Questa volta Veltroni ha poco da «comporre i contrasti». Alemanno spazza via Rutelli ed apre una profonda crepa nel neomato Pd e nella classe dirigente del presunto nuovo partito riformista italiano. Completamente ribaltato il verdetto del primo turno, Alemanno ha staccato Rutelli di quasi otto punti percentuale. Un massacro senza scuse per la sinistra, che ora si prepara a contare i nodi prematuramente arrivati al pettine.
Chiudendosi il «modello Roma» di Bettini e compagni (che forse non è mai esistito), si apre adesso la grande battaglia all’interno del Partito Democratico.
I timori per la sinistra erano molto più che fondati. Non per nulla l’exploit di D’Alema di qualche giorno fa è stato rivelatore di un «mood» più che mai esistente. Ora per la sinistra inizia un cammino tutto in salita che non può che passare dal rinnovamento della classe dirigente e dai contenuti. Certo non si potrà ricominciare da ideologie becere, supportate dalla paura di «camice nere in naftalina», ma bensì da nuove fondamenta che devono per forza di cose abbandonare le ricette «gramsciane» che ormai, non funzionano più.
Se ne è accorto Rutelli, rimasto a piedi senza «treno», ma che ancora, piccato, non è riuscito a capire la sconfitta, incapace (come lui anche il suo partito) di guardare in faccia la realtà. Perché con gli «antropologicamente superiori» ci siam fatti vecchi, ed inoltre, a queste storielle, non crede più nessuno. Soprattutto quando le tasche sono vuote ed il futuro è incerto.
Gli errori della disfatta romana non sono però solo imputabili alla cattiva amministrazione della sinistra di questi decenni. Anche Rutelli ha molte colpe. Tanto evidenti quanto il risultato di Zingaretti che invece ha stravinto, confermando la volontà di bocciatura della vecchia amministrazione e, probabilmente, anche del politico Rutelli e dei suoi anni come primo cittadino della capitale. Inoltre la campagna elettorale troppo puntata sul passato fascista con toni da deja vu improbabili, ha fatto il resto. Perché le vittorie non hanno fondamenta sulle «storielle» della buonanotte, ma dalla concretezza e dai risultati.
Altro che «sicurezza» come sintesi della sconfitta. Certamente ne fa parte, ma sarebbe riduttivo e sbagliato pensarla in questo modo. Bettini infatti, che non è scemo, l’ha ben capito: qui muore - sull’onda lunga dei suoi predecessori - il modello di sinistra inventato da lui stesso e diretto da Veltroni. Muore un sistema di salotti e di potere lontano dai problemi reali della gente. Muore la sfarzosità delle manifestazioni radical chic stile Versailles con baronetti e regine a distribuir «croissant»!
La stagione del Pd in verità, non è neanche cominciata, perché non basta cambiare nome e volto. Si chiude la stagione dei Rutelli, dei Bettini, dei Veltroni e soprattutto dei Prodi. La gente li ha bocciati senza pietà. Ed per questo che il Pd, con questa classe dirigente, non andrà da nessuna parte.
Veltroni e Bettini lo sanno bene: Una sconfitta così cocente non potrà non avere ripercussioni sulla leadership del Partito Democratico. Poche le alternative a Veltroni certo (forse Bersani), ma il riavvicinamento di queste ore tra D’Alema e Marini (il vecchio asse della bicamerale) la dicono lunga su quale sia la portata dello «tsunami» che sta attraversando il loft. La coppia che mise sulla graticola Romano Prodi, potrebbe farlo in un istante anche con Veltroni, senza la scusa di vecchie primarie che ormai lasciano il tempo che trovano. Gli elettori hanno deciso. Loro danno e loro tolgono. Come in ogni paese democratico che si rispetti.
Ora ripartiamo seriamente e senza scuse con un buongoverno e le riforme. Per noi e per il Paese.
A rileggerci
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29 aprile 2008
Earthquake in Rome
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28 aprile 2008
Il ballottaggio che risveglia l'antifascismo

Il ballottaggio romano di queste ore sta di fatto riesumando antichi «usi e costumi» da parte della sinistra. E nella drammatica lotta di poter infiammare ancora i cuori dei “duri e puri”, ecco comparire di nuovo l’antico «vizietto»: L’antifascismo.
Senza dubbio è una tradizione importante che ha portato la fine di un’epoca pericolosa nel nostro paese. Di certo, come tutte le cose importanti, questa cultura però è stata segnata da molte ferite storiche e da molti equivoci. Ormai possiamo dirlo con certezza: l’epoca antifascista è ormai sfiorita nel tempo e gli italiani ormai, forse inconsapevolmente ma trascinati dalla modernità inarrestabile, hanno deciso di dedicarsi ad altro. Il crollo del muro di Berlino e Mani pulite hanno di fatto decretato la fine di questa cultura molto radicata nel nostro paese e l’antifascismo si è di fatto tramutato in qualcosa di ideologico e fazioso. Talmente intollerante da diventare persino un sofisma.
E fa specie che, anche dopo l’esito del 13 e 14 Aprile, i vecchi militanti ancora cerchino di usare mezzucci di bassa lega per portare acqua al loro mulino. Uno di questi è Massimo D’Alema che, ormai logorato dallo scontro interno al Pd con Veltroni, sta cercando (disperato) di salvare quel che rimane della baracca. L’ex diessino infatti ne è consapevole, come tutti all’interno del Partito Democratico: perdere Roma sarebbe una catastrofe. Dopo una sconfitta del genere risalire per il nuovo disegno riformista senza la capitale - e quindi lontano dal potere capitolino - sarebbe quasi impossibile e richiederebbe molti più anni del previsto. Apriti cielo. Abbiamo persino visto quella cosa inconcludente di Veltroni abbassarsi all’attacco di Ciarrapico al fine di riesumare anime. Quelle stesse che intanto, dimenticando «l’Internazionale» e «Bella Ciao», andavano dietro al “comico santone”di turno in quel di Torino, firmando cose che non avranno valore legale , ma che per lo meno erano contente e felici crogiolandosi nel delirio di onnipotenza del loro «kapò»!
Il problema vero però è che l’antifascismo per essere preso sul serio, ha bisogno di scendere in campo contro il fascismo. Quel tipo di fascismo per cui c’è da avere paura. Andare quindi contro Gianni Alemanno, con quella faccia «un po’ così», beh poco «c’azzecca», come direbbero alcuni giustizialisti di nostra conoscenza.
D’Alema è il frutto di una parte politica che viene a privarsi della radice culturale del proprio messaggio politico - complici gli italiani e le urne - ritrovandosi di fatto con un pugno di mosche in mano. Non basta infatti scuotere la polvere dai propri calzari, o cambiarsi d’abito. Dare all’avversario dello «squadrista» o «della camicia nera» perché non si hanno altre argomentazioni, fa solo assaporare anni passati o compromessi storici, che ormai hanno fatto il loro corso.
Veltroni è un buonista ed oggi anche perdente, Massimino invece ormai ci ha abituato ai suoi colpi di testa. Se vogliamo forse D’Alema è il più «berlusconiano» a sinistra. Fa fatica a ricevere critiche e davanti alla possibilità che il campidoglio possa cadere in mani nemiche - come titola oggi L’Unità (alla faccia della democrazia) - è rimasto preda della sua stessa ideologia, purtroppo intollerante e spesso anche razzista.
La campagna elettorale più sgangherata degli ultimi vent’anni ci aveva troppo bene abituati. Si erano perse queste derive ideologiche becere, ormai lontane e passate. Sembra davvero grottesco adesso assistere ad un ritorno pregiudiziale di questo tipo, solo perché non si hanno idee da contrapporre all’arrembaggio capitolino.
Spero che D’Alema capisca l’errore ed usi la sua intelligenza. Una deriva di questo tipo non fa certo un servizio al Paese. Questa è una Repubblica fatta da italiani che hanno capito (sempre prima dei loro rappresentanti) come certe ideologie siano ormai finite e superate e, ringraziando il cielo (anche se in ritardo), se ne sono accorti.
A rileggerci
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23 aprile 2008
Walter e il governo ombra
Walter Veltroni, ancora scosso dallo tsunami azzurro del 13 e 14 aprile, fa fatica a riprendersi. Volendo innovare mantenendo la linea della sua inefficace campagna elettrorale, ha deciso di fare un salto nel passato. Salendo su una macchina del tempo virtuale, il segretario del Pd ha spostato indietro le lancette di 19 anni, riproponendo uno shadow cabinet (governo ombra) dal sapore antico. Fu Achille Occhetto a proporre, sul modello anglosassone, un esecutivo ombra dell'opposizione all'allora governo Andreotti. Ecco che Veltroni rispolvera «l'idea meravigliosa», traghettando il suo «nuovo» in vecchie ricette che altro non fanno trasparire se non una totale assenza di idee.
La decisione del segretario del Pd però ora si dovrà scontrare con l'establishment del partito. Accompagnato alla porta in fretta e furia Romano Prodi (ormai diventato caprio espiatorio della sconfitta elettorale), ora è Antonio di Pietro che punta i piedi, chiedendo adirittura il «suo ruolo» all'interno di questo fantomatico governo. I sorrisi, rispetto a questa richiesta, si sprecano, perché è curioso come in momenti di burrasca sia facile attaccarsi a qualsiasi cosa pur di ottenere visibilità. In questo il giustizialista Di Pietro è maestro, anche perché, con i pochi contenuti che il suo partito propone, altre possibilità non avrebbe. Ma, del resto, fra Idv e Pd c'è ormai «maretta». Proprio pochi giorni fa il capogruppo alla Camera uscente, Massimo Donadi, ha voluto sottolineare (cosa già fatta da Di Pietro prima del voto) che sul gruppo unico non è dato nulla per scontato, facendo andare su tutte le furie Piero Fassino, il quale ha richiamato prontamente l'Italia dei Valori al rispetto dei patti siglati al tempo dell'apparentamento. Insomma, la crisi della pseudo-coalizione democratica è all'apice. Per questo fa insospettire il fatto che l'idea del governo ombra arrivi proprio nel momento più burrascoso per quelli del loft, con Ds e Margherita ormai ai ferri corti. E' molto probabile che questa pensata sia stata concepita da Veltroni proprio per rimandare la resa dei conti fra i due gruppi dopo la disfatta elettorale. In questo governo ombra potrebbero trovare posto tutti i big del Pd e gli ormai ex ministri: Marini, D'Alema, Bersani, Fioroni, Bindi, Gentiloni, ecc...
