
Mitt Romney non disattende i sondaggi e, nonostante un turn out basso, conquista il Nevada (il “Silver State”) apponendo un’altra “bandierina” nella grande mappa di queste primarie repubblicane del 2012. Per problemi organizzativi nella contea di Clark è al momento impossibile stabilire con certezza l’esatto collocamento dei delegati (28), distribuiti proporzionalmente rispetto alle percentuali incamerate dai candidati. La buona performance di Romney è arrivata dopo una vigilia non felice, costellata da sue incredibili gaffe alla CNN e dalle notizie poco chiare all’interno del suo staff con l’allontanamento di Brett O’Donnell, ex braccio destro della deputata del Minnesota Michele Bachmann . Al 45% del reporting Romney porta a casa il 43% dei voti, seguito da Newt Gingrich al 25% e da Ron Paul al 19%. Santorum invece non è andato oltre il 12%.
Romney – come nel 2008 – ha sfruttato la spinta della larga comunità Mormone presente nello stato, circa il 26% degli abitanti, ed è riuscito ad emergere nel “mood” degli elettori impauriti dalla situazione economica (54%) e a conquistare la fiducia del 44% dei repubblicani come unico frontrunner “anti-Obama”. Adesso l’ex governatore del Massachusetts potrà sfruttare il “rimbalzo” per i caucuses del Colorado e del Minnesota in programma per il 7 di Febbraio, mentre per il risultato finale del caucus del Maine (iniziato oggi) si dovrà attendere fino all’11.
Gingrich – che in Nevada sperava in un secondo posto al fine di rimanere l’unico reale oppositore di Romney – sta intanto cercando di ridisegnare completamente la sua strategia che, fino alla vittoria del South Carolina, era stata impeccabile. Gli errori grossolani nei dibattiti in Florida ed il suo attacco “anti-immigrazione” contro Romney stanno facendo scontare più del dovuto all’architetto del “Contract with America”. Nell’ultima riunione con il suo staff Gingrich sembra aver preso la decisione di voler continuare la sua battaglia fino alla convention repubblicana di Tampa, cercando di concentrare la sua campagna elettorale su alcuni stati del “Super Tuesday” a lui vicini come la Georgia, il Tennessee e l’Oklahoma, per poi puntare dritto su alcuni stati del sud, come ad esempio il Texas, e a quegli stati “open primaries” dove sia la base conservatrice sia buona parte degli elettori democratici potrebbero tirare brutti scherzi a Romney. Un appuntamento, quello del 6 Marzo, comunque non facile per l’ex speaker della Camera che non sarà presente in Virginia, con un fundraising che ancora stenta a decollare nonostante l’iniezione di 10 milioni di dollari di Sheldon Adelson gran magnate dei casinò.
Le vere brutte notizie per Gingrich però arrivano dalla base del partito dove il movimento del Tea Party (almeno quello in Nevada) non è riuscito a scegliere in maniera compatta, dividendosi anche tra Santorum e Paul. Se tale situazione si dovesse riproporre anche nel prosieguo delle primarie, per Romney la strada sarebbe completamente priva di ostacoli.
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06 febbraio 2012
Primarie 2012: Vince Romney e Gingrich cambia strategia
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01 febbraio 2012
Romney allunga ma Gingrich non è finito

Mitt Romney vince in Florida, fa il pieno dei delegati (cinquanta) ed allunga sul suo rivale Newt Gingrich. Al 95% del reporting, Romney porta a casa circa 770.000 voti (46%) contro i 530.000 voti di Gingrich (32%). Santorum invece è andato oltre le aspettative raccogliendo 221.000 voti (13%) che lo terranno ancora “vivo” almeno fino al Super Tuesday del 6 Marzo, data fatidica in cui finirà la sua corsa per la candidatura alla presidenza. Ron Paul raccoglie poco o nulla (7%), ma non mollerà fino alla fine delle primarie al solo scopo di “razzolare” più delegati possibili per evitare di far morire il suo movimento politico.
