McCain fino a superare Barack Obama nei sondaggi di oltre sette punti, hanno esaurito la loro influenza sull’opinione pubblica. Ora il Sen. dell’Illinois si ritrova avanti nei sondaggi con una media di +4 punti percentuale (circa) e ,ben più importante, con una previsione di + 64 voti sugli electoral college (grandi elettori). Nonostante il vantaggio ritrovato del leader nero, McCain resiste sotto i colpi devastanti di una crisi USA che non accenna ad arrestarsi e che sta facendo penare non poco il leader repubblicano a causa di una eredità piuttosto scomoda dal nome di George W. Bush.
Ancora oggi, però, è innegabile: Obama non è riuscito a staccare in maniera significativa il Sen. dell’Arizona. Per questo pesano ancora in modo determinante (come successe nelle ultime presidenziali) gli «swings States», cioè tutti quegli Stati in bilico che non hanno ancora matematicamente deciso per chi votare.
Ed è in questo clima di incertezza non solo economica per il Paese America, che i due candidati alla Casa Bianca si sono incontrati qualche giorno fa nello Stato del Mississippi per il primo dibattito in vista dell’election day di Novembre. McCain alla fine - nonostante la scelta strategica iniziale eccellente di volersi dedicare all’incontro politico bipartisan promosso da Bush per fronteggiare la crisi economica (bocciato clamorosamente dal congresso poche ore fa) - ha capitolato, affrontando il leader democratico. Tralasciando le illazioni di alcuni osservatori che avrebbero ipotizzato una speculazione da parte di John McCain per aumentare l’audience del dibattito, il confronto - moderato da Jim Lehrer - si è sviluppato senza colpi bassi o stoccate da Ko. In sostanza abbiamo visto due dibattiti: uno sulla crisi finanziaria in atto ed uno sulla politica estera. Ora, ci sono due domande che ci dobbiamo porre: Chi ha vinto ciascuno di questi dibattiti, ma ancora più importante, chi ha realmente vinto il primo scontro?
La prima parte del dibattito sarebbe dovuta essere tutta rose e fiori per Obama: la crisi economica e la politica interna. Sorprendentemente McCain è stato in grado di guidare la conversazione girandola spesso a suo vantaggio grazie alle sue posizioni ferme sul taglio della spesa pubblica ed il taglio delle tasse alle imprese. Obama è sembrato spesso impacciato soprattutto nel momento in cui avrebbe dovuto spiegare agli americani le azioni per edulcorare la crisi economica in atto. Anche McCain non è stato però da meno ripetendo spesso il tormentone del taglio alla spesa come rimedio di tutti i mali, sintomo che entrambi non hanno molto le idee chiare sul da farsi come la maggioranza del congresso. Sulla politica interna si potrebbe forse ipotizzare un pareggio e, visto il vantaggio ritrovato nei sondaggi dal Senatore di colore, per McCain si è trattato di un vero e proprio miracolo il riuscire a riproporsi - ancora una volta - come correttore ed antagonista di George Bush. Lo scontato tormentone Obamiano «Bush=male» non ha funzionato a dovere ed il Senatore dell’Arizona l’ha spesso usato a proprio vantaggio nel dibattito sottolineando la sua posizione di «Maverick» all’interno del partito Repubblicano. Ma è sulla politica estera che il leader del Gop è riuscito a convincere rispetto al suo antagonista. John McCain è riuscito ancora una volta, imbeccato da Obama, a sottolineare la follia della disponibilità al dialogo incondizionato con Ahmadinejad, da sempre nemico giurato di Israele, e a bacchettare Obama sulla sua posizione nei fatti Georgiani.
Chi inoltre ha dimostrato il miglior temperamento? McCain è stato spesso divertente e occasionalmente molto deciso verso Obama senza mai mostrare però aggressività nei confronti dell’avversario. Obama invece, e per ben otto volte, ha ammesso le ragioni di McCain dimostrandosi forse troppo accondiscendente. Le premesse della vigilia erano tutt’altre: si pensava ad un Obama all’attacco che avrebbe dovuto prendere per la «cravatta» il Sen. dell’Arizona ed il suo «commander in chief», George W. Bush. Così non è stato. La gaffe incredibile di Obama sulle posizioni di Kissinger, rispetto al tema del dialogo con l’Iraq, si è tramutata in una ciliegina sulla torta per il Grand Old Party, ritorcendosi contro il Sen. dell’Illinois. E’ stato lo stesso Henry Kissinger ad intervenire a dibattito concluso: «Senator McCain is right. I would not recommend the next President of the United States engage in talks with Iran at the Presidential level. My views on this issue are entirely compatible with the views of my friend Senator John McCain. We do not agree on everything, but we do agree that any negotiations with Iran must be geared to reality».