Ma come si muoverà lo shadow cabinet democratico rispetto al governo Berlusconi è ancora difficile da capire. Quello che intanto si può fare è dare uno sguardo al vecchio disegno di Occhetto del 1989, anno in cui era in carica il governo Andreotti, formatosi dopo la crisi del governo di Ciriaco De Mita. L'incredibile è che tra i nomi scelti da Occhetto all'epoca figurano molti nomi di oggi del Pd, che potrebbero tornare a rivestire le stesse identiche cariche. Solo Giorgio Napolitano, all'epoca nominato ministro degli Esteri, può essere chiamato fuori dalla lista. Tra i ministri ombra figuravano, fra gli altri, Vincesco Visco ed Anna Finocchiaro, nomi che oggi potrebbero ricoprire le medesime cariche. Un deja-vu amaro rispetto all'incalzante proposta veltroniana della campagna elettorale dove, come leit motiv principale, capeggiava la «novità» del Partito Democratico. Non basta cambiare nome ad un partito, ripresentando leader politici vecchi di 30 anni, spacciandolo poi per nuovo. Questo il popolo lo ha capito fin troppo bene.
Veltroni, causa della sparizione della sinistra radicale dal parlamento, ora sta rischiando di fare peggio, non riuscendo ad uscire dalle vecchie logiche di partito. Il cammino di rinnovamento del riformismo italiano non può certo partire da questi uomini e da questi progetti. E forse gli elettori lo hanno compreso bene, dimostrando ancora una volta molta più lungimiranza dei loro rappresentanti.
22 Aprile 2008 - © Ragionpolitica.it
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Usa 2008: Il destino è nelle mani dei super delegati

In Pennsylvania Hillary (55%) ha vinto l’ennesima battaglia contro Obama (45%). Ed è (forse) riuscita a raggiungere quella soglia di distacco tale da mantenere ancora in vita il lumicino della speranza.
Secondo le ultime stime Obama risulta sempre in testa con un delegate count di 1694 contro i 1556 della ex first lady. «Sto correndo insieme a voi e per voi – ha sottolineato la Clinton nel suo victory speech di ieri sera - Voi sapete che potrete contare su di me sempre. Ogni giorno alla Casa Bianca sarà speso per voi, solo e solamente per il popolo americano». Unica nota inconsueta, soprattutto vedendo le ultime settimane, il ringraziamento (però doveroso) ad Obama: «E’ un avversario formidabile, ma oggi il popolo della Pennsylvania ha deciso di voltare pagina». E’ davvero così? Basterà alla ex first lady aver bloccato Obama con una buona vittoria, ma non schiacciante? E’ proprio su questo punto che gli analisti americani stanno dibattendo in queste ore.
Non sono bastati ad Obama 218.000 nuovi elettori registrati (per lo più giovani) contro gli operai ed i Senior «innamorati» di Hillary. L’ex first lady ha trionfato nel bacino elettorale dei «bianchi» (come era logico prevedere), degli anziani e delle «tute-blu» riportando a se il suo bacino storico, scalfito da Obama in alcune tornate elettorali precedenti. Obama ha stravinto nel segmento dei giovani e degli uomini e donne di colore, ,ma non gli è bastato. E sono molto indicative le sue parole, strappate molto velocemente da un giornalista durante un veloce e furtivo breakfast questa mattina:«Sono giunto alla conclusione che questa corsa continuerà fino a quando l'ultimo voto non sarà espresso - ha detto Obama – e non è lontano il momento della verità». Difficile non essere d’accordo con il senatore dell’Illinois.
Intanto però l'amara battaglia democratica continua e a ringraziare non può essere altri se non il Sen. Dell’Arizona John McCain che vede i suoi avversari distruggersi a vicenda, mentre il party democratico sta a guardare impotente. Difficile dimenticare le settimane appena passate con la Clinton a mettere in dubbio più di una volta le capacità del suo avversario, cercando non solo di convincere i suoi elettori ma soprattutto il suo partito, decisivo per le scelte che faranno i super delegati a Denver. «Chi è il candidato giusto – ha tuonato più volte Hillary - che può sedere nella sala ovale?» Con queste parole si identifica bene il tema prevalente di tutta la campagna mediatica della Clinton dell’ultimo periodo che ha portato le persone ad essere «spaventate» sia dalle idee, sia dall’inesperienza di Obama. Ed il leader di colore sembra questa volta aver accusato il colpo, con il dibattito in North Carolina misteriosamente saltato proprio a causa sua. Molte voci direbbero che l’ultimo incontro con la ex first lady abbia fatto più male che bene, e quindi, almeno per il momento, di altri «one vs one» non se ne parla.
Obama comunque sta continuando senza sosta, e con successo, il suo fund rasing: 42 milioni di dollari in contanti sono stati raccolti fino al mese di Marzo. Niente a che vedere con il risultato della Clinton che si ritrova in «borsa» solo 9 milioni, e con debiti oltre i 10. In effetti è anche per questa via che si deciderà la prossima nomination, è la raccolta di Obama ha davvero dello stupefacente se si considera il periodo economico non eccelso che sta attraversando l’America.
Ma adesso che cosa succederà? Molti elettori della Pennsylvania non hanno mandato giù i toni da «guerra fredda» di questo ultimo periodo fra i due contendenti - sintomo riscontrato anche negli altri Stati - ed è innegabile come il logoramento stia diventando ormai inarrestabile e progressivo. Forse anche per questo Obama ieri nel suo discorso dopo il voto ha per qualche momento abbandonato la sua rivale di sempre concentrandosi un po’ su McCain. Nonostante tutti gli sforzi però, le sue argomentazioni si sono dimostrate flebili e ripetitive, mentre gli scandali che hanno caratterizzato la sua corsa, rimangono molto più pesanti, oltre ad attirare maggiormente l’attenzione dei media in generale. Molti funzionari del party democratico sono preoccupati rispetto ai toni della campagna democratica. Preoccupati soprattutto qualora si spegnesse il «lumicino» degli Indipendenti, tutti quegli elettori indecisi che possono fare la differenza contro il Sen John McCain. Ma è l’opinione pubblica per i democratici il vero cavallo di Troia contro il Grand Old Party, come rivela parte dell’entourage della Clinton. L’unica possibilità del party Democratico è sperare che negli americani rimanga la sensazione di non «camminare» sulla giusta strada. Sarà questo per i Dems l’unico modo per chiedere agli elettori un cambiamento politico. Ma basterà?
Mancano ora solo sette Stati all’appello prima della volata finale che porterà a Denver. Il numero troppo esiguo dei delegati e gli alti e bassi dei due candidati democratici nel corso di queste incredibili primarie, lascia ormai pensare che tutto si risolverà con i super delegati, ormai unico e vero ago della bilancia. L’election day in Pennsylvania non ha scritto la parola «fine» a questa storia ormai infinita. Ora, solo e soltanto la convention democratica di Agosto potrà darci il nome dell’avversario di McCain.
A rileggerci
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USA 2008: Pennsylvania LIVE BLOGGING/2
Siamo messi così questa sera. Il vecchio post Blogger non me lo fa modificare!!! Mi scuso con tutti i lettori svegli a leggere ( e non siamo pochissimi). Speriamo di risolvere con questo secondo post che continua la diretta delle primarie in Pennsylvania.
P.s Abbiate pazienza in Msn, non riesco a rispondere a 15 persone contemporaneamente...
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2:24
Non arriva nemmeno un voto! Direi che possiamo finire qua. Per chi ha ancora voglia di stare sveglio i risultati, prima o poi, appariranno qui
Grazie a tutti i lettori, scusandomi nuovamente per tutti i problemi tecnici di questa sera.
Buona notte e a domani per l'analisi del voto!
2:11
Per quei 4 gatti che sono rimasti: i poll sono chiusi da ormai 10 minuti. Aspettiamo i primi voti poi tutti a nanna!!! Per Fox News Hillary dovrebbe vincere con 9 punti di distacco. I senior avrebbero votato tutti la Clinton, mentre i giovani per Obama. Molto alta la percentuale dei votanti di pelle bianca. Dato che favorisce, per forza di cose, la ex first lady.
1:30
Mezz'oretta alla chiusura dei polls. Ci fermiamo un po' per far riposare gli occhi (magari dando una guardatina a Fox...)
1:27
Per Lanny Davis, uno dei promotori non ufficiali della Clinton, è stato Howard Dean la vera causa del depennamento del dibattito in North Carolina. Interessante pezzo per capire di più sulla questione via Huffington Post
1:17
Su MSNBC, via Marc Ambinder (The Atlantic) , il Gov. Rendell annuncia una vittoria della Clinton con 10 punti di differenza
1:13
Intanto c'è live blogging su Hot Air. Vengono riportati gli exit polls e Ed Morrisey e Allahpundit sono in prima linea!
1:09
Circa un oretta alla chiusura dei polls. Speriamo di resistere, anche se i problemi stasera sono stati tanti.
1:02
Brendan Loy (bel blogger davvero) ci dice di stare attenti ai risultati. Di solito Obama fa sempre peggio di 7-8 punti, rispetto ai risultati degli exit. Leggere tutto!
Pubblicato da Chris a 0.56 1 commenti Link a questo post
22 aprile 2008
USA 2008: Pennsylvania LIVE BLOGGING

Fine dei giochi. Ora si fa sul serio. Hillary e Barack si giocano questa notte (ora italiana) una buona fetta della nomination per l'election day di Novembre (circa 187 delegati). Noi, come sempre, siamo qui a darvi riscontro in diretta, riportando i migliori commenti e news dai media e dalla blogosfera americana.
Alla Clinton questa sera non basta vincere, ha bisogno di un buon margine, visto la redistribuzione proporzionale, ormai diventata laitmotiv costante delle primarie e dei caucuses democratici. "Non pretendo di vincere, ma sono certo di poter avere un buon risultato questa sera ". Queste parole, pronunciate da Obama alla stazione radio KDKA mar a Pittsburgh, descrivono bene lo stesso di incerterzza del suo entourage. Hillary ha un buon margine nei sondaggi e le ultime settimane hanno visto la ex first lady all'attacco di Barack come non si era mai visto in questa campagna elettorale.
Nonostante un aiuto dell'entourage di Obama (non bene specificato) abbia detto che che alla Clinton nno basta una vittoria da 15 o 20 punti percentuali di differenza, l'ex fiorst lady ha voluto ribadire con schiettezza che una "vittoria è una vittoria" e che la Pennsylvania potrebbe essere il suo trampolino di lancio per Denver. Quanto ritorno mediatico avrà questa vittoria pee i candidati? Le critiche e gli scandali che Obama ha dovuto sopportare in questo ultimi due mesi basteranno alla Clinton per convincere gli elettori ed il suo party che è lei la numero uno? Molti analisti questa sera si aspettano più di una risposta, aed anche noi, pochi giorni fa pensavamo che questa sera si sarebbe potuto capire di più. Di certo Hillary dovrà vincere almeno con 10 punti di scarto, altrimenti sarà difficile poter sfruttare a dovere la vittoria in vista delle prossimi turni elettorali.