Nella gara di queste primarie repubblicane è importante ricordare come la Florida (detta anche Sunshine State) non è uno stato come i tre che l’hanno preceduta. L’Iowa, il New Hampshire ed il South Carolina erano tutti stati molti piccoli con una larga maggioranza di elettorato bianco, dove è più semplice organizzarsi e raccogliere fondi. Invece la Florida conta il doppio esatto degli elettori rispetto i tre stati sopracitati . Anche la popolazione è diversificata con un buon 10% dei votanti “Latinos”, per lo più cubani e collocati a sud dello stato. Nel 2008 in Florida votarono circa 1.900.000 persone. Quest’anno non è andata diversamente nonostante non si votasse per la modifica del 1° emendamento come nelle passate primarie. A differenza dell’Iowa , del New Hampshire e del South Carolina già 600.000 mila persone avevano votato via posta (early voters/absentee ballot) in moltissimi addirittura un mese fa , ben prima della vittoria di Gingrich in South Carolina. Inoltre l’organizzazione è sempre stata un “must” : chi aveva soldi ed una macchina elettorale capace di coprire l’intero “Sunshine State” ha sempre avuto la vittoria in pugno. Infatti, la differenza più grande tra la Florida e gli stati che l’hanno preceduta è sempre stata nei media, con ben 10 markets televisivi importanti da coprire ed una marea di giornali e televisioni locali. Mitt Romney ha vinto perché è riuscito a far sue queste “skill” fondamentali. E’ riuscito ad anticipare la sua strategia dell’early vote con una campagna telefonica e via e-mail perfetta, ha inondato di advertisement la Florida comprandosi il 68% degli spot televisivi (tutti contro Gingrich) risultando inoltre incredibilmente convincente nei dibattiti (circa l’80% degli elettori ha sostenuto che sono stati decisivi) mai come quest’anno determinanti. Ha vinto fra gli elettori moderati (59%) fra i senior over 65 (51%) e fra i “Latinos” (54%). Ha vinto il voto femminile (52%) e quello maschile (41%). Romney ha vinto il sostegno della famiglie che guadagnano meno di 50.000 dollari l’anno (44%) e gli elettori che hanno sostenuto di essere in forte debacle finanziaria (41%) . Ma, cosa più importante, Romney è stato visto dagli elettori della Florida come l’unico reale antagonista capace di battere Barack Obama (53%). Ora il conteggio dei delegati vede Romney in prima fila (84), Gingrich al secondo posto (27), Paul al terzo (10) e, fanalino di coda, Santorum (8)
Ma chi esce sconfitto da queste primarie? Sicuramente Newt Gingrich che perde in larga parte dei vari segmenti elettorali, non riuscendo a mantenere il “rimbalzo” ottenuto in South Carolina e bruciando i 9 punti di vantaggio acquisiti nella media sondaggi a solo 5 giorni dal voto.
Ma non sono solo lacrime e sangue per l’ex presidente della camera dei rappresentanti. Il “magic number” di 1144 delegati rende la corsa ancora incerta ed Il dato più confortante per il vecchio Newt arriva dalla base degli elettori del partito dove Gingrich secondo pronostico ha vinto, sia fra i Tea Party sia fra gli evangelici, ponendolo ancora come il preferito fra i conservatori e quindi non ancora fuori dai giochi. Se il partito repubblicano non lo ama così non si può dire per i conservatori “duri e puri” che non riescono ancora a digerire un Romney troppo “leggero” rispetto ai valori fondamentali della destra americana.
