La strategia di Petraeus funziona ed in Iraq si respira aria nuova. Anche l’opinione pubblica americana se ne sta accorgendo mettendo ormai al primo posto nei sondaggi il problema economico della crisi del credito. Solo una soluzione politica può mettere pace in quelle terre ed anche Washington sembra ormai averlo capito.
Negli Stati Uniti si fa strada una nuova visione della guerra in Iraq. Fino a poco tempo fa più della metà dell’opinione pubblica americana era contraria alla guerra, mentre adesso il divario si sta assottigliando. George W. Bush sta cercando di convincere gli americani che per il momento è giusto concedere alle truppe altro tempo di permanenza a Baghdad prima di iniziare il ritiro programmato. E sembra, visto quello che sta accadendo, che ci stia riuscendo. La crisi economica statunitense dilaga.
Ottantamila posti di lavoro persi solo a marzo. Disoccupazione al 5,1%, il livello più alto dal settembre 2005. La crisi dei mutui che ha demolito il sogno della casa e oltre otto americani su dieci che vedono nero nel loro futuro, convinti che il Paese stia viaggiando su una strada completamente sbagliata. Sono solo alcuni dei dati che fuoriescono dalla summa di due sondaggi fatti non molto tempo fa dal New York Times e dalla Cbs che hanno fotografato gli umori americani scoprendo un Paese profondamente depresso.
Solo un anno fa le persone che "vedevano nero" erano il 69% e nel 2002 solo il 35%. Il 78% degli interpellati ritiene che si stia peggio oggi rispetto a cinque anni fa, mentre solo il 4% la pensa diversamente. I sentimenti cupi, secondo i sondaggi, sono trasversali alla società americana e hanno preso il cuore degli elettori democratici come di quelli repubblicani, degli uomini come delle donne, degli abitanti delle città come delle zone rurali, dei laureati come dei non laureati.
Per due americani su tre oggi l'America è già in recessione. Ecco il motivo per cui il tema della guerra in Iraq sta gradatamente scemando lasciando posto ad altre questioni. Ormai il conflitto a Baghdad non rientra più fra le tematiche principali ed i Democratici si sono trovati in grossa difficoltà a sostituire il perno centrale di tutto l’attacco liberal al Grand Old Party. McCain (da sempre sostenitore della linea di Petraeus) ne sta approfittando. Perfino i due aspiranti alla nomination presidenziale per i Democratici, Barack Obama e Hillary Clinton, non riescono più ad usare il “tema Iraq” per i loro attacchi. Lo stesso pontefice Benedetto XVI – nella recente visita negli Usa - ha voluto sottolineare come sarà importante un ritiro dal Medio Oriente solo dopo aver instaurato un governo iracheno stabile che favorisca un cammino di pace e serenità.
Gli americani stanno insomma accettando l’idea di un possibile ritiro graduale subordinato all’evoluzione sul territorio solo grazie alla strategia messa in atto da David Petraeus, il comandante delle truppe a stelle e strisce sul campo. Ed è quello che il generale alla fine chiede: lasciar decidere a lui come e quando doversi ritirare. Lasciare prima del tempo l’Iraq dando carta bianca ad al-Qaeda (tramite l’Iran) sarebbe a questo punto una follia e getterebbe via anni di lavoro e di perdite ingenti.
Ormai lo stesso Petraeus sa che il conflitto necessita di una soluzione politica: per questo ha cambiato completamente le carte in tavola lasciando ai sunniti il controllo delle province dove sono in maggioranza e offrendo protezione militare alle loro enclave; ha rispettato l’autonomia del Kurdistan e ottenuto una tregua con l’esercito del Mahdi guidato da Moqtada al Sadr, lasciando in cambio il controllo di Sadr City e di altre città sciite del sud; ha placato la violenza per le strade tra le principali fazioni in guerra concentrandosi di più su al-Qaeda, minoritario numericamente ma molto incisivo mediaticamente.
Finora Petraeus ha fatto un gran lavoro e gli americani se ne sono convinti anche se molti problemi ancora sussistono: i costi economici della guerra rimangono ingenti tenendo conto della crisi economica in atto; l’economia irachena si basa essenzialmente su traffici criminali e la governabilità dipende in tutto e per tutto dagli americani; l’influenza dell’Iran si fa sempre più sentire in appoggio alle truppe sciite che ormai si contendono perfino tra loro stesse i pochi territori rimasti.
A rileggerci
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4 Comments:
Un ritiro di stampo ideologico sarebbe uno schiaffo morale a tutte le vittime che in questi anni sono morte per liberare gli iracheni dal regime totalitaristico di S.H. impedendo che finisca nelle mani di un regime peggiore. Giusta o sbagliata che sia stata l'azione in Iraq, di certo adesso bisogna portarla fino in fondo: mi sembra che Petreus, facendo tesoro degli errori commessi nel passato (troppa forza e poco cervello), stia facendo un ottimo lavoro. Speriamo che si arrivi presto ad una soluzione, oramai il famoso "2010" comincia ad essere sempre più vicino...
dove sono finiti tutti quei topastri che strillavano "pantano - tutto sbagliato - disastro - vietnam"... dove sono finiti tutti quei giornalisti che ogni tre righe buttavano fango sugli alleati e sui costi che hanno pagato per DARE UN CAMBIAMENTO?
zitti zitti... rintanati...
che branco di sciacalli.....
saluti
Non saprei.. è da tempo che si parla di una nuova percezione di questo conflitto ma.. o le fonti sono inattendibili, oppur, chi di dovere, si comporta come i sordi e ciechi e va avanti su una strada definita, non tanto dalle volontà di popolo, quanto da impegni economici imprescindibili.
Guarda che la volontà del popolo non vuole il ritiro. E su certe cose a mio parere, non può decidere neanche il popolo. Gli elettori decidono i loro rappresentanti, e poi sono loro che decidono cosa fare. Non si può essere tutti "imprenditori" o tutti "fornai", servono gli uni e gli altri. Qualora i rappresentanti non dovessero comportarsi nel modo giusto l'elettore potrà sostituirli. Si chiama democrazia, e poi gli impegni economici ci saranno sempre, muovono la politica e sempre la muoveranno.
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