Eccesso di buonismo? Strategia sbagliata? Oppure incapacità da parte di Obama nel reggere un confronto «one to one» non pre-confezionato? L’arte oratoria del leader nero è indiscutibile, ma da sempre Barack Obama ha dato prova di non essere in grado di sostenere un confronto basato sull’improvvisazione cosa in cui invece McCain è maestro. Basterà questo «exploit» di McCain nel primo dibattito pre election day a riportarlo in cima al gradimento degli americani? Lo vedremo nei prossimi giorni.
E mentre mezzo mondo rimane con il fiato sospeso sulle decisioni del congresso americano, rispetto al piano «salva economia» non ancora approvato, Sarah Palin e Joe Biden sono ormai sulla linea di partenza. Prossima tappa il 2 Ottobre a St. Louis.
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30 settembre 2008
Usa 2008: The debate
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15 settembre 2008
In autunno tutto si gioca sul «colle»

Strano come in questi giorni i media si siano completamente dimenticati del nuovo feeling estivo tra maggioranza e Quirinale. L’inatteso asse istituzionale nato fra il presidente Napolitano e Silvio Berlusconi - non certo per le scelte intraprese dal governo, ma più per il rispetto reciproco dei ruoli istituzionali - aveva fatto infuriare, oltre a Veltroni, anche i settori minoritari dell’opposizione.
Passate le ferie i nuovi accadimenti politici ed econo0mici (Alitalia, sicurezza, crisi economica) hanno sviato il “mainstream” nostrano, e l’opinione pubblica, dagli “ammiccamenti” (forse reciproci) del colle verso il Cavaliere che - in una situazione assai precaria a causa delle discrepanze fra costituzione materiale e costituzione formale - aveva consentito al governo di governare ed al Quirinale di far valere le esigenze di equilibrio, come è successo nella questione sull’immunità delle alte cariche dello Stato, considerata preferibile alla sospensione dei processi in base al principio di urgenza.
Questo lavoro diplomatico e di puntellamento dell’equilibrio istituzionale instabile avrebbe avuto un senso solo al compimento di una soluzione per risolvere una riforma costituzionale condivisa e che concluda questa interminabile transizione italiana.
Nelle opposizioni, però, la prospettiva di un confronto aperto e costruttivo su questo tema viene temuta, almeno nei suoi settori rilevanti (Veltroni, Bettini e Di Pietro), visto che porterebbe ad un rafforzamento dell’esecutivo odierno e lo renderebbe ancora più difficile da battere nei prossimi scontri elettorali. Nella realtà le tendenze sono due: quella moderata dell’Udc, che intende collaborare ad una riforma costituzionale pur andando contro ad alcuni disegni del governo come il Lodo Alfano ed il decreto sicurezza e quella giustizialista di Antonio Di Pietro che pur di andar contro Berlusconi è riuscito anche a contraddire il Quirinale. Ed il Partito Democratico?
Invece di esercitare una guida egemonica della opposizioni, come sarebbe naturale ed auspicabile (se non altro per le dimensioni elettorali), il Pd rimane immobile, incapace di trovare un sentiero che non lo identifichi con gli altri e che gli dia il giusto posto da leader incontrastato in contrapposizione al governo. Tutta la sinistra in effetti ha fatto fatica ad andar contro il Presidente della Repubblica - forse per via del suo passato e quindi “inattaccabile” sotto questo punto di vista - generando una sorta di impotenza fra le fila anche dei più duri e puri, lasciando il Cavaliere e Napolitano ad “illuminarsi” sulla “via di Damasco”.
Dalla “Festa Democratica” (quella che ha soppiantato il più famoso Festival dell’Unità) abbiamo visto un ex sindaco di Roma rinvigorito, ma con troppe criticità all’interno delle opposizioni da risolvere: Parisi e Marini sono stati notevolmente ridimensionati (ma pronti a tornare presto alla carica); D’Alema con i “ReD” (e Marini), un partito nel partito, che spera – ci possiamo scommettere – di essere in un futuro prossimo il motore di un progetto di riforma del PD dall'interno quando e se Veltroni dovesse fallire; Rutelli che, stufatosi di stare a guardare, avrebbe intenzione di contare sempre di più nei meandri del Loft ed Antonio Di Pietro (con un'unica strategia perché di politica neanche l’ombra), ormai rinnegato anche da Veltroni, all’attacco di Berlusconi.
Letta e Rutelli vorrebbero subito l'alleanza con Casini e l'UDC prima che le sirene berlusconiane tornino a farsi sentire mentre Veltroni, ancora oggi, sognerebbe una sua indipendenza elettorale senza rinnegare un passato nella sinistra più radicale, ancora oggi, piena d’amici. Insomma una gran confusione con problematiche non facili da risolvere.