Se è vero che dal 1972 il repubblicano vincitore in Florida vince anche la nomination, è anche vero che l’eccezione non sempre conferma la regola. Voci bene identificate infatti fanno intendere come i repubblicani abbiano imparato la lezione del 2008, cercando di non ripetere l’errore di un McCain troppo “in fretta” vincitore rispetto al duo Hillary/Obama in lotta fino all’ultimo minuto. Per questo si è scelto il voto proporzionale nella maggioranza degli stati: per sperare di poter tenere viva fino in fondo la gara per la nomination di Novembre. Se da un lato il partito odia Gingrich dall’altro c’è la volontà di prolungare il più possibile la corsa sfruttando l’assenza delle primarie Democratiche con Obama già pieno di delegati. Nel GOP c’è chi giura che si farà qualsiasi cosa pur di tenere i giochi incerti, anche turandosi il naso e sopportando i mal di pancia.
Ora ci si sposterà in Nevada e nel Maine per poi passare in Colorado, Minnesota, Arizona e Michigan, stati apripista per il Super Tuesday, un po’ meno nutrito del 2008, ma sempre affascinate e decisivo.
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22 gennaio 2012
Primarie 2012: Vince Gingrich. Ora Romney ha paura

La “partita” ora si fa seria. Newt Gingrich stravince le primarie in South Carolina facendo il “pieno” dei delegati (al momento sono 23 su 25) riaprendo di fatto la gara col suo rivale Mitt Romney. Se il “mood” dei conservatori della Carolina del Sud dovesse riproporsi anche nel “Sunshine State” (la Florida) tutto ritornerebbe in gioco per la nomina dell’avversario di Barack Obama a Novembre. Vittoria schiacciante quella di Gingrich che ha stravinto il voto femminile (38 – 19%) su Romney, di cui il 41% fra le donne sposate ed il 42% fra le donne di fede evangelica; ha vinto sul voto maschile (41%), sui registrati repubblicani (42%) e sugli indipendenti (39%) vincendo persino fra i Tea Parties, i veterani e i cattolici. La tattica di Romney, presentatosi all’elettorato come un imprenditore di successo capace di governare la crisi, ha fallito. Newt Gingrich è riuscito a “sfondare” come ricevente della pluralità dei problemi della gente, oggi più che mai fiaccata dalla crisi. Potenzialmente però il vero campanello di allarme per Romney è la scelta di Gingrich come reale antagonista di Obama, nonostante alcuni recenti sondaggi diano l’ex governatore alla pari con il Presidente degli Stati Uniti.
Passati pochi minuti dalla “chiamata” della vittoria di Newt Gingrich, Jim Geragthy (uno degli analisti più ficcanti della politica americana) dichiarava su Twitter “Let me be clear. ROMNEY’S NO DIFFERENT FROM OBAMA!” mettendo a nudo il punto focale della questione: Mitt Romney non riesce ad avere la capacità di unire la base conservatrice. E poco importano le critiche sull’affare “Bain”, i suoi difetti da comunicatore e le critiche rispetto ai suoi modi “poco ortodossi” nel pagare le tasse. In una corsa frenetica e difficile come le primarie americane ora servirebbe quel “ colpo di reni” che l’ex governatore del Massachusetts non ha nel suo DNA. Ed in questo neanche l’establishment del partito e del business che conta può aiutarlo, sopratutto quando a votare ci sono conservatori amareggiati e divisi da una crisi politica che non riesce a risolvere i loro problemi.
Solo pochi giorni fa Mitt Romney sembrava poter spazzare via qualsiasi rivale gli si ponesse davanti mentre oggi, a pochi giorni dalla vittoria in New Hampshire, si sta ritrovando senza certezze, subendo il rientro dei suoi “contenders”. Se, come dice Larry Sabato “Compared to Newt, Lazarus was a piker-just one resurrection” Romney sta inizando sempre di più ad assomigliare ad un “Dorando Pietri” in formato “Stars and Strips”. Risultati alla mano infatti il partito Repubblicano risulta “spaccato” al suo interno: Santorum (dopo il recount) ha vinto formalmente in Iowa, Romney ha vinto nel New Hampshire e Gingrich nel South Carolina. In mezzo a questa incerta e spettacolare battaglia per la nomination repubblicana l’unico ad essere contento sembra proprio Barack Obama rivitalizzato da un partito conservatore incapace di proporre all’unisono un “front runner” all’altezza dell’uomo di Chicago.