Abbiamo enormi problemi di rete questa sera. Speriamo lo stesso di portare a termine (finchè la stanchezza non prenderà il sopravvento) il liveblogging. L'update sarà come al solito dall'alto verso il basso. Buona diretta!
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0:40
Mentre le notizie degli exit polls impazzano, ecco l'ultimo video per MSNBC, che sottolinea come questa sera, forse, potrebbe essere il momento della verità.
0:27
Per Associated Press i dati demografici sembrano, come previsto, a favore di Hillary:
Sono per lo più uomini e donne dalla pelle bianca i votanti a queste primarie democratiche e sono state contate più donne che uomini. Oltre i 65 anni, circa tre elettori su 10. Tre su dieci sono stati sindacalisti o ne ha avuto uno in famiglia. Quattro elettori su dieci hanno ribadito di avere una pistola in casa regolarmente dichiarata.
0:20
EXIT POLL/3
Via Drudge report
Clinton 52% - Obama 48%
0:19
Altri EXIT POLL/2 molto diversi dai precedenti via The Page
Guarda il Video di Fox News.
La Clinton risulterebbe in vantaggio di quei 10 punti percentuale che le consetirebbero di proseguire la guerra serrata con Obama fino alla fine. Risultati contrastanti.
0:10
Ci viene indicato via mail qualche problema di caricamento del sito. Purtroppo oggi blogger fa le bizze. Portate pazienza. E' stato anche richiesto un contatto di IM per dialogare in diretta con noi. Lo trovate sotto contatti nella sidebar a destra.
0:05
Primi EXIT POLLS:
C'è da mettersi le mani nei capelli!!!! I Primi exit polls (via Geraghty) indicano:
Obama al 52 % contro un 47 % per la Clinton.
Risultati ovviamente da prendere con le molle e presi a caldo dalle uscite dai polls.
C'è da capire se le zone rurali, ben diverse da quelle cittadine, stiano votando per obama o meno.
Aspettiamo altre notizie.
23:59
Freedoms Watch (il terzo gruppo conservatore americano) cambia linea e si sposta, dalla critica ad Hillary, contro la linea di proposta di Obama sull'assistenza sanitaria. ecco il nuovo spot:
23:47
Mentre Obama ed Hillary si azzuffano, McCain sta continuando tranquillamente il suo tour americano facendo "proseliti". Ecco una breve cronaca via TheCaucus del senatore dell'Arizona, oggi in Ohio.
23:38
Qualche problema sugli hardware per conteggiare i voti viene anche registrato da The Page. Via Time
23:36
EXIT POLL - Primi "rumors": via The Corner. Obama e Hillary sarebbero distanti di pochi voti. Leggete tutto qui.
23:31
"Di cosa ha bisogno stasera la Clinton?". Interessante analisi di Chris Cillizza (un omonimo) su The Fix, via Washington Post
23:23
Questa è grossa. Il sempre sagace Ed Morrisey (ora spostatosi su Hot Air), ci fa sapere che il dibattito previsto in Notrh Carolina fra Hillary e Barack non si farà. Il one to one è stato cancellato proprio dal party democratico, causa Obama, il quale dopo la mala parata dell'ultimo dibattito con la ex first lady, avrebbe declinato l'invito. Da più parti si pensa che Obama abbia deciso di non partecipare più a nessun dibattito onde evitare di non peggiorare la sua immagine. Leggete tutto su Hot Air.
23:12
Anche The caucus, via New York Times, annuncia una storico turn out
23:09
Leggere assolutamente Susan Milligan, via Boston Globe che appoggia la nostra tesi
23:03
Ci sono un po' di incognite questa sera rispetto ai risultati finali nonostante i sondaggi a favore di Hillary:
Ci sono tantissimi nuovi elettori registrati al voto (come abbiamo fatto notare prima) e la convinzione di molti è che l'Obama's Team potrebbe sfruttare a suo favore questo fattore inaspettato . Poiché la maggior parte dei sondaggi non hanno considerato nel campione questi nuovi elettori, forse per Obama potrebbero esserci delle sorprese
C'è anche "l'operazione Caos" repubblicano spronato da quel vecchio volpone di Rush Limbaugh (notissimo presentatore di talk radio pro Gop). Molti dei suoi ascoltatori si sono registrati come democratici (mitico!!!) e daranno il loro voto per Hillary. Proprio perché queste persone possono o non possono identificarsi come "democratici" i sondaggi potrebbero essere falsati.
Tralasciando molti altri fattori (lo scandalo Wright e altro), il calcolo razionale darebbe un risultato simile a quello dell' Ohio, cioè di vedere Hillary vincere nel quartiere di 10/12 punti di differenza. Ma c'è qualcosa di strano che riguarda ancora Obama e l'abbiamo visto in queste ultime due settimane. Molti democratici stanno boicottando i mezzi di informazione per non prendere atto delle nuove informazioni sul leader nero, dato che potrebbe costringerli a ripensare il loro sostegno. Una ottusità che potrebbe costare cara alla ex first lady22:47
Si è registrato qualche problema in alcune contee con l'hardware adibito per il voto. Ad esempio ecco una piccola cronaca da Pennbrook Falls. Via Burbsblog
22:42
Record di registrazioni al voto: 8,328,123. Mai così alti in questo Stato.
22:36
Piccolo interessante video sulle primarie con qualche intervista a caldo fuori dai polls: via Philadelphia Inquirer
22:32
Intanto, mentre sono alla ricerca di nuove notizie, leggetevi questa bellissima analisi di Wehner, via National Review rispetto alle analisi superficiali date alle politiche economiche messe in atto da Bush. I problemi di rete persistono implacabili. In più blogger non ci consente di utilizzare tutte le sue funzioni. Questa sera,va così...
22:23
Kathryn Jean Lopez, via The corner, ci da la sua piccola, quanto interessante testimonianza:
Ho votato a Lucerna County, oggi. L'affluenza alle urne è stata molto alta. Ho visto pochi punti di sostegno ad Obama, è tantissimi supporter di Hillary. Prevedo una enorme vittoria per lei.
22:15
Iniziamo con la chiusura dei polls: Pennsylvania primary, closed. Polls close 8 p.m. EST. Come al solito i primi dati arriveranno a notte fonda (circa verso le 2:00 minuto più, minuto meno).
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La fine del totalitarismo ideologico
Il tanto famigerato «porcellum» alla fine è riuscito, complici gli italiani, a semplificare il panorama politico italiano, e le tante miriadi di partiti e partitini, hanno lasciato lo spazio a poche sigle ben definite. Una nuova epoca è appena cominciata anche se ancora non ne siamo del tutto consapevoli. E’ stata un’elezione che entrerà nei «libri di storia» perché è avvenuto quello che nessuno poteva mai pensare potesse accadere: nel parlamento italiano non ci sono più fascisti e comunisti. Almeno formalmente.
In due giorni gli italiani hanno deciso che ormai i tempi erano maturi e forse, almeno per quel che ci riguarda, hanno anche aspettato troppo. Sessant’anni di storia cancellata in un attimo, e non per colpa di qualche furbetto (che comunque ha messo lo zampino), ma solo perché ci si è finalmente accorti della inconcludenza e del fallimento di queste ideologie. Nessun saluto romano. Nessuno a canticchiare l’Internazionale o Bella Ciao. Ormai trattasi di preistoria! Certo, quelli che continuano a raccogliere i voti sono gli ex degli ex, ma gli anni passano e, come per certe idee, presto anche per loro verrà decretata la «dead end» politica.
E i tifosi? Quelli rimarranno sempre, in Italia come nel resto del mondo, anche se da adesso non sarà più l’italiano medio a pagare (sia eticamente, sia materialmente) per le loro idee. Comunisti e Fascisti hanno da sempre bivaccato nelle nostre istituzioni, scambiandosi accuse sempre nei limiti del ragionevole, senza mai troppo ferire. Non poteva durare troppo a lungo.
Il teatrino è finito e gli spettatori «paganti» hanno deciso che era meglio destinare i loro quattrini per altri spettacoli. Forse si doveva capirlo un po’ prima, ma meglio tardi che mai.Non sono di certo mancate le lamentele di «scomparse premature», e anche noi abbiamo pensato le stesse cose dichiarate da Francesco Cossiga pochi giorni fa: «Attento Berlusconi, sparita la sinistra radical chic, potrebbe rinascere il terrorismo». E’ vero, il rischio c’è! Tanti pesciolini fuor d’acqua e senza un acquario che li contenga, potrebbero «nuotare» chissà dove. Riflettendo meglio però c’è da rilevare che la sinistra massimalista - come l’estrema destra - non sono sparite per causa di un dirigismo forzato, ma semplicemente perché è capitato che gli italiani non le hanno votate. Si chiama democrazia.
Quella stessa democrazia che disconosceva anche Gramsci quando diceva: « Il nostro Partito non è un partito democratico, almeno nel senso volgare che comunemente si dà a questa parola. E' un partito centralizzato nazionalmente ed internazionalmente. Centralizzazione vuol dire specialmente che in qualsiasi situazione tutti i membri del Partito, ognuno nel suo ambiente siano stati posti in grado di orientarsi, di saper trarre dalla realtà gli elementi per stabilire una direttiva, affinché la classe operaia non si abbatta, ma senta di essere guidata e di poter ancora lottare. La preparazione ideologica di massa è quindi una necessità della lotta rivoluzionaria, è una delle condizioni indispensabili della vittoria».
Ecco, di tutta questa roba qui, il «popolo», ne ha «piene le tasche», e nonostante che anche noi, da scettici, vediamo un bipartitismo appena nato pieno zeppo di lacune e forse non adatto ancora alla nostra cultura, non possiamo non renderci conto (con nostra somma gioia) di come i sistemi totalitari siano stati messi all’angolo.
Anche per questo motivo forse possiamo mandar giù questa nuova svolta anglossassone. Alla fine il gioco, vale certamente la candela.
A rileggerci
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20 aprile 2008
Continuate così
A proposito del fatto che i due candidati Democratici si fanno più male che bene, guardate la nuova strategia della Clinton contro Obama, dopo il dibattito in Pennsylvania.
Ecco il nuovo spot di Hillary contro le misure sull'assistenza sanitaria annunciate dal leader di colore.