Il Pd, se vorrà dar fastidio al cammino in discesa di Berlusconi, dovrà per forza sciogliere il nodo creato dalla maggioranza con il Quirinale che, alla fine, determina il nucleo centrale della questione del “dialogo”. Se Veltroni non riuscirà a sciogliere l’intricata matassa, sarà lui stesso a rimanerne imbrigliato subendo la pressione delle altre opposizioni che gravitano dentro, ed intorno, al Partito Democratico. Il rischio per lui è enorme: avere come concorrente elettorale parte dell’opposizione stessa segnerebbe la fine della sua leadership e di conseguenza, forse, il sogno (reale?) di una sinistra moderata.
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12 settembre 2008
Il riarmo del Sud America

L'America meridionale, il 23 Maggio scorso, ha ufficialmente varato l'UNASUR. L'Unione Sudamericana dovrebbe essere (almeno sulla carta), il passo finale verso la coordinazione economica e geopolitica dell’intero continente. Una fase più avanzata per sostituire la Comunità sudamericana delle nazioni, nata nel 2004, per unire le due aree di libero scambio esistenti (il Mercosur e la Comunità andina).
Ad occhio e croce sembrerebbe un buon passo in avanti per tutta l’America latina ma, osservando meglio, notiamo invece come il progetto si sia rivelato troppo ambizioso.
Se le buone intenzioni si notano sarà però difficile che il nuovo gruppo di lavoro riesca ad ottenere dei risultati concreti a medio ed a lungo termine.
Un altro traguardo al momento difficile, sembra anche la creazione di un possibile Consiglio di difesa sudamericano, con Lula (Brasile) estremamente entusiasta, e con la Colombia (ferrea alleata degli Stati Uniti) a frenare causa l’amicizia, fin troppo ambigua, con la Forze rivoluzionarie armate colombiane (Farc).
Il problema però è un altro. Il Sud America sta iniziando una folle corsa al suo riarmo interno. Solo nel 2007 le spese militari del continente hanno superato i 38 miliardi di dollari. In tutta questa montagna di “quattrini” spesi spiccano il Brasile, la Colombia, il Cile ed il Venezuela come principali investitori in materia bellica. Tale fenomeno però non è di questi giorni, ma arriva da lontano.
Negli anni ottanta, dopo la fine di alcuni regimi militari, molti paesi latino americani hanno iniziato a destinare moltissime risorse nella difesa. Oggi l’equipaggiamento militare di molte “pseudo-democrazie” in America Latina, risulta assai antiquato e bisognoso quindi di ammodernamento. Di solito questo “modus operandi” è indice di un rapporto più sereno tra Stato civile e forze armate che, in questi paesi, hanno molta più voce in capitolo che in altri. Solo Chavez, ex ufficiale e ora signore e padrone del Venezuela, risulta un’eccezione. Il suo recente acquisto di 24 caccia Sukhoi-30 e di 50 elicotteri da guerra russa, risultano certamente un ulteriore schiaffo agli Stati Uniti D’America ma anche l’assicurazione di un maggior sostegno da parte dei generali, spina dorsale del suo potere.
Nei giorni nostri invece, dopo un po’ di anni di crescita economica (forse spropositata per le reali capacità di gestione), i governi dei vari paesi dell’America Latina, hanno enormi quantitativi di liquidità. Per dare un’idea in Cile il prezzo del legname è stabilito per legge. Il prezzo dei beni di sostentamento e delle armi, no. Sempre come esempio, in Cile le forze armate ricevono il 10% delle entrate della Codelco (maggiore produttrice ed esportatrice di rame della regione). Se pensiamo che negli ultimi dodici anni il paese in questione ha comprato 340 carri armati tedeschi, otto fregate da guerra, due sottomarini e 28 caccia da combattimento, riusciamo a capire come il livello a cui è arrivato il riarmo in queste regioni nasconda senza alcuno dubbio anche altro. Bolivia e Perù (che confinano con il Cile) sono infatti da tempo assai preoccupate dell’incredibile riarmo del Cile di questi anni, che lascerebbe presupporre, non solo un investimento nella difesa, ma anche velleità di tipo “espansionistico”.
Peraltro se il riarmo brasiliano non desta molte preoccupazioni, visto che molto spesso Lula tende ad usare più la diplomazia piuttosto che i “pugni”, così invece non possiamo dire per Chavez, molto ambizioso, e che negli anni è riuscito a crearsi un ottimo “portafoglio clienti” grazie alle sue donazioni di petrolio a prezzi stracciati. Secondo le sue dichiarazioni le nuove armi appena comprate non dovrebbero costituire alcuna preoccupazione, nonostante il nuovo ordine di Luglio di altre armi russe. Per il momento tutte le attenzioni del dittatore venezuelano sarebbero concentrate sulla Colombia. Mai a Chavez è andato a genio l’accordo con Bogotà e gli Stati Uniti per far fronte alle Farc (che Chavez corteggia).