Ora tutti i riflettori si stanno spostando sulla Florida e sul futuro di Rick Santorum (ad un passo dal ritiro) incapace di dimostrarsi reale antagonista di Romney. Gingrich, zoppicante in Iowa ed inesistente in New Hampshire, sembra aver spazzato via in una sera i dubbi dell’elettorato conservatore candidandosi a reale , e forse unico, contendente di Romney. Infatti il “rimbalzo” mediatico di questa vittoria in South Carolina non potrà che favorire l’ex presidente della camera dei rappresentanti e non certo Santorum che in Florida rischia davvero di veder esaurita la sua corsa.
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12 gennaio 2012
Romney vince una battaglia ma non la guerra

Non è successo come nel 2008, quando John McCain gli sottrasse la vittoria e, probabilmente, lo slancio per continuare al meglio la corsa. Questa volta Mitt Romney ha vinto le primarie nel New Hampshire, candidandosi a probabile frontrunner nell’election day di Novembre contro il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Secondo è arrivato Ron Paul e terzo Huntsman, quest’ultimo non capace di utilizzare al meglio la campagna mediatica che era riuscito a farsi “cucire” addosso soprattutto dai “markets” che ieri sera hanno clamorosamente fallito con le percentuali di probabilità sul suo secondo posto. Male Gingrich, infine non ancora uscito dalla cortina fumogena che sembra avvolgerlo (complice una notevole difficoltà nel fund raising) e anche Santorum non è riuscito a sfruttare al meglio il rimbalzo dopo l’ottimo secondo posto in Iowa.
Mitt Romney è il primo candidato alla presidenza repubblicana “non incumbent” a vincere consecutivamente Iowa e New Hampshire e molti analisti sono concordi nel dire che possa essere il più eleggibile fra tutti i candidati in queste primarie del Grand Old Party. Ma è davvero così? La storia delle sue passate perfomance elettorali ci dice esattamente il contrario. Nel 1994, ad esempio, nella lotta per un seggio al Senato Romney venne schiacciato da un Ted Kennedy in evidente stato confusionale e , nonostante l’ottimo fund raising, non riuscì a spuntarla. Nel 2008, nonostante la sua leva finanziaria fosse maggiore, non riuscì a sconfiggere un “sottofinanziato” McCain, perdendo di fatto la possibilità di scontrarsi contro il futuro Presidente Obama. L’unica vittoria che si ricordi è quella al governatorato del Massachusetts nel 2002, dove poi non si ricandidò. Tornando ai giorni nostri, in Iowa la sua performance non è stata delle migliori ma molto sotto la soglia di quel che si pensava, guadagnando ancor meno voti rispetto al 2008. Insomma a guardar bene ed in profondità, Romney non sembra avere quel “quid” che serve in una battaglia aspra come le primarie. Se è vero che Mitt rischia di non aver avversari per via di oppositori “datati” e mal finanziati è altrettanto vero che potrebbe essere teoricamente possibile una nuova discesa in campo a sorpresa fra la Florida ed il Super Tuesday, o anche che qualcuno dei candidati esistenti possa spuntarla proprio in questo spazio temporale.
Hanno fatto storcere il naso gli attacchi anti-capitalisti di questi giorni di Santorum e Gingrich (ma anche di Perry) contro Romney. Rush Limbaugh,speaker radiofonico conservatore con più di tre milioni di ascoltatori a puntata (uno che sposta i voti insomma) ha “sparato” a zero contro Gingrich. Ed in più Il fundraising, cioè la capacità di raccogliere fondi privati per finanziare le campagne elettorali, può cambiare come cambia direzione il vento. A mio parere Romney ieri sera in New Hampshire è uscito oggettivamente indebolito ed il 39% a “casa sua” ne conferma la debolezza strutturale come candidato. La partita vera si incomincerà a giocare al Sud ed è palese che i giochi non sono ancora conclusi.