A rileggerci
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USA 2008: Cambio di rotta

Ci siamo. Dopo un po’ di settimane di pausa i due contendenti democratici ricominciano il loro percorso verso la Casa Bianca. Dopo 50 giorni, Hillary Clinton e BarackObama, si sono rivisti nel “one to one” in Pennsylvania di qualche giorno fa, in vista dello scontro di martedì prossimo. Incontro che ha tenuto l’America (e non solo) davanti ai teleschermi. Gli ultimi sondaggi vedono in vantaggio la Clinton, ma non è da non tenere in considerazione l’outing della ex first lady che , pochi giorni fa, (per la prima volta in questa campagna elettorale) ha ammesso che il rivale Barack Obama potrebbe vincere. "Si, Si, Si", ha detto con convinzione Hillary, un po’ spazientita, rispetto alle domande incalzanti dei giornalisti.
Il faccia a faccia, è stato parecchio teso. La senatrice è andata sempre all'attacco, mettendo Obama alle corde su temi come i valori delle piccole città, il patriottismo e gli amici "scomodi" (vedi Wright). Solo su un punto i due si sono ritrovati concordi: nessuno dei due è pronto a scegliere l'altro come vice. Ed è questo il vero dramma per il partito Democratico. L’indecisione nello scegliere il vero è proprio front runner contro McCain, sta di giorno in giorno divedendo e sfiancando, non solo il party, ma soprattutto gli elettori. Più i giorni passano e più McCain sta salendo nei sondaggi nazionali, sia nei confronti della Clinton, sia con Obama.
C’è oltretutto da mettere in conto un altro fattore molto importante: l’opinione pubblica sta cambiando drasticamente direzione.
La crisi economica statunitense dilaga. Ottantamila posti di lavoro persi solo a marzo. Disoccupazione al 5,1%, il livello più alto dal settembre 2005. La crisi dei mutui che ha demolito il sogno della casa e oltre otto americani su dieci che vedono nero nel loro futuro, convinti che il Paese stia viaggiando su una strada completamente sbagliata, sono solo alcuni dei dati che fuoriescono dalla summa di due sondaggi fatti non molto tempo fa dal New York Times e dalla Cbs, che hanno fotografato gli umori americani scoprendo un Paese profondamente depresso. Solo un anno fa le persone che "vedevano nero" erano il 69% e nel 2002 solo il 35%. Il 78% degli interpellati ritiene che si stia peggio oggi rispetto a cinque anni fa, mentre solo il 4% ritiene che oggi si stia meglio. I sentimenti cupi, secondo i sondaggi, sono trasversali alla società americana e hanno preso il cuore degli elettori democratici come di quelli repubblicani, gli uomini come le donne, gli abitanti delle città come delle zone rurali, i laureati come i non laureati. Ma sono i tempi che rendono sorprendenti i risultati del nuovo sondaggio: di solito l'insoddisfazione e il pessimismo prendono corpo dopo mesi o anni di crisi economica, non quando la crisi é appena agli inizi. Oltre tutto molti degli interpellati ha ammesso di non navigare in cattive acque, anzi: più di sette su dieci si sono detti soddisfatti o molto soddisfatti della loro situazione economica, un numero calato minimamente rispetto al 2006. Per due americani su tre oggi l'America però è già in recessione e questo dato è importante rispetto all’altro problema che ha sconvolto il popolo americano: la guerra in Iraq.
Ormai il conflitto a Baghdad non rientra più fra le tematiche principali (complice anche i notevoli progressi avuti sul territorio grazie alla nuova strategia in atto), ed i Democratici si sono trovati in grossa difficoltà a sostituire questo tema, perno centrale da sempre, di tutto l’attacco liberal al Grand Old Party. Anche questo sta di fatto sfiancando l’azione incisiva del party Democratico sugli elettori, che ora si ritrova con meno tematiche in vista di Novembre e con l’incognita di un candidato da scegliere. Tutti fattori che stanno aiutando McCain. Cinque mesi fa il senatore dell’Arizona, o qualsiasi altro repubblicano, sarebbe stato battuto da un democratico di ben 13 punti. Ora le cose non stanno più così. McCain gira tranquillo gli Stati Uniti e l’Europa, intrecciando rapporti importanti e comunicando le sue ricette per il futuro economico degli Stati Uniti, mentre Hillary e Barack invece, se le danno di santa ragione davanti ad un partito quasi impotente, con il suo status quo dirigenziale diviso alle fondamenta.
E sono gli stessi candidati a palesare fragilità causa le innumerevoli pressioni. Il dibattito in Pennsylvania è stato chiarificatore, dato che non ha aiutato a rialzare l'immagine dei due contendenti che si sono scontrati con toni da guerra fredda . Hillary ha detto che farà il possibile per "portare uno di noi due nell'Oval Office", ma poi però ha passato i primi 45 minuti, dei 90 a disposizione, a rivangare le ultimissime polemiche sul suo avversario di partito: le dichiarazioni a San Francisco di Obama che ha parlato delle "piccole citta" della Pennsylvania e del Midwest come bacino di abitanti "arrabbiati” che si rifugiano "nelle pistole o la religione o la xenofobia"; le sue amicizie pericolose con il controverso pastore Jeremiah Wright e un vicino di casa a Chicago ex militante del gruppo radicale anni Sessanta Weather Underground. Fuochi, fulmini e saette, con il Gop che ringrazia sentitamente. Infatti questi saranno temi con cui i repubblicani andranno a nozze se Obama finisse per battere l'ex First Lady nella corsa alla nomination. Una eventualità per la quale il voto della Pennsylvania di martedì potrebbe essere decisivo, non solo per la nominations, ma addirittura per la volata di Novembre verso la sala ovale.
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19 aprile 2008
Europa o Eurabia?
di Daniel Pipes
The Australian
15 aprile 2008
Pezzo in lingua originale: Europe or Eurabia?
È in gioco il futuro dell'Europa. Essa si trasformerà in "Eurabia", causa una parte del mondo musulmano? Rimarrà la distinta unità culturale che è stata nell'ultimo millennio? Oppure potrebbe dar vita a una sintesi creativa di due civiltà?
La risposta riveste un'enorme importanza. L'Europa potrebbe costituire un mero 7 percento della massa continente mondiale, ma per 500 anni, dal 1450 al 1950, in bene e in male, essa è stata il motore globale di cambiamento. I suoi futuri sviluppi incideranno sull'intera umanità e specialmente su paesi figli, come l'Australia, che continuano a mantenere stretti e importanti legami con il Vecchio Continente.
Prevedo che si materializzerà in fieri uno dei seguenti tre percorsi per l'Europa: un dominio musulmano, il rifiuto dei musulmani oppure un'armoniosa integrazione di essi.
(1) Alcuni analisti reputano che una dominazione musulmana sia inevitabile. Oriana Fallaci ha rilevato che "l'Europa diventa sempre più una provincia dell'Islam, una colonia islamica". Mark Steyn arguisce che gran parte del mondo occidentale "non sopravvivrà al XXI secolo, vale a dire a un periodo che è già compreso nei confini temporali delle nostre vite, e gran parte di esso sparirà, inclusi parecchi, se non la maggior parte, dei paesi europei". A detta di tali autori, sono tre i fattori che argomentano a favore di una islamizzazione dell'Europa: la fede, la democrazia e un senso di retaggio.
Il secolarismo che predomina in Europa, specie in seno alle élite, conduce all'allontanamento dalla tradizione giudaico-cristiana, alla desertificazione delle chiese e a vedere nell'Islam una fonte di richiamo. In totale contrasto, i musulmani ostentano un fervore religioso che si traduce in sensibilità jihadista, in una supremazia nei confronti di coloro che non sono musulmani e nella speranza che l'Europa sia in attesa di convertirsi all'Islam.
Il contrasto nella fede presenta altresì delle implicazioni demografiche, con i cristiani che hanno in media 1,4 figli per donna, o circa un terzo in meno rispetto al numero necessario per mantenere la loro popolazione, e con i musulmani che godono di un tasso di natalità di gran lunga più elevato, anche se in calo. Amsterdam e Rotterdam finiranno per diventare, a partire dal 2015, le prime città europee la cui popolazione è a maggioranza musulmana. Intorno al 2050, la Russia potrebbe diventare un paese a maggioranza musulmana. Per assumere abbastanza lavoratori necessari a finanziare esistenti piani pensionistici, l'Europa necessita di milioni di immigrati e questi tendono ad essere in modo sproporzionato musulmani per motivi legati alla prossimità geografica all'Europa, ai legami coloniali e alle agitazioni che imperversano nei paesi a maggioranza musulmana.
Inoltre, parecchi europei non amano più la loro storia, i loro usi e costumi. I sensi di colpa per il fascismo, il razzismo e l'imperialismo lasciano a molti la sensazione che la loro stessa cultura abbia meno valore rispetto a quella degli immigrati. Un simile auto-disprezzo ha delle dirette implicazioni per gli immigrati musulmani giacché, se gli europei rifuggono i loro costumi, per quale motivo gli immigrati dovrebbero adottarli? Se ciò viene aggiunto alle già esistenti esitazioni musulmane in merito a molti usi occidentali, specie riguardo ciò che concerne la sfera della sessualità, ne consegue che le popolazioni musulmane resistono strenuamente al processo di assimilazione.
La logica di questo primo percorso induce a pensare che l'Europa diventerà un'estensione del Nord-Africa.
(2) Ma il primo percorso non è inevitabile. Gli europei autoctoni potrebbero opporre resistenza alla sua materializzazione e dal momento che essi costituiscono il 95 percento della popolazione del continente possono in qualsiasi momento riprendere il controllo, se dovessero ravvisare nei musulmani una minaccia per un prezioso modo di vita.
Questo impulso può già essere intravisto nella legislazione francese anti-hijab oppure nel lungometraggio Fitna di Geert Wilders. I partiti anti-immigrati guadagnano forza; in Europa sta prendendo forma un potenziale movimento a favore della popolazione autoctona, dal momento che i partiti politici contrari all'immigrazione focalizzano sempre più la loro attenzione sull'Islam e sui musulmani. Tra questi partiti: il British National Party, il Vlaams Belang in Belgio, il Front National in Francia, il Freiheitliche Partei Österreichs [il Partito della libertà] austriaco, il Partij voor de Vrijheid [il Partito della libertà] nei Paesi Bassi, il Dansk Folkeparti [Partito del popolo danese] e i democratici svedesi.
Questi raggruppamenti probabilmente continueranno a crescere, man mano che le ondate migratorie raggiungeranno picchi ancor più elevati, con partiti tradizionali che pagheranno ed esproprieranno il loro messaggio anti-islamico. Se i partiti nazionalisti dovessere salire al potere cercheranno di ricusare il multiculturalismo, di contenere l'immigrazione, di incoraggiare il rimpatrio degli immigrati, di appoggiare le istituzioni cristiane, di aumentare il tasso di natalità degli europei autoctoni e tenteranno in larga misura di ristabilire i valori tradizionali.