Non è mistero che da tempo il Venezuela punti ad una guerra con l’odiata Colombia (con l’appoggio interno della Farc). Se pensiamo ai nuovi kalashnikov appena acquisiti dalla Russia e come le munizioni di questi ultimi siano le stesse utilizzate dalle Farc, ci rendiamo bene conto di come la situazione sia appesa ad un filo.
E’ indubbio che molto del riarmamento latino americano sia dovuto ad un ammodernamento delle vecchie e malandate forze armate ma, è altrettanto vero, che questa nuova corsa è preoccupante e nasconde una voglia di supremazia latente fra una regione e l’altra di questo continente.
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11 settembre 2008
9/11: Never forget

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10 settembre 2008
Le nuove strade dell'acqua

Parlando ai delegati del "Vertice Mondiale per lo Sviluppo Sostenibile" di Johannesburg nel 2002, Nelson Mandela ha sostenuto che «l’accesso all’acqua deve essere un obiettivo comune. E’ un bisogno vitale a livello sociale, economico e politico d’ogni paese in Africa come in qualunque altro paese». Intorno a quella che appare a tutti ormai come un’emergenza planetaria, Mandela auspica appunto una «cooperazione planetaria». Anche le Nazioni Unite confermano che « la mancanza d’acqua potabile e d’installazioni sanitarie sono gli ostacoli maggiori allo sviluppo sostenibile e rappresenta il simbolo tragico delle disparità tra ricchi e poveri. Più di un miliardo di persone non hanno accesso all’acqua potabile e questa situazione è intollerabile per l’insieme della comunità internazionale ».
Fonti Onu indicano che nel 2050, metà dell’umanità (9,3 miliardi di persone) non avrà l’acqua potabile. I 49 paesi meno avanzati (PMA) - 1,86 miliardo di persone sempre nel 2050, non avrà i 50 litri il giorno necessari alla copertura dei bisogni elementari.
Parlare dell’acqua come dell’Oro Blu non è quindi retorica. Si tratta infatti di assicurare a miliardi di persone la possibilità di accedere, in condizioni ecologiche ed economiche sostenibili, l’accesso ad una risorsa preziosa ed insostituibile. Acqua vuol dire possibilità di coltivare e di migliorare i rendimenti agricoli; acqua vuol dire prevenzione di malattie banali ma che diventano mortali per le popolazioni povere del mondo; acqua bene comune vuole dire, infine, prevenire i conflitti che sorgeranno sempre più per il controllo delle fonti d’acqua. Molti esperti ritengono, infatti, che dalle risposte date alla questione del controllo delle acque dipendono le sorti della pace e della stabilità mondiale nel XXI secolo.
Oggi, nei paesi in via di sviluppo, oltre un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e oltre due miliardi non hanno condizioni igieniche adeguate. La crisi idrica inoltre potrebbe anche colpire il settore agroalimentare oltre che quello energetico.
Le cause sono diverse: il clima ad esempio, anche se molto dipenderà dalla crescita della popolazione di quei paesi in rapido sviluppo economico.
Se per esempio prendiamo in esame India e Cina scopriamo che il nuovo benessere ha drasticamente indirizzato la popolazione di questi paesi verso «diete» più occidentali, quindi più ricche di proteine. In questo modo, non solo il fabbisogno è aumentato in queste regioni, ma anche per quel che riguarda l’energia, il consumo di acqua è ormai diventato simile a quello del mondo industrializzato che conosciamo.
Per esempio gli Stati Uniti, per raffreddare le centrali elettriche usano circa 500 miliardi di litri d’acqua dolce al giorno. Stessa quantità per le loro colture, cioè circa un 40% del loro consumo totale. Se la domanda energetica è destinata ad aumentare, del 57% nel giro di 20 anni, la richiesta di acqua potabile potrebbe raddoppiare nel giro di pochi anni provocando di certo una crisi a livello mondiale senza precendenti.
Tutto è perduto? Probabilmente no, visto che sono già in atto nuove strategie che dovrebbero prevenire il collasso idrico.
Negli anni scorsi le ricerche e le politiche idriche si sono concentrate nella cosidétta «acqua azzurra», ovvero su tutti i fiumi, i laghi, bacini e falde acquifere. Purtroppo però queste riserve costituiscono solo il 40% delle riserve mondiali senza contare che nelle regioni aride non si riuscirebbe neanche ad oltrepassare un 20%.
E’ «l’acqua verde» invece una delle vere risorse da sfruttare, cioè l’umidità delle piogge che si infiltra nel sottosuolo e che può essere assorbita dalle radici delle piante. Parecchi studiosi affermano che in regioni come l’Africa sud sahariana, solo il 10-30% delle precipitazioni viene usato in modi produttivi. Gli interventi per migliorare e rendere efficiente l’uso delle acque piovane sarebbe anche molto «low-tech», cioè poche azioni senza notevoli investimenti, ed i vantaggi potrebbero essere enormi. Tutto questo però non deve assolutamente abbassare la guardia su soluzioni agricole per rendere i raccolti più forti e resistenti alle siccità.
