Nell’assemblea costituente del Partito Democratico tenutasi a Milano lo scorso sabato, e che aveva già visto litigare Prodi e Veltroni solo per la decisione della location, sembra essere finito tutto a “tarallucci e vino”. Di fronte alla platea del “sono partito democratico e ci rimango” (contenti loro), si sono stabilite alcune linee guida, si è sottolineato il sostegno a Romano Prodi (sulla carta) per poi però ribadire che il paese “è malato”. Ma come può essere possibile appoggiare un governo portatore di un virus di cui il Pd dovrebbe essere l’antidoto? Questa è solo una delle tante contraddizioni che sono alla base della nascita di questo nuovo partito riformista, il quale dovrà fare i conti non solo con il governo, ma soprattutto con le varie anime al suo interno e con una “Cosa Rossa” di cui non si potrebbe fare a meno qualora si volesse tentare la scalata verso Palazzo Chigi.
Intanto il "Piddì", tutto intento a darsi una forma come può in quel di Rho, si è risvegliato davanti ad un Veltroni che forse tanto “signore e padrone” non è.
Dalle prime analisi del dopo primarie la situazione sembra chiara. Massimo D’Alema controllerà circa il 25% dei delegati dell'assemblea costituente. Il trionfo dei candidati del ministro degli Esteri è diffuso su tutto il territorio nazionale, dalla "sua" Puglia fino alle regioni rosse, superando persino Walter Veltroni che avrà dalla sua (complice il buon esito delle primarie) un 20% di delegati. Qualora qualcuno credesse che l’ex sindaco di Roma possa avere mano tanto facile all’interno del Pd, si sbaglia di grosso.
Guardando agli altri componenti del partito vediamo che le stime per la maggioranza dei Dl parlano di un 17-18%, da dividere però con Dario Franceschini, numero due di Veltroni ed erede, insieme al responsabile dell'Istruzione Fioroni e della corrente di Franco Marini. Francesco Rutelli invece ne esce particolarmente ridimensionato. Da presidente del secondo partito di maggioranza, che strappò il 38% delle candidature dell'Ulivo alle ultime Politiche si ritroverebbe a raccogliere meno del 10%. Sarà probabile che il Ministro del Turismo voglia tentare un restyle al centro e ritagliare un ruolo di outsider nel nuovo partito, scavalcando almeno in quest’area Veltroni, per poi giocarsela nei ruoli che potrebbero contare nel caso di una possibile vittoria democratica alle prossime politiche.
Il Professore invece (ormai finito politicamente dopo il 14 di Ottobre) raccoglie le briciole con un 5% facendo precipitare i suoi uomini nel dimenticatoio più totale. Il resto dovrebbe andare alla lista civica “Sinistra per Veltroni” di Vincenzo Vita, mentre di Fassino non v’è traccia.
Se - come dicono i calcoli - questa dovrebbe essere la rappresentazione del Pd futuro, per Veltroni si preannuncia un percorso in salita, D’Alema non è scomparso (per via del caso Unipol e dalla “nuova” sinistra), ma anzi risulta rafforzato dalle primarie e potrà dare filo da torcere nelle decisioni degli spin doctor del sindaco di Roma.
L’alleanza fra Dl, Ex Diesse e Veltroni sembra granitica, almeno sulla carta, ma di fatto sappiamo quanto a Massimo D’Alema piaccia comandare e non sarà facile per il nuovo segretario e per Franceschini, tenere a bada i riottosi, che non possono essere di certo circoscritti nella sola figura del Ministro degli Esteri.
Le dichiarazioni del Ministro Parisi, subito dopo la giornata di Sabato scorso, non lasciano dubbi in proposito:” Stamane avevo voluto illudermi che il Partito democratico di Veltroni
potesse rappresentare una nuova stagione dell'Ulivo. Son bastate poche ore
perche' a quella che mi era sembrata una fioritura seguisse una gelata, il tempo esatto
intercorso tra le belle parole e le prime decisioni del partito, prese a
conclusione della Assemblea. Si' – ha continuato Parisi - purtroppo debbo riconoscere che il Veltroni del pomeriggio e' stato molto diverso da quello della mattina, quello delle
decisioni molto diverso da quello delle premesse. Come minimo – ha detto Parisi - sentirei il bisogno di capire meglio cosa intenda Veltroni per democrazia. Mi preoccuperebbe infatti se le nostre idee al riguardo fossero troppo lontane. Eravamo entrati in assemblea come 'Democratici', davvero col desiderio di mescolarci con gli altri, con la speranza di dimenticarci tra gli altri nel comune nome di Democratici, e basta: una speranza purtroppo delusa. Mi rassicura sapere che i nostri sentimenti e il nostro giudizio e' condiviso da molti ". E questa è solamente una delle dichiarazioni “pepate” fuoriuscite dal “sabato del Piddì” perché anche fra gli elettori serpeggiano notevoli perplessità sulla scelta dei delegati, “democraticamente” scelti senza una minima consultazione, ma estratti perché fedelissimi dei soliti noti.
Insomma questo Partito Democratico tutto sembra, tranne che un nuovo percorso riformista a sinistra, dove per adesso regnano solo parole e volti che sanno solo di "amarcord".
Ma non c’è da stupirsi perché già le primarie democratiche, sapientemente direzionate, avevano dato il segno di una ricostruzione del centrosinistra tesa più a rimodellarsi su fondamenta antiche, piuttosto che ad una reale rivoluzione politica e democratica.
Noi qui abbiamo buona memoria e facciamo fatica a definire “ nuovo” un segretario che fa parte dell’establishment politico da almeno trent’anni.
Ed evidentemente non ce ne stiamo accorgendo solo noi.
A rileggerci
* Nella foto, un delegato del Partito Democratico scelto a caso
Partito Democratico, Veltroni, Unione, Prodi, centrosinistra


































































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