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18 novembre 2011
Tutti gli uomini del Presidente

Habemus elenco.Due giorni fa il governo Monti ha giurato promettendo fedeltà alla Repubblica davanti al capo dello Stato. Diciassette i ministeri con tre donne nei punti chiave di Interni, Giustizia e Lavoro. Una domanda ora nasce spontanea : chi sono queste persone che, fino a poco tempo fa, erano ignote a gran parte dell'opinione pubblica? Un primo commento a caldo, prima di analizzare la vera essenza dei "personaggi", porta a pensare che il Professor "Senator" Monti ha fatto un buon lavoro. Andando a fondo infatti scopriamo come il governo sia stato composto in maniera "chirurgica" al fine di non scontentare le parti politiche (gioco forza messe in secondo piano) rispetto la vera mission: recuperare credibilità in Europa.
Per questo Monti ha atteso più del dovuto: bisognava sistemare la scacchiera in modo da non creare attrito tra le esigenze politiche commisurate alla nostra condizione economica. Ancora non ci è dato sapere se questo governo potrà avere risultati positivi sui "mood" dei mercati e dell'Europa (molto dipenderà dal programma e dalla lobby), ma senza dubbio il vecchio detto "chi ben comincia è a metà dell'opera" sembra calzare perfettamente. Mario Monti sapeva che non sarebbe bastato un programma di riforme: c'era infatti bisogno di scegliere persone, non solo brave nel loro mestiere, ma conosciute e credibili all'estero in modo che potessero anche agire dal punto di vista diplomatico.
La longevità che potrà avere questo governo - uno dei temi caldi di questi giorni - è un problema secondario e poco interessante. C'è invece da capire il programma - non più procrastinabile - e sopratutto il background degli uomini chiamati in "prima linea", in un momento storico estremamente critico per l'Italia e, in egual modo, per tutta l'Europa. Ed in tal senso è importante evidenziare come il novanta percento delle persone scelte rispecchia il mondo ed i "poteri" in cui ruota il nuovo Presidente del Consiglio con delega all'economia. Questo ci servirà per capire non solo di cosa parliamo ma anche in che gioco stiamo giocando dato che ci troviamo di fronte a tecnici con una enorme caratura politica.
Vediamoli allora i nostri nuovi ministri:
Giulio Terzi di Sant'Agata - Ministro degli Esteri:
E' stato ambasciatore a Washington dall'ottobre 2009; è un diplomatico con una enorme esperienza negli affari esteri (Onu, Nato); è stato Ambasciatore d'Italia in Israele tra il 2002 e il 2004. Inoltre , fra gli incarichi più importanti ha assistito il Ministro degli Esteri sui temi della sicurezza internazionale, in particolare relativamente ad aree geografiche quali i Balcani occidentali, il Medio Oriente, l'Afganistan, l'Africa Orientale. Probabile una sua "collocazione" politica in area PdL.