A questo punto resta da capire chi si dovrebbe sobbarcare i costi per tramutare le idee in azioni. Chi insegnerà agli agricoltori più poveri come usare al meglio le risorse, e dove poter trovare gli aiuti economici per introdurre questi nuovi metodi? Invece di usare acqua dolce per le centrali elettriche, non sarebbe meglio utilizzare acque salmastre o acque reflue trattate? Le possibilità sono infinite, ed ecco che, in questo caso, dovrebbe entrare in campo la politica a cui dovrebbe essere affidato il compito di capire a chi affidare tale fardello. Per il momento i paesi più all’avanguardia in questo campo sono Israele ed i Paesi Bassi che, a causa della loro congenita scarsità d’acqua, si sono presto industriati nel favorire la nascita di sistemi in cui ogni singola goccia d’acqua venisse riciclata. Si tratta però di eccezioni, che purtroppo non confermano la regola.
L’acqua potrebbe diventare in pochi anni base di conflitto fra i vari paesi, ed è proprio per questo che nuove strategie idriche potrebbero ben presto diventare fondamentali per i nuovi equilibri geopolitici mondiali.
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09 settembre 2008
Usa 2008: Lapsus freudiani
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08 settembre 2008
Atreju '08

Mercoledì 10 settembre parte la Festa di Atreju, l’ormai storico appuntamento organizzato da Azione Giovani che, da dieci anni, alimenta il dibattito politico nazionale. Atreju è stata la prima kermesse politica italiana – tre anni fa – ad invitare ufficialmente non solo i giornalisti ma anche i blogger, dedicando loro uno stand sponsorizzato da Tocqueville.it, il maggior aggregatore europeo di blog politici.
Anche quest’anno l’appuntamento si ripete. Chi vuole seguire e commentare in diretta sul proprio sito l’intera manifestazione avrà perciò a disposizione uno spazio, con connessione wireless gratuita. Basterà cercare il logo di Tocqueville tra gli stand della kermesse, presentarsi e… accendere il proprio pc. I blogger iscritti a Tocqueville possono annunciare la propria presenza scrivendo a jean@tocque-ville.it. Lo stesso invito vale per i blogger non iscritti che potranno accreditarsi e chiedere ulteriori informazioni allo stesso indirizzo email. Cliccate qui se volete il banner di Atreju 2008 per il vostro blog.
Round up: The Right Nation; Krillix;Giorgia Meloni.it; Gianmario Mariniello.it
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07 settembre 2008
Usa2008: The Recycled Flags
E' successo che le 12.000 bandiere americane, buttate dai democratici dopo l'investitura di Barack Obama a Denver, siano poi state raccolte successivamente da alcuni repubblicani locali ed abbiano poi sventolato in bella mostra al comizio di John McCain e Sarah Palin a Colorado Springs. Vuoi vedere che i veri ambientalisti siamo noi?
Via Denverpost.com
Round up: Gateway pundit; Hot Air; Stop the Aclu; The Right Nation
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06 settembre 2008
USA2008: Oprah's fear!
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Etichette: USA 2008
Usa2008: McCain round up!

Ecco un po' del meglio delle analisi oltre atlantico di questi giorni del dopo Gop Convention:
* Qui, il solito grande Dick Morris che analizza il dopo Gop Convention. Via New York Post.
* Una disperata (e pietosa) Arianna Huffington, che tenta di convincere i media ed il party democratico a non parlare più di Sarah Palin. Via Huffington Post.
* Qui possiamo leggere Jay Cost nella sua straordinaria analisi dello speech di McCain. Via Real Clear Politics HorseRaceBlog
* Un buon David Brooks su John McCain e la situazione del party repubblicano visti dopo la conventions di Minneapolis. Via New York Times
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John McCain: Nomination Acceptance Speech
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05 settembre 2008
John McCain: "Stand up and fight!"

“Alzatevi, alzatevi! Alzati America e combatti! Noi non ci arrederemo mai, perché noi la storia non la subiamo, la facciamo!”
Con queste parole John McCain ha chiuso ieri notte il suo speech alla convention del partito repubblicano a St. paul. Le stesse parole usate nel 2000. Allora trionfò (in maniera anche un po’ iniqua) George W. Bush, in una lotta impari e scorretta. Oggi McCain ha invece la grandissima possibilità di fare realmente quel “change” tanto sospirato, fin da quegli anni, soprattutto all’interno del Grand Old Party.