Probabilmente a ciò farà seguito un allarme musulmano. Lo scrittore americano Ralph Peters delinea uno scenario in cui "navi della marina militare americana gettano l'ancora e marine statunitensi giungono a riva a Brest, Bremerhaven, o a Bari per garantire un'evacuazione sicura dei musulmani d'Europa". Peters conclude che a causa della "inestirpabile malvagità" i suoi musulmani "hanno i giorni contati". Dal momento che gli europei "perfezionano il genocidio e la pulizia etnica", egli prevede che i musulmani "saranno fortunati se solo verranno deportati", e non uccisi. In verità, i musulmani sono preoccupati di un simile scenario, sin dagli anni Ottanta essi parlano apertamente di musulmani da inviare alle camere a gas.
La violenza da parte degli europei autoctoni non può essere preclusa, ma gli sforzi nazionalisti molto probabilmente assumeranno toni meno violenti; se c'è qualcuno disposto a innescare la violenza, questi sono i musulmani. Essi hanno già preso parte ad atti di violenza e sembrano morire dalla voglia di lanciarsi in molti altri. Ad esempio, i sondaggi rilevano che circa il 5 percento dei musulmani britannici approva gli attentati terroristici del 7 luglio. In poche parole, una riaffermazione europea, probabilmente condurrebbe a una continua guerra civile, magari una versione più letale della sommossa francese dell'autunno 2005.
(3) L'esito ideale sarebbe quello di europei autoctoni e di musulmani immigrati che trovano un modo per vivere insieme in armonia e creano una nuova sintesi. Uno studio redatto nel 1991 da Jeanne-Hélène e Pierre Patrick Kaltenbach, dal titolo La France, une chance pour l'Islam (La Francia, un'opportunità per l'Islam) ha promosso questo approccio idealistico. Malgrado tutto, questo ottimismo rimane l'opinione comunemente accettata, come proposto da un editoriale dell'Economist del 2006 che accantonava "almeno per il momento, la prospettiva dell'Eurabia come allarmismo".
Così la pensano la maggior parte dei politici, giornalisti e accademici, ma ciò ha poche basi reali. Sì, gli europei autoctoni potrebbero riscoprire ancora la loro fede cristiana, fare più figli e tenere nuovamente in gran conto il loro retaggio culturale. Certo, essi potrebbero incoraggiare l'immigrazione non-musulmana e acculturare i musulmani che già risiedono in Europa. Sì, i musulmani potrebbero accettare l'Europa storica. Ma non solo simili cambiamenti non sono ancora in atto, le loro prospettive sono altresì vaghe. In particolare, i giovani musulmani coltivano lagnanze e nutrono ambizioni contrarie a quelle dei loro vicini
Si può di fatto scartare l'ipotesi della prospettiva da parte dei musulmani di accettare l'Europa storica e di integrarsi in seno ad essa. Il columnist americano Dennis Prager concorda: "È difficile immaginare ogni altro scenario futuro per l'Europa occidentale che non sia quello di una consona islamizzazione o di una guerra civile".
Ma quale di questi due rimanenti percorsi intraprenderà il continente? Prevederlo è difficile poiché la crisi non ha ancora colpito. Ma potrebbe non essere lontana. Nell'arco di un decennio, forse, l'evoluzione del continente diventerà chiara man mano che i rapporti tra l'Europa e i musulmani prenderanno forma.
La natura senza precedenti della situazione europea rende altresì una previsione estremamente difficoltosa. Nella storia non è mai successo che un'importante civiltà si sia dissolta pacificamente, né mai un popolo è insorto per reclamare il proprio patrimonio. Le eccezionali condizioni in cui versa l'Europa rendono difficoltoso comprendere, tentare di ignorare e praticamente impossibile fare delle previsioni . Con l'Europa noi tutti entreremo in una terra sconosciuta.
A rileggerci
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16 aprile 2008
L'Udc e un miracolo a metà

Potrà il centro italiano giocarsi la sua partita all’opposizione del governo Berlusconi, senza per questo venire meno al proprio senso di responsabilità nei confronti del Paese? Ma soprattutto, cosa potrà inventarsi Casini con i dirigenti dell’Udc, per riaffermare la propria visibilità e la conseguente esistenza politica? Vista la solidità numerica del PdL, l’Udc non è più determinante come un tempo.
«…potrà trovare ancora maggiore spazio, certo. Il Pd deve decidere cosa fare del consenso raccolto. Noi abbiamo offerto un’occasione a chi non si sente berlusconiano e si percepisce d’altronde alternativo alla sinistra. Nessuno ci ha regalato questa posizione: noi e la Sinistra arcobaleno siamo stati sottoposti a un tentativo di annientamento. A Veltroni l’operazione è riuscita, ha eliminato un concorrente per la costruzione di una sinistra moderna. L’annientamento del centro invece non si è realizzato.
E noi adesso siamo decisivi per qualsiasi tipo di futuro politico si voglia immaginare per l’Italia: non siamo decisivi in Parlamento ma nel Paese lo siamo eccome». Con queste dichiarazioni a caldo, di Rocco Buttiglione, si può sintetizzare abbastanza il percorso che ha portato la nuova costituente di centro a sopravvivere allo “tsunami” azzurro dell’election day. Nonostante tutto però ci sono da puntualizzare alcune questioni del tutto rilevanti.
Ad occhio e croce, il dato certo che Veltroni non sia riuscito a sfondare al centro, è sotto gli occhi di tutti ma, a ben vedere, è difficile pensare che i sopravvissuti centristi possano nuovamente fare da ago della bilancia nella «bagarre» politica del paese come è accaduto in passato, perché a sinistra e a destra si ergono muri alti e ben solidi, mentre nel mezzo, il «topolino» moderato, farà molta fatica a trovar la «tana».
Lo scollamento profondo verificatosi tra gli italiani ed il governo Prodi è stato più forte di quello che si era previsto ed il voto a cascata dato a PdL e Lega risente molto dei due anni inconcludenti del governo passato. La sensazione di rifiuto nei confronti del centrosinistra è stato netto e perentorio, soprattutto in molte regioni (ad esempio Campania e Calabria), dove le amministrazioni sono state molto contestate. In mezzo alla scomparsa (imprevista) della sinistra radicale, solo il gruppo dell’Unione di Centro è riuscito a sopravvivere (oltre all’IdV però apparentato al Pd), rappresentando, senza ombra di dubbio, un pezzo di storia italiana e di persone che vivono nel nostro paese.
Alcuni ritenevano che l’Udc fosse soltanto un gruppo dirigente, fatto di quadri dirigenti che «non sa non stare al governo», dunque, senza una base popolare. Il risultato invece li ha smentiti, ed almeno in questo, a Casini, va dato merito. L’attacco «ad personam» è stato respinto non con pochi affanni, ma è adesso che i giochi inizieranno a farsi seri.
Inciucio o non inciucio tra Pd e PdL, come potrà mai presentarsi ora in parlamento il centro italiano in mezzo ai due colossi liberali e riformisti? Potrà il centro italiano giocarsi la sua partita all’opposizione di un eventuale governo Berlusconi, senza per questo venire meno al proprio senso di responsabilità nei confronti del Paese? Ma soprattutto, cosa potrà inventarsi, Casini con i dirigenti dell’Udc, per riaffermare la propria visibilità e la conseguente esistenza politica? I numeri di certo non aiuteranno ad essere determinanti come un tempo.
Se con la Casa delle Libertà, Casini ha sempre potuto tenere il coltello dalla parte del manico mantenendo su alcuni temi, diciamo così, sotto scacco il Cavaliere, ora come ora, correndo da soli e senza numeri, il partito dei moderati italiani dovrà tener ben conto di dover studiare nuove strategie per reclamare il diritto all’esistenza, perché senza visibilità pubblica, non c’è politica che tenga. Questa è adesso la vera sfida di Casini e «compagni», i quali dovranno ben presto rendersi conto e farsi carico delle proprie scelte politiche. Probabilmente si è sopravvalutata troppo in negativo (dal punto vista politico) la figura di Silvio Berlusconi e la scarsa campagna elettorale, compreso lo scoramento del popolo italiano verso il governo uscente.
O forse, molto più semplicemente, non si è voluto perdere il “posto al sole” ottenuto tanto duramente con la Casa delle Libertà. Fatto sta che però ora la vecchia Dc, dovrà sudare le sette camice per tornare a diventare determinate. I numeri non le danno questa possibilità, ed eventuali alleanze farebbero perdere la faccia al proprio leader.
Non che in politica spesso non si torni sui propri passi, ma è innegabile che la situazione attuale, poco consenta ripensamenti. Pena il depennamento politico (Bertinotti insegna). In questa situazione sembra davvero difficile poter pensare che l’Unione di centro possa trovare presto la fine del tunnel ma, come si dice spesso, chi è causa del suo mal, pianga se stesso.
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16 Aprile 2008 - © Confronto.it
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15 aprile 2008
Inizia ora la seconda Repubblica

Ha vinto Silvio Berlusconi. Il Popolo della Libertà (assieme a Lega Nord e Movimento per l'autonomia), ha ottenuto la maggioranza alla Camera e anche al Senato (molto solida), con 167 senatori contro 137. Su base regionale, 15 Regioni su 18 vanno al Pdl, che rispetto al 2006 ne strappa 4 al centrosinistra. Smentiti clamorosamente i primi exit poll diffusi subito dopo la chiusura delle urne che indicavano una differenza di soli due/tre punti percentuale tra Pdl-Lega-Mpa e Pd-Idv tanto da far pensare come, ancora oggi, sia possibile un così ampio margine di errore nel lavoro delle società di rilevamento e marketing italiane (cosa che non accade negli altri paesi), con un cadenzario quasi sconcertante.
Anche alla Camera, il risultato per l'alleanza guidata dal Popolo della Libertà è stato largo (al momento in cui scriviamo sono state scrutinate 60.746 sezioni su 61.062) con il 46,7% dei voti a favore, contro il 37,5% del Partito Democratico. Un distacco che fin dalle prime proiezioni è sembrato incolmabile, tanto che, a serata appena iniziata, è stato lo stesso Veltroni a riconoscere la vittoria dell'avversario (chiamandolo questa volta per nome e cognome). Da segnalare l’ottima performance della Lega e la debacle della Sinistra-Arcobaleno, che ormai appare destinata a sparire dal Parlamento. Il candidato premier, Fausto Bertinotti, si è addirittura dimesso da tutti gli incarichi dirigenziali dopo le proiezioni di inizio serata. Se pensiamo che da sola Rifondazione due anni fa aveva superato il 7%, possiamo capire quanto lo scenario politico sia cambiato, facendo sparire anche una miriade di piccoli partiti che non sono riusciti a superare gli sbarramenti sia della Camera, sia del Senato.