Anna Maria Cancellieri - Ministro dell'Interno:
Ha lavorato presso la Presidenza del Consiglio dei ministri; funzionario al ministero dell'Interno. Inizia poi la sua carriera di prefetto, che la porta a Genova, Vicenza, Brescia, Bergamo e Catania. Spesso è stata soprannominata "Lady di Ferro" per la sua risolutezza. Probabile "collocazione" politica UDC (quando furono indette le elezioni per la nuova giunta a Bologna nel 2010 - dopo lo scandalo Cinzia gate - si era anche parlato di una sua possibile candidatura a sindaco proprio per l'Udc )
Paola Severino - Ministro della Giustizia:
E' avvocato ed ha ricoperto diverse cattedre importanti in Diritto penale (L.U.I.S.S. "Guido Carli" - Università degli Studi di Perugia). Dal 1990 in poi è diventata uno degli avvocati di punta di molti grossi gruppi industriali italiani, banche ed associazioni di categoria. Probabile collocazione in area Confindustria
Ammiraglio Gianpaolo di Paola - Ministro della Difesa
Attuale presidente del Comitato militare della NATO. Fra gli incarichi più importanti è stato capo di stato maggiore della difesa dal 10 marzo 2004, fino all'11 febbraio 2008. Nel suo complesso è probabilmente uomo di espressione nord americana ( non ha potuto giurare perché impegnato in missione a Kabul )
Corrado Passera - Sviluppo economico, Infrastrutture e Trasporti
Uno dei grandi uomini di spicco della classe dirigente e finanziaria italiana (CIR, Mondadori, Gruppo Espresso, Banco Ambrosiano Veneto, Poste Italiane, Banca Intesa). E' tra gli artefici del processo che ha portato all'integrazione di Banca Intesa e Sanpaolo IMI dando vita a Intesa Sanpaolo. Certamente uomo di espressione del potere finanziario
Corrado Clini - Ministero dell'Ambiente
Funzionario pubblico di lunga data ha collaborato con l'uscente ministro Prestigiacomo. Dal 1991-2000 è stato Direttore Generale del Servizio Prevenzione dell'Inquinamento Atmosferico e acustico nelle industrie. Dal 2000-2011 è stato Direttore Generale della Protezione Internazionale dell'Ambiente. Probabile collocazione in area PdL.
Elsa Fornero - Lavoro e politiche sociali
Altra "lady di ferro" è forse la meno "politica" di tutti i ministri. Allieva di Onorato Castellino, economista di punta del sistema previdenziale italiano. Un curriculum eccezionale: Vicepresidente del Consiglio di Sorveglianza d'Intesa San Paolo e docente di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell'università di Torino; ha fondato il Cerp, Centre for Research on Pensions and Welfare Policies a Moncalieri e ha lavorato presso il Ministero del lavoro in ambito previdenziale. Difficile rimanere "scevri" dalla politica, soprattutto quando si ricoprono cariche così importanti, però in questo caso risulta difficile poter dare una collocazione.
Renato Balduzzi - Ministero della Salute
Senza dubbio il ministero meno "pesante" fra tutti quelli enunciati fino a questo momento, visto che i soldi, nell'ambito della Sanità, sono gestiti dalle Regioni. E' docente alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica; dal 1989 al 1992 è stato consigliere giuridico dei ministri della Difesa. Ha ricoperto l'incarico di capo ufficio legislativo con il ministro Rosy Bindi presiedendo la commissione ministeriale per la riforma sanitaria, e delle Politiche per la famiglia dal 2006 al 2008 . Probabile collocazione in area Pd.
Antonio Catricalà - Sottosegretario alla presidenza del Consiglio
ha collaborato con l'ufficio legislativo della presidenza del Consiglio dei ministri ed è stato capo di Gabinetto e consigliere giuridico in molti ministeri; è stato segretario generale dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e insegna a contratto Diritto dei consumatori all'Università Luiss Guido Carli. Molto vicino a Gianni Letta , probabile la sua collocazione in area Pdl.
Francesco Profumo - Ministero Università e Istruzione
Molti l'avevano confuso con l'omonimo Alessandro. In realtà, Francesco, per diventare ministro lascerà la presidenza del Cnr, il consiglio nazionale delle ricerche, assunta nell'agosto 2011. E' professore ordinario di macchine ed azionamenti elettrici e professore incaricato all'Università di Bologna. È stato membro del consiglio di amministrazione di Unicredit Private Bank (dal 2008 al 2010), del Sole 24 Ore (dal 2007 al 2009) e di Fidia Spa (dal 2007 al 2010). Fa parte inoltre dal 2011 dei consigli di amministrazione di Telecom e di Pirelli. Probabile area di collocazione Pd.