Con uno speech tutto incentrato sulle emozioni (molti analisti americani ieri sera hanno riconosciuto in alcuni passaggi forse la mano di Karl Rove), McCain ha voluto come al solito azzardare con un messaggio “anti age” e strutturato come alternativa anti-Obama: “Io ho le cicatrici a dimostrazione della mia esperienza, non Obama; io sono il maverick di questo partito e ho votato anche contro all’amministrazione Bush”. Ed ancora: "Io sono giovane nell'anima e ho sofferto, non Barack”. La presentazione della madre novantaseienne a sottolineare la longevità della sua famiglia; gli strali contro il terrorismo posto come punto politico insostituibile e l’accenno alla Russia, rilanciando diplomaticamente un dialogo, ma mettendo però i puntini sulle “i” rispetto l'alzata di testa del Cremlino, ci hanno fatto ricordare il vecchio Ronald Reagan e la sua gestione vittoriosa della guerra fredda. Sono ancora in tanti all’interno del partito a ricordarlo e ad aspettare un suo erede, ed è probabile che una parte del messaggio di questa notte abbia voluto proprio ricordare ai conservatori americani che quei fasti potrebbero essere rivissuti.
Il discorso, diviso in due parti, ha puntato sul tema economico (molto sentito oggi negli Stati Uniti) e sul fattore sicurezza. McCain ha inserito proposte puntando a rassicurare le piccole e medie industrie con gli sgravi fiscali promessi e con accenni al sistema sanitario nazionale: “Obama ha un piano sanitario che metterebbe in mezzo più burocrazia, il mio invece punterebbe a scalzare i sindacati e a favorire la concorrenza, in modo da dare ad ogni americano sia la possibilità di scegliere e sia di poter sostenere una propria assicurazione”. Sono due concezioni diverse, quella di Obama e McCain. Il primo chiede a gran voce il “change”, ma poi tende ad accentare lo Stato su di se per rendere il popolo americano schiavo di una burocrazia statale ancorandosi al tema ideologico dell’assistenzialismo. Il secondo invece vuole tagliare la spesa favorendo la concorrenza per accentrare tutto sull’individuo che sarà poi in grado di poter scegliere in autonomia.
McCain però ieri notte ha fatto molto di più perchè si è proposto come riformatore delle politiche di Bush senza lanciare segnali sgradevoli al suo partito. John McCain è riuscito nel miracolo di presentarsi nell’unico modo possibile: come il correttore degli errori strategici di George Bush. Si proposto contro il monopolio delle aziende petrolifere, al contrario di Bush da sempre ancorato a queste lobby; Ha sottolineato il suo lavoro fianco al generale Petraeus raddrizzando la guerra in Iraq nonostante una gestione scellerata e ha evidenziato la libertà possibile dal petrolio arabo sfruttando tutte le tecnologie moderne, non dimenticando il nucleare, ma alla ricerca di pozzi alternativi al Middle East. E poi il solare, l’eolico e tutto quello che sarà giusto usare. Fu McCain , non dimetichiamocelo, ad attaccare (anche da Senatore) Rumsfield, a suo dire, il peggiore di sempre. Grazie alla sua storia di “alternativo” ieri notte John McCain, non solo è risultato più che credibile, ma è anche riuscito nell’impresa di rilanciare una contro offensiva a Barack Obama. Nessuno tranne lui, dopo gli otto anni di amministrazione Bush, ci sarebbe riuscito. La scelta formidabile nella figura di Sarah Palin come Vice presidente (che ha ricompattato la base conservatrice) ed il voler puntare sull’elettorato moderato, possono essere davvero le ricette giuste per vincere a Novembre. Ora la sfida per Obama sarà quella di deviare gli attacchi repubblicani, ripetuti spesso in questa settimana, sulla sua mancanza di esperienza per le realizzazioni necessarie che determinano un reale "commander in chief", mentre per McCain sarà importante comprendere le sfide lanciate dai democratici sui grandi temi della guerra in Iraq e dell'economia, rispetto alle accuse che la sua amministrazione sarebbe una continuazione delle politiche del Presidente Bush.
McCain in sintonia con la sua storia, con lo spirito di sostenere grandi battaglie insostenibili, ha dato ieri notte la scossa al suo partito portandolo un po’ più al centro. L'azzardo è di coltivare i moderati (categoria della quale fa parte) e gli elettori di frontiera. Quelli che, alla fine, potrebbero far vincere le elezioni.