In mezzo a questo “tsunami” colorato di azzurro, tiene però l’Udc di Casini (5,6% sia alla Camera, sia al Senato) e migliora la sua performance l’IdV di Di Pietro (4,3% sia alla Camera e sia al Senato), i pochi partiti scampati (con il Movimento delle Autonomie) “all’11 Settembre” politico italiano.
Quello a cui abbiamo assisitito ieri è, se ci pensiamo bene, epocale. Di colpo la democrazia italiana ed il suo sistema politico sono cambiati e forse, solo ora, possiamo davvero parlare con cognizione di causa dell’inizio della vera seconda Repubblica. Di fronte due personaggi, Berlusconi e Veltroni, veri “untori” di questo stravolgimento.
Un’Italia bipartitica si affaccia ormai ad una Europa già rodata in tal senso, e come Spagna, Inghilterra, Germania e Francia, si prepara al suo nuovo corso ”a due”. Certo i piccoli partiti non scompariranno del tutto, ma almeno per cinque anni, non avranno voce in capitolo in parlamento. Alla luce di questo sembrano lontani i giorni del penta partito, o quelli (più recenti) bipolari, costellati da tanto pluralismo, ma infestati forse da troppe prime donne e troppi premier.
L’Italia ingessata e ricattata, offerta agli italiani da Romano Prodi, ora lascia la strada al Popolo della Libertà, bisognosa di cure immediate, ma soprattutto di strategie a lunga scadenza che la facciano finalmente uscire da acque paludose. E’ l’Italia disillusa che alla fine ha voluto punire l’inconcludente governo della passata legislatura (e Bertinotti ne sa qualcosa) e con un Silvio Berlusconi, ormai senza alibi, che ha in mano una maggioranza forte e tale da poter governare per 5 anni senza intoppi. Ora c’è solo da mettersi alla guida di un paese ferito, che ancora non ha capito la globalizzazione e neanche la propria moneta con la quale, ogni giorno, si trova a pagare bollette e tazzine di caffè.
Poca produttività, pil fermo, salari bassi, troppe tasse, poca concorrenza, scarso peso internazionale, faranno della battaglia parlamentare più un impresa da guinnes dei primati piuttosto che una semplice occasione di buon governo. C’è tutto un paese da rifondare nei suoi assetti istituzionali e nella sua governance; c’è da ridare fiducia agli italiani e nel mercato e c’è da ricostruire un’immagine italiana sbiadita - coperta dalla mondezza - a livello internazionale. Silvio Berlusconi dovrà fare tutto questo tenendo conto delle richieste non semplici della Lega Nord, questa volta più decisiva che mai nella vittoria, e non è detto che qualche attrito non possa nascere.
E mentre il Cavaliere festeggia, Veltroni fa i conti con un pallottoliere antipatico che, al posto dei numeri, lascia solo guai. Se è vero che il 35% - soglia di intoccabilità del vertice democratico - è stato incassato, è altrettanto vero che non sarà facile ora per il leader del Pd, dopo una sconfitta così pesante, tenere a bada gli ex diessini, già sul piede di guerra e pronti ad addossare tutte le colpe ai vertici del loft. La resa dei conti, per il leader del Pd, è più vicina di quanto sembra e ci vorrà tutta la maestria politica del caso per far piazza pulita dei nemici, ed aspirare al tanto agognato posto da leader della nuova sinistra riformista italiana.
Il paese però intanto si affaccia, forse prematuramente, su un bipartitismo che non lo appartiene culturalmente, forzato oltremodo da due leader che ( forse) ancora non si rendono conto dello stravolgimento compiuto. Le riforme che questo paese attende ormai da troppo tempo, non possono più aspettare, ed è per questo che al PdL servirà enorme coraggio ed un approccio costruttivo con l’opposizione.
Il livellamento delle ideologie e dei valori che però abbiamo visto in campagna elettorale (da ambedue gli schieramenti) certo non preannuncia nulla di buono, ed è per questo che molto probabilmente dovremo aspettarci un governo, in tandem con l’opposizione, molto più azionistico sul breve, che sul lungo termine. Ma basterà per risollevare il paese? Oramai non si possono più perdere treni importanti, perché si rischierebbe di non vederne passare mai più.
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14 aprile 2008
La crisi si vince con la politica

Ma quale antipolitica! Il calo alle urne c’è, ma è piccolo, anzi, piccolissimo. I cittadini, ancora una volta, hanno dato una grande prova ed un grande insegnamento. Riusciranno i nostri futuri rappresentanti a percepire il senso civico del popolo italiano e a tradurlo?
Un clima incredibile quello di Domenica, roba che neanche nell’ex Rhodesia. Giornali online e televisioni praticamente “spente”, ci hanno raccontato esclusivamente strani “spuntini” o pose troppo “osè” delle schede davanti ad una fotocamera. Sotto l’egida di una legge liberticida è morta l’informazione, mentre noi siamo stati costretti (e rassegnati), come Fantozzi con i colleghi, a visionare un tremendo film cecoslovacco, scambiandoci notizie sottovoce ed in penombra, fra una voce fasulla e qualche bookmaker americano.
Eppure siamo in un paese Occidentale, dove la libertà - anche dell’informazione - dovrebbe essere sovrana. Tutto muore invece sotto la par condicio, nell’apatia totale e nella perdita del gusto della politica che, senza dati, si autodecreta la propria condanna a morte.
Unico protagonista? Il telefonino, fra gli squilli “mastelliani” e fotografie poco ortodosse.Fra messaggini poco “legali” dell’ultima ora e tecnologia da “affitta camere”.
Questo è purtroppo lo specchio di questo paese, alla ricerca drammatica di valori, sfide e strategie a lungo termine, e a cui rimane solo qualche suoneria da scaricare a caro prezzo.
Come ci sembrano lontane quelle democrazie atlantiche, fatte di sondaggi ogni 15 minuti, di analisi, di scontri fra candidati a tutte le ore. Quanto ci mancano gli exit poll rubati, gli spot (anche un po’ populisti) e gli “scandali al sole”. Quanto ci manca tutta quella sostanza e democrazia che da anche un senso alla passione politica e distrugge “l’anti” a tutti i costi, vero dramma di quest’epoca globalizzata.
Una legge disastrosa, in un clima politico disastroso, ha contribuito a togliere passione ed informazione, relegandoci fanalino di coda della libertà. Un clima fatto di “sindromi da pareggio” e condito da voci ormai incessanti di “oligarchie” bipartitiche da inciucio, non ha però fermato i cittadini che, ancora una volta, hanno dimostrato molta più maturità dei loro futuri rappresentanti. Gli urlatori dell’ultima ora se ne ritornino da dove sono venuti portandosi via il lumicino dell’antipolitica. Noi non ne abbiamo bisogno.
Non ci servono le lotte contro i mulini vento. Sono inutili e dannose. Ci servono invece alternative ragionevoli, ed il popolo italiano lo ha capito, salvo qualche testa vuota che ancora oggi, magari nella delusione, crede di aver fatto cosa buona e giusta disertando le urne, in preda ad un individualismo che nasconde invece “mancanza di attributi”. Che i “topi ballino” quindi, fregandosene dei “gatti” urlatori da banco da strapazzo. Come sempre, dalla crisi della politica, si esce solo con la politica. Dall’indecisione se ne esce solo con la decisione, perché le rinunce e le strade comode servono a poco.
E’ il popolo a dare, ed è il popolo a togliere. Se ci privassimo anche di questo, allora davvero, sarebbe veramente la fine.
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10 aprile 2008
Notti insonni

Pochi giorni al termine di una delle campagne elettorali più brutte che la mia giovane memoria ricordi. Poco dibattito, poche idee, programmi inesistenti e tanto, tanto, tantissimo populismo.
Il partito di Walter Veltroni, silenzioso e molto pasticcione nei mesi scorsi, sta ora ritrovandosi in casa nuovi “bastian contrari”, con gli amici, di colpo, diventati nemici. Sembra uno scioglilingua, ma vedere i diessini attaccare e nascondersi ed i centristi uscire allo scoperto ed in difesa, lascia più che perplessi. Tutto si è ribaltato con D’Alema, Bersani e La Torre all’attacco, Marini e Fioroni in difesa e Bettini in porta che spera di passare indenne il “trentacinquesimo” del secondo tempo, pena l’esclusione dalla coppa, ma soprattutto dal premio partita.
Sembrano lontani i tempi del lingotto di Torino quando il leitmotiv generale Democratico era di dimenticare i vecchi rancori e ripicche interne per andare incontro ad un radioso futuro. Certo l’esperienza del Pd non si fermerà a queste elezioni, ma da qui, a parlar di momenti “radiosi”, ce ne corre. Il Popolo della Libertà non è da meno perché troppo preoccupata di un possibile pareggio al Senato, piuttosto improbabile, ma sempre possibile.
Ed ecco che in mezzo a quella che si potrebbe rinominare “sindrome da pareggio”, il Cavaliere scatta in piedi e con una sua “boutade” risveglia “Lazzaro”, spiegando che il Pd si può sognare sia la presidenza della Camera e sia il Quirinale con una possibile, quanto “scolastica” (così dice lui), dimissione di Napolitano. Veltroni non ha potuto altro che rispondere inasprendo, sempre “pacatamente”, questa “soporifera” campagna elettorale. Certo, non si tratta di uno scontro ricco di contenuti: fra quelle che non la vogliono dare e altre parti anatomiche più disponibili, a questo punto meglio finirla in caciara piuttosto che rimanere nel dimenticatoio più totale. Poco edificante, ma almeno un po’ efficace.
Nella voragine di strategie a lungo termine e davanti ad un confronto fra i due partiti maggiori più che pietoso, il Cavaliere è riuscito nuovamente a riportarsi in mezzo alla scena, in maniera poco ortodossa, ma effettivamente geniale.
Sa benissimo che, con l’antipolitica galoppante, l’unico modo è quello di creare passione e tensione, anche quella da ring. L’importante è non abbassare la guardia. Veltroni ha dovuto per forza seguirlo per non sembrare troppo buonista, più di quello che ci ha già abituato, ed il “ma anche”, questa volta, è andato a farsi friggere.