Lorenzo Ornaghi - Ministro Beni Culturali
Rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (al terzo mandato). Dal 1998 è membro del consiglio di Amministrazione del quotidiano Avvenire, di cui dal 2002 è vicepresidente. Scrittore studioso e saggista. Vicino agli ambienti di Cl, la sua probabile collocazione è in area Cei.
Piero Gnudi (Turismo e Sport) e Piero Giarda (Rapporti con il Parlamento).
Il primo, uomo della grande finanza, è titolare di uno studio commercialista con sede a Bologna e ha rivestito numerose cariche all'interno di consigli di amministrazione e di collegi sindacali di importanti società italiane. Dal 1994 ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell'Iri ricoprendovi l'incarico di sovrintendere alle privatizzazioni nel 1997, presidente ed amministratore delegato nel 1999 e presidente del comitato dei liquidatori nel 2002. Fa anche parte del direttivo di Confindustria. Il secondo invece è professore e funzionario di altissimo profilo sempre nel settore finanze ove ricopre, e ha ricoperto, importanti posizioni, sia nel pubblico sia nel privato. Entrambi possono essere probabilmente inquadrati in area Pd.
Enzo Moavero Milanesi (Delega agli Afferi europei) e Andrea Riccardi (Cooperazione internazionale e integrazione)
Il primo è avvocato ed è un uomo di Mario Monti (ha collaborato col nuovo Presidente del Consiglio nove anni in Europa). Ha sempre lavorato a Bruxelles salvo come consigliere (per pochi anni) dei governi Amato e Ciampi. Nel 2002, nel pieno del mandato di Monti alla Concorrenza, viene nominato segretario generale aggiunto della Commissione Europea; dal 2005 al 2006 è direttore generale dell'Ufficio dei Consiglieri per le Politiche Europee della Commissione e, fino a poche ore, fa presiedeva in Lussemburgo come giudice del Tribunale di primo grado della Corte di Giustizia della Ue. Il secondo è invece uno storico italiano, ordinario di Storia contemporanea presso l' Università degli Studi Roma Tre, studioso della storia della Chiesa e fondatore, nel 1968, della Comunità di Sant'Egidio. Il suo ministero è quello meno pesante fra tutti quelli senza portafoglio perché gestirà "tre soldi" prima collocati al Ministero degli Esteri. Probabile quindi che tale posizione sia un "contentino" presso gli ambienti ecclesiastici.
Fabrizio Barca, Ministro della Coesione Territoriale
Un vero colpo di genio di Mario Monti. Barca è un importante funzionario degli apparati di Stato; è in attività come docente nelle Università di Siena, Bocconi, Roma 'Tor Vergata', Modena, Urbino ed è capo del dipartimento delle Politiche di Sviluppo del ministero dell'Economia e delle Finanze. La cosa interessante di questo ministero è che "Coesione Territoriale" fa rima con "fondi europei". Prima della nomina Barca infatti stava scrivendo, insieme ai suoi colleghi a Bruxelles, i fondi strutturali europei per il 2014. Tutto lascia pensare ad un suo impiego nel recepire tali risorse e a poco conta sapere dell'area di collocazione politica vista la funzione di "fund raising".
Questo è il "miracolo italiano" di Mario Monti, un miracolo composto pezzo per pezzo, come un grande straordinario puzzle, che mette d'accordo davvero tutti (o quasi). Ora il compito più difficile: fare uscire il Paese dal bailamme finanziario in cui è precipitato. Tutti sorridono per il momento, il difficile sarà farli continuare a sorridere
Notapolitica.it
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06 febbraio 2011
Ronald è l'America
Scriveva Whitman in Prospettive democratiche: "La democrazia politica, nel modo in cui esiste in America e con tutti i suoi mali minacciosi però fornisce un tirocinio per creare uomini di prima classe. E' una palestra di vita, non solo nel bene, ma di tutto. La vita negli Stati Uniti è così impegnativa e così piena di opportunità che gli americani migliori diventano atleti di libertà. Conseguono le esperienze del combattimento, l'