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04 settembre 2008
Usa 2008 - Sarah Palin RNC speech
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Usa 2008 - Sarah Palin: The "right" choice

Il partito repubblicano e John McCain hanno scelto di partire in sordina nella prima giornata di Minneapolis. Perso l’iniziale “push” mediatico, il Gop è però riuscito a sfruttare mirabilmente il momento critico del passaggio dell’hurricane “Gustav” creando un “fund raising” ah hoc per tutte quelle popolazioni colpite inaspettatamente dal tornado. Oltre ad allontanare definitivamente gli spettri di una nuova “Katrina”, che tanti problemi portò all’amministrazione Bush, McCain - in un momento molto delicato - è riuscito non solo a ritagliarsi uno spazio inaspettato, ma anche a prendere in mano mediaticamente il “paese America” in un clima che avrebbe potuto portare molti problemi ai repubblicani. Obama ed i democrats, che non hanno avuto il tanto sperato “bounce” post Denver, hanno strategicamente optato - e forse a torto - di scomparire per un po’di giorni dagli schermi tv. Mossa forse non troppo azzeccata da parte degli strateghi del leader nero dell’Illinois. Così facendo Barack Obama ha dimostrato di non saper stare vicino al paese in un momento difficile e probabilmente questa scelta potrà essere usata contro di lui nei prossimi faccia a faccia da qui all’election day di Novembre.
Oggi però era la giornata di Sarah Palin e la governatrice dell’Alaska non si è fatta attendere. Il suo discorso infatti ha elettrizzato i centinaia di delegati repubblicani accorsi all’Xcel Energy Center di St.Paul. Diverso invece in questi giorni l'atteggiamento dei democratici e dei media loro amici, che invece non hanno aspettato troppo adattaccare ad arte la figura della Palin. Il New York Times ha scritto pochi giorni fa: “Che succede ai repubblicani che candidano una donna? Sono usciti di senno?A che gioco stanno giocando? Cosa vogliono dimostrare?”. Le parole di Hillary Clinton (“Questa candidatura della Palin è storica”) ci hanno anche confermato – semmai ce ne fosse ancora bisogno – che la ritrovata unione dei democratici, tanto sbandierata durante la convention democratica, non esista.
Troppe però le inesattezze ed i colpi bassi verso la governatrice dell'Alaska partiti dai media e dai bloggers democratici. Altro non è stato se non la riprova del disorientamento dei liberal, con Obama indaffarato a smentire le voci di un suo coinvolgimento nella diffusione delle voci contro la candidata di McCain . Sono state smentite, ad esempio, le insinuazioni che la Palin fosse iscritta al Partito Indipendentista alaskano. E come non evidenziare le falsità rispetto a presunti tagli fatti su fondi riservati alle donne incinta minorenni? I Gossip e le insinuazioni sulla dolce attesa della figlia; gli attacchi sul famigerato “bridge” - un finanziamento per un ponte considerato inutile verso un'isoletta dell'Alaska che due anni fa diventò simbolo degli sprechi del Congresso (votato da Obama e non dalla Palin come erroneamente scritto da alcuni media americani) - sono il simbolo di una campagna elettorale ormai entrata nel vivo, con i democratici sempre più in apprensione davanti alla nuova figura di Sarah.
Serena e risoluta, la Palin è stata se stessa davanti ai delegati, presentando la sua splendida famiglia, sottolineando e rimandando al mittente gli attacchi gratuiti e studiati a tavolino di questi giorni. Energia, tasse ed economia i suoi cavalli di battaglia, oltre ad un inaspettato ma efficace attacco ad Obama: “Il viaggio di Washington non deve essere un modo per affermare se stessi. Non si parla – ha detto La Palin - in un modo a Scranton e in un altro a San Francisco”, in riferimento ad una uscita infelice (non l’unica) di Obama di qualche tempo fa.
Molte sono state anche le citazioni su John McCain, l’unico capace, secondo Sarah, di poter portare un reale cambiamento nel paese: "In politica, ci sono alcuni candidati – ha sottolineato la Palin – che sono soliti promuovere il cambiamento, più per far avanzare la loro carriera. E poi ci sono quelli, come John McCain, che utilizzano la loro carriera per promuovere il cambiamento. Ho imparato in fretta in questi giorni – ha continuato la Palin - che se non sei un membro in regola della élite di Washington hai poche possibilità di fare strada. Ma una cosa devo dire a tutti voi – ha concluso la governatrice – io non sto andando a Washington per chiedere il vostro supporto o per avere del tornaconto personale. Io vado a Washington per servire il popolo di questo paese.”
Dopo i nomi dell'ex amministratore delegato di eBay, Meg Whitman e dopo l’ex Hewlett-Packard CEO, Carly Fiorina anche Sarah Palin entra di diritto, e dalla porta principale, a far parte del nuovo entourage di John McCain, il quale sta tingendo sempre più di “rosa” la sua corsa alla Casa Bianca, fino ad oggi – almeno a parole – caratteristica principale del partito democratico. Anche questa volta John McCain ha dimostrato di essere sempre “sopra le righe” ed in grado, nonostante il partito, di essere un atipico in positivo. Novità importanti per un partito come quello repubblicano che di tutto aveva bisogno tranne che di ricordare il percorso degli otto anni di amministrazione Bush.