Caro prezzi, inflazione e stati della produttività fermi sono solo alcuni dei problemi generali del paese che stanno allontanando i cittadini dalla politica che, a questo punto, null’altro chiedono che un po’ di soluzioni e qualche sogno in più. Silvio Berlusconi i suoi fans li fa sognare anche con questi colpi di bacchetta magica. Veltroni queste cose non le sa fare, attaccato persino dentro il suo partito, la vera lotta per cui sta combattendo a denti strettissimi.
Berlusconi vuole il colle ad ogni costo. L’ha sempre voluto, e l’outing su Napolitano è stato tutto, fuorché “scolastico”. Governare meglio degli anni passati sarà un imperativo categorico se vorrà aspirare a contanta carica. E lui stesso sa che non sarà facile. Mai infatti il Cavaliere è stato tanto guardingo in una battaglia elettorale da quando lo conosciamo come politico. Sa bene che questa è la sua ultima possibilità ed in caso di vittoria non può permettersi di fallire, perché la verità e che vuole entrare nella storia della politica italiana da trionfatore. Veltroni ha ancora tutto il tempo. Silvio no.
Intanto però la “Royal Rumble” continua, ed “uccellini” ci riportano per le ultime ore di campagna qualche mossa a sorpresa da ambo le parti. Un po’ come la “Vicenza” berlusconiana di qualche anno fa che di fatto, fece partire la rincorsa del Cav. Sappiamo tutti come andò a finire. Il problema sarà capire chi scoccherà per primo l’ultimo fatale dardo della faretra. Roba da non far dormire la notte…
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09 aprile 2008
I Balcani e le colpe dell'Ue
Anche se non sembra, il processo di indipendenza del Kosovo ha innescato una vera e propria crisi nelle aree dei Balcani.
Macedonia, Bosnia Erzegovina e i tumulti in Serbia sono lo specchio del momento non felice di quest’area. Molti analisti descrivono questi avvenimenti come semplici incidenti di percorso, mentre per molti altri sembrano più che altro prova dello stato di incertezza provocato dall’Unione Europea.
Per il Kosovo, ad esempio, gli Stati confinanti hanno riconosciuto ben presto l’indipendenza (dato che temporeggiare avrebbe forse creato loro problemi), come i disordini in Serbia erano pressoché scontati. Diversa invece è stata la spaccatura formatasi fra i 27 membri dell’Ue, assolutamente non preventivata. Bruxelles per adesso minimizza condannando solo i disordini, ma le difficoltà (come sappiamo) sono ben altre: fare in modo che Belgrado accetti la perdita del Kosovo evitando che il piccolo Stato faccia nascere istituzioni “troppo” parallele ed il dualismo che deriva dal protettorato europeo su Pristina. Le parole di Bruxelles servono a poco per il momento e la contraddizione fra la missione denominata Eulex, voluta dalla Ue a favore del Kosovo (senza fondamento nel diritto internazionale), contrapposta alla missione per l’amministrazione provvisoria della provincia Kosovara approvata dall’Onu, sta diventando difficile da gestire.
Intanto in Macedonia cresce la crisi, il paese è stanco di essere eterno candidato e sta storcendo il naso rispetto alle pretese dell’Unione Europea che, ogni giorno che passa, si fanno sempre più invasive. In politica interna invece le criticità fra i partiti macedoni e quelli albanesi stanno aumentando provocando per forza disordini sia dal punto di vista sociale, sia dal punto di vista economico. La Grecia inoltre (in molti dicono manovrata dalla Russia) vorrebbe evitare che la Macedonia mantenga il suo nome minacciando di mettere un veto di entrata nella Nato. L’Europa in tutto questo sta a guardare, ignara forse della polveriera che rischia di esplodere da un momento all’altro.
Ma la più grande minaccia per la stabilità nei Balcani rimane la crisi della Bosnia Erzigovina. Uno stato ormai senza vita e con una economia ferma. Le istituzioni litigano fra loro ed il processo di avvicinamento alla Ue è fermo ormai da tempo. Serbi e Croati non riescono ad intendersi e per fermare una tale disgregazione e la comunità internazionale è ricorsa ai vecchi metodi, usando gli accordi di Dayton1, ma evitando di trovare una soluzione duratura nel tempo e molto più equa.
Più l’Europa eviterà di prendere posizione e risolvere questi problemi, più l’unità rimarrà un’utopia, con Paesi confinanti non ammessi e scontenti, con il rischio di rendere la stabilità una vera e propria chimera.
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9 Aprile 2008 - © Formiche.net
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Rifiuti campani? Guardate quelli tedeschi!

Ma sarà poi vero che è solo Napoli e l’Italia, detengono il triste primato negativo sui rifiuti? E’ stato grazie allo spionaggio industriale che si è scoperto, nelle cave di argilla di Vehlitz e Mochern, (vicino Magdeburgo) stoccaggi illegali di sostanze organiche e plastiche, facendo scoppiare un ”caso rifiuti” anche in Germania. Da qui ne è scaturita la discussione che da un po’ di tempo riguarda sia la politica, sia il mainstream media tedesco, sullo scandalo dei rifiuti trasportati dai land occidentali a quelli orientali per essere poi smaltiti illegalmente.
Dietro questo fattaccio tutto “teutonico” dell’immondizia albergano due motivi principali: i contrasti politici nelle amministrazioni locali e gli scarsi controlli che hanno poi determinato la pratica (molto diffusa) di non smaltire i rifiuti negli inceneritori (come vorrebbe la legge), ma bensì depositarli delle discariche abusive della Germania orientale a costi, come possiamo immaginare, inferiori.
Molte sono le indagini in corso in tutta la Germania dove i riflettori sarebbero puntati su diversi stoccaggi operati in maniera illecita. Capro espiatorio, per il momento, è diventata il ministro dell’Ambiente Perta Wernicke che si è difesa dagli attacchi di alcuni media (anche pubblici) scaricando poi le colpe sul ministro dell’Economia Haseloff. Nonostante questo molte delle accuse ancora resistono e tengono banco fra l’opinione pubblica tedesca. Al momento, nessuna presenza di gas nocivi sembrerebbe confermata, anche se però è sotto gli occhi di tutti una possibile escalation dello scandalo.
Lo smaltimento negli inceneritori può arrivare ad un costo massimo di 120 euro la tonnellata, mentre trasportare i rifiuti da un land all’altro, costa esattamente la metà. Cercando di fare un po’ di chiarezza la normativa vigente in Germania (2005) stabilisce che sia i rifiuti domestici, sia quelli industriali andrebbero divisi e poi bruciati separatamente, mentre nelle discariche andrebbero stoccati solo i residui non combustibili. Dall’inizio di marzo invece sono stati rilevati molti camion (in arrivo da tutta la germania) colti sul fatto a scaricare rifiuti domestici proprio nella famigerata cava di Vehlitz.
Casi del genere non sono solo emersi in Sassonia- Anhalt, ma anche nel Brandeburgo ed in Sassonia. Sembrerebbe infatti che molti land sarebbero interessati al fenomeno dello stoccaggio illegale dei rifiuti, tanto ormai da poter affermare che in molte parti della Germania questa sia ormai pratica diffusa.
In base ad alcune stime, i rifiuti industriali che ogni anno vengono stoccati illegalmente in Germania orientale si aggirano tra le due ed i sei milioni di tonnellate. In alcuni land si è risposto chiudendo discariche illegali, in altri non si è fatto nulla. Intanto il ministero dell’Ambiente tedesco smentisce le accuse di avere acconsentito, chiudendo più che un occhio, allo smaltimento illegale.
Una domanda a questo punto nasce spontanea: Come mai per Napoli tanto scalpore quando, almeno per il momento, in Germania si sta consumando uno scandalo circa analogo e tutti i media internazionali tacciono? Le ragioni sono ovviamente da ricercare nella differenza delle lobby, poteri forti e pesantezza diplomatica dei due paesi messi a confronto. Due pesi e due misure che però fanno gridar vendetta.
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07 aprile 2008
Ministri de noantri

Le indagini su “Viaggiopoli”, secondo il ministro Pecoraro Scanio, avrebbero avuto inizio nel 2005, cioè quando l'agenzia di viaggio Visetur, sulla quale è incentrata l'inchiesta in corso, avrebbe operato con il ministero (fin dal 2003), ben prima però del mandato del leader dei Verdi, ora nella Sinistra Arcobaleno. In realtà l’inchiesta ha avuto la sua escalation pochi mesi fa, cioè quando il ministro dell’Ambiente avrebbe richiesto a Lele Mora alcuni attori della sua scuderia, per fare da testimonial ad iniziative del ministero. E fin qui nulla di male direi. Il problema però e che il Pm dei vip, tale Woodcock (un nome, un programma), sarebbe entrato per caso in una faccenda assai più torbida. Si ipotizza infatti un presunto scambio di favori tra imprenditori del settore dello smaltimento rifiuti e il ministro. In particolare sulla concessione di favori e appalti da parte di Pecoraro Scanio in cambio di viaggi gratuiti fatti sia in Italia sia all'estero.
Ora gli atti dell’inchiesta sono alla Procura di Roma e potrebbero approdare presto al Tribunale dei ministri. Ovviamente il ministro ha smentito ogni cosa contestando di aver mai ricevuto regali e viaggi in cambio di favori, rinunciando, udite udite (parole sue), all’immunità parlamentare (sic).
Tralasciando il fatto che l’immunità per i ministri non esiste perché il giudizio per loro è affidato al Tribunale dei ministri, Pecoraio Scanio, di buona lena, si è subito messo a disposizione della magistratura, contrattaccando però senza remore:” L’indagine, che è stata resa nota poco prima del voto, danneggia la mia immagine e quella del mio partito”. Acuto il ministro non c’è che dire. Ed anche i suoi legali lo sono:” Si tratta di una tempistica ad orologeria”.
Che faccia tosta! E’ paradossale che queste parole arrivino da un profeta del giustizialismo sinistrorso. Un “dipietrista” nei modi, tanto da festeggiare l’anniversario di tangentopoli portando in Parlamento una torta guarnita con delle manette. Un personaggio che inventò la pizza “Mani Pulite” e che attaccò senza ritegno persino Mastella (oggi riabilitato). Il comportamento ipocrita di Pecoraio Scanio è senza dubbio un altro buon motivo per non avere più il governo di Romano Prodi fra i piedi.
Ora sarebbe interessante vedere la reazione dell’ormai ex ministro dell’ambiente, qualora saltassero fuori intercettazioni telefoniche con lui da protagonista. All’epoca delle intercettazioni di Berlusconi con un dirigente rai, il ministro non perse tempo, ed abbracciando la tesi di Di Pietro, invocò persino la riforma del sistema radiotelevisivo. Cosa succederebbe nel suo caso? Facile immaginarselo.
Oggi a Pecoraro Scanio tocca invece "beccarsi" la solidarietà di Boselli (ri-sic) e della Sinistra Arcobaleno, con il Pd ed il PdL silenti. Buon gusto che ad altri, in occasioni simili, è mancato.
La Visentur, per ovvie ragioni nega i favori al ministro, come anche l’assunzione del fratello di Fella (titolare della Visentur) come consulente al ministero. Tutto deve essere dimostrato, ed anche in questo caso si aspetta il giudizio della magistratura ma, fa quantomeno riflettere, come i casi della vita facciano cambiare i lupi in agnelli e viceversa.
Evidentemente lo scontro perpetuo politica-giustizia esiste solo quando fa comodo.
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04 aprile 2008
L'ultima fiammella
Tutti noi abbiamo bisogno di ideali e di valori, perché senza di questi l’uomo non può vivere. Abbiamo bisogno di nutrire le nostre anime più che le nostre pance, e non solo di alti e nobili propositi perchè spesso, mancando quelli, anche un nemico può essere d’aiuto. Serve a “riempire” evitando di pensare troppo, si vive più “leggeri” e, almeno per un po’, si evitano domande scomode.
Nell’apatia generale dei nostri tempi, dove la politica fa disinnamorare le persone lasciandole vuote, cosa di meglio potevano sperare quattro ragazzotti e ragazzette che si son trovati davanti la lista pazza? Hanno riassaporato per poco - anche se non lo ammetterebbero mai – la possibilità di tornare a “credere”in un ideale. Sembrava di essere tornati negli anni ’60 e ’70. Per un attimo ardori passati hanno dato un po’ di colore ad una Italia grigia e spenta, che ormai sembra non aver più voglia di sognare.
Intendiamoci, il gesto dei quattro scalmanati di ieri è, non solo sbagliato, ma pericoloso. E’ il sintomo che ancora l’ideologia cieca e violenta non si è sopita ma anzi - spesso in mezzo ai giovani – fa proselitismo, approfittando della scarsa esperienza e della voglia di giustizia, in nome di un ego forse troppo spesso usato come specchietto per le allodole.
Ecco però, in mezzo ad una campagna elettorale noiosa che non decolla e non attira, arrivare l’unico che ci mette un po’ di contenuti: Giuliano Ferrara. E non si tratta di robetta di “cartapesta” ma di qualcosa che infiamma gli animi, provocando reazioni anche poco ortodosse. In netto stile “revival sessanttottino”, il palco “Aborto? No, grazie!” è stato fatto oggetto di “lanci”, pomodorate e chi più ne ha più ne metta, forse con ancora negli occhi e nelle orecchie le appena terminate cerimonie di “anniversari” rivoluzionari. Cosa ci fosse da festeggiare ancora non si sa (e secondo me fanno fatica a ricordarselo anche loro), ma in compenso quello che ne è rimasto non è poi tanto diverso dal passato: un triste teatro in cui gli attori non sanno dialogare, interpretando il dissenso negando la libertà di parola. Dei volteriani insomma.
Così, fra un uovo ed un insulto, muore l’ennesima fiammella della nostra democrazia già di per se provata e calpestata, dove una minoranza e una idea vengono distrutte dall’individualismo più becero, che nulla ha a che vedere con la libertà e con un problema delicato come l’aborto. Senza le idee, forse bruciate anche da quei vecchi “moti rivoluzionari” c’è bisogno di simboli a rimpiazzarle e forse anche di nemici da abbattere. Perché senza “quel qualcosa”, si rischia anche di spegnersi per sempre. Quale migliore occasione se non una piazza, con un bel palco ed un bel obiettivo (sicuramente ben visibile grazie a madre natura) su cui riversare le proprie frustrazioni e miserie?
Perché la lista pazza cambierà poco o nulla, ma è successo che la lotta per i valori ad un tratto è tornata drammaticamente ideologica. Della peggio ideologia, quella che diventa sofismo della realtà. Si preferisce quindi risolvere con i pugni ciò che non si vuole affrontare con il cuore per paura di rimanere, come si dice a Roma, con una “mano davanti e l’altra di dietro”. Così muore, sotto la cenere, il diritto d’espressione in nome del narcisismo autoreferenziale, vittima della rabbia della sconfitta di ideali che storicamente hanno fallito. Perché di politica, in questi gesti, non si trova traccia. Dopotutto fra questa gente e un ultrà che va allo stadio solo per menar le mani, c’è ben poca differenza . E tutto questo è molto spiacevole.
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03 aprile 2008
La resa dei conti
Come volevasi dimostrare. I nodi nel Partito Democratico stanno arrivando al pettine. L’editoriale apparso ieri sul Corriere della Sera chiude il cerchio ed accende definitivamente “l’incendio” del loft democratico e l'attacco a Walter Veltroni.
I piromani non hanno neanche aspettato troppo a fare il loro dovere, anche se il “fuoco” non potrà essere “spento” solo con un po’ d’acqua. Qui trattasi di potere vero, non di bazzecole, perché la lotta al predominio del dopo Prodi, all’interno del Pd, è ora arrivata al suo culmine. Il fatto che Marini sia dovuto intervenire in maniera plateale e pubblica a difesa del Walter democratico, la dice lunga sullo stato di avanzamento della lotta intestina.
Le "molestie", neanche a farlo apposta, sono tutte di Massimo D’Alema che, in tandem con Bersani, hanno sparato grosso sul segretario del Pd dicendo che, molto probabilmente, sarebbe ora di dire agli elettori che qualcosa si "sta già facendo". L’attacco alla leadership arriva molto probabilmente con i sondaggi alla mano ed in oggetto la fatidica soglia del 35% che deciderà, più o meno, la vita politica di Walter Veltroni a capo dei democratici. Tolto di mezzo Prodi (che ha già comunque sistemato tutti i suoi uomini), ora il vero ostacolo si chiama Massimo D’Alema, detentore di una, più che buona, fetta del partito.
A pochi giorni dal voto, Veltroni si ritrova attaccato dai suoi stessi “compagni” (Ds), ma difeso dai cuginetti della Margherita ormai in completa simbiosi con il segretario. Empatia non riuscita però con gli ex diessini, con degli equilibri che all’interno al partito sembrano essersi completamente capovolti. Il patto di ferro che da sempre ha legato D’Alema e Marini (pensiamo ai tempi della bicamerale) sembra essersi sciolto come neve al sole.
Ormai all’interno del Pd sanno perfettamente che dopo le elezioni, a sconfitta certificata, bisognerà conservare i posti di potere. Ormai il tempo stringe, e tutti stanno sgomitando per un posto sicuro che gli consenta di affrontare una opposizione di governo più serena e tranquilla, visto che ormai nel Pd c’è la certezza che Veltroni abbia già recuperato tutto il possibile, sia fra gli indecisi, sia come voti rubati alla parte avversa.
Ma è Bettini a fare outing e a chiarire una volta per tutte la vera situazione all’interno del Partito Democratico:”Se incassiamo il 35% guai a chi ci tocca”. Parole che non lasciano dubbi e descrivono perfettamente lo stato d’animo degli “asinelli”, oltre a sottolineare il livello molto alto di scontro.
Purtroppo per loro, i sogni “democratici” di un pareggio al Senato stanno svanendo piano piano e , a quanto si dice in giro, sembra che al loft stiano già scavando le trincee. To be continued...
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02 aprile 2008
Non dobbiamo avere paura
(Wadowice, 18 maggio 1920 – Città del Vaticano, 2 aprile 2005)
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01 aprile 2008
La Cina costa di più

“Più il tempo passa, più ci saranno imprese che dovranno ripensare la loro strategia”. Con queste parole Ronald Haddock, vicepresidente della società di consulenza Booz Allen Hamilton in Cina, ha sottolineato la tendenza che sta caratterizzando l’economia cinese da alcuni mesi a questa parte: salari, affitti, spese e tasse stanno aumentando e stanno facendo perdere alla Cina lo status di paese produttore a basso costo.
Prendendo ad esempio in considerazione una città come Qingdao (cuore degli investimenti sudcoreani in Cina), non si può non notare come, da un po’ di tempo, come le imprese chiudano a fronte di spese sempre più pesanti. Gli imprenditori sudcoreani lamentano costi di chiusura esorbitanti, rispetto alla facilità ed al basso costo dell’investimento necessario per aprire un’azienda. E non è un caso che gran parte di essi si stiano trasferendo, con armi e bagagli, verso le vicine Thailandia, India e Vietnam.
La Confederazione degli industriali coreani prevede addirittura che in Cina , entro la prima metà del 2008, migliaia di ditte sudcoreane chiuderanno i battenti. Le motivazioni della crisi di produzione cinese sono numerose. L’apprezzamento della moneta cinese rispetto al dollaro ha fatto aumentare i prezzi dei beni esportati. Inoltre, le materie prime, hanno subito un rincaro notevole che solo in parte è stato possibile far ricadere sul costo di produzione e quindi sul prezzo finale di vendita, mentre l’inflazione ed il costo del lavoro stanno crescendo in maniera non proporzionata alla produzione che, per forza di cose, ne sta patendo le conseguenze.
Per esempio nella provincia del Guangdong, centro mondiale del tessile, decine di aziende stanno preparando il loro trasferimento verso il sud-est asiatico, nonostante sia privo di tutte quelle infrastrutture necessarie al processo produttivo. Anche i dazi stanno influenzando, e non poco, la produttività cinese, come ad esempio per alcuni segmenti importanti come il settore calzaturiero. In Europa, ormai abituata, l’aumento dei costi (salari) non incide in maniera così netta sulla produzione come sta invece accadendo in Cina, paese ancora non pronto ad assorbire tale cambiamento. Ed è quasi fisiologico che la produzione generalista si stia spostando in paesi più svantaggiati, dove il costo del lavoro è basso e i prezzi di produzione posso ritenersi soddisfacenti per le aziende.
Tutto questo è assolutamente normale: ormai la Cina non è più così povera come un tempo con il livello medio della vita che inizia ad alzarsi e con esso anche il fabbisogno da parte dei cittadini. La crisi non è devastante, ma di riflesso la recessione del credito statunitense non sta certo facendo bene al mercato asiatico (Giappone su tutti) con la Cina ormai a barcamenarsi tra aspettative da paese industrializzato ed un capitalismo che ancora fa fatica a capire.
E’ facile quindi potersi aspettare, fra un po’ di anni, un ridimensionamento della produzione cinese a ranghi più modesti e a condizioni più concorrenziali rispetto ai prodotti europei, che di fatto potrà anche portare ad un miglioramento nella qualità produttiva molto spesso sotto l’occhio del ciclone dell’occidente.
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