Difficile dar torto alle parole di McCain, accorso sul palco alla fine dello speech: “Don’t you think we made the right choice for the next vice-president of the United States”? Probabilmente da oggi ne siamo tutti un po’ più convinti.
A rileggerci
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Usa 2008: Giuliani rules!
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02 settembre 2008
L'Africa si organizza in rete

Oggi in Africa 1 persona su 4 possiede una radio; 1 persona su 13 possiede una televisione; 1 persona su 35 possiede un telefono mobile; 1 persona su 40 ha una linea fissa; 1 persona su 130 ha un personal computer e 1 persona su 160 usa Internet.
Sono lontani i tempi in cui solo poche città avevano l’esclusiva per poter accedere alla rete. Oggi in ogni capitale, anche se questo non è un dato incoraggiante rispetto ai paesi più industrializzati, i cittadini africani possono finalmente utilizzare internet. I costi dei computer sono ancora alti e quindi , molto spesso, l’utilizzo della rete avviene in luoghi pubblici, per lo più dagli «internet cafè» dove le persone acquistano a tempo la possibilità di «navigare». Il numero complessivo dei computer collegati in modo permanente a Internet in Africa (escludendo il Sudafrica) ha finalmente superato le 10.000 unità all'inizio del 1999 e nel gennaio 2000 è giunto a quasi 12.000, una crescita del 20% indicata dalle ricerche di Network Wizards. L'Africa insomma ha un numero di host Internet paragonabile a quello di uno stato come la Lettonia e nel 2008 sta ancora aumentando.
Al momento il costo medio di una connessione dialup a Internet per 5 ore al mese in Africa è intorno ai 50 dollari, ma le tariffe dei provider hanno forti variazioni (tra i 10 e i 100 dollari al mese) a seconda della maturità dei mercati, delle tariffe degli operatori telefonici locali, delle singole politiche nazionali e dell'accesso a connessioni internazionali.
L’uso di internet sta addirittura migliorando la vita delle persone africane. Per esempio: cosa può fare l’accesso ad Internet per popolazioni a cui mancano cibo ed acqua potabile?
Una risposta potrebbe essere quella di gettare le fondamenta per il miglioramento delle infrastrutture di base, dei sistemi ospedalieri e d'altre necessità di un’economia di sviluppo, ma questo è solo uno dei tanti esempi che si posso fare.
Ad esempio internet è uno dei luoghi in cui i «ribelli»trovano spazio per scrivere sui blog, denunciando i soprusi politici delle varie dittature che ormai in Africa sono all’ordine del giorno (basta far riferimento al dittatore dello Zimbabwe, Robert Mugabe, adesso al centro dell’attenzione politica internazionale).
Bob LaGamma, direttore del Council for a community of democracies (Washington), organizzazione che ha il compito di promuovere la democrazia nel mondo, ha affermato che nonostante le difficoltà logistiche i blogger africani stanno iniziando a fare seria opposizione ai regimi, facendo reale informazione alternativa ai media, che spesso sono bloccati dai vari regimi violenti ed autoritari che affollano l’Africa.
Come spiegato in un bellissimo articolo di Kari Barber su The Christian Science, la tendenza oggi in Africa ad usare internet per informarsi, e non solo più per comunicare tra parenti magari lontani, sta avendo una crescita straordinaria. Un fenomeno simile a quello dei giornali clandestini in Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est durante i periodi di regime comunista.
Questo non significa che i blogger africani possano essere esenti da minacce. Come ci spiega sempre nel suo articolo Kabi Barber spesso i governi conoscono l’esistenza dei blogger oppositori, che però riescono ancora oggi a resistere nonostante le minacce. Grazie infatti alle molte tecnologie oggi esistenti i blogger spesso tendono a viaggiare su server proxy in grado di mascherare la propria identità telematica e, di conseguenza, anche quella reale.
C’e anche chi dall’occidente sostiene che alcuni bloggers africani stiano esagerando, visto la presenza di alcuni siti che ospitano veramente di tutto forzando a volte la realtà, pubblicando diffamazioni , calunnie e violenza. Ancora oggi è spesso la stessa popolazione a non sapere utilizzare a pieno la troppa libertà della rete, non abituata ad avere la libertà reale.
Nonostante questo i governi africani sembrano poco preoccuparsi dei siti blog e di tutti quei siti privati di informazione «contro». Molto probabilmente più per ignoranza tecnologica che per altri motivi, nonostante la gente (come già detto prima) si colleghi dagli internet cafè, facilmente intercettabili dalle autorità, soprattutto a causa della maggior parte degli utenti poco esperti.
Certo l’Africa ha enormi problemi di corruzione e di violenza, ma forse un mezzo come internet potrebbe essere il modo per denunciare tali atti, sperando che la troppa «democrazia virtuale» non provochi altre repressioni nel continente, già di per se oberato da fin troppe ingiustizie.
© Liberal - 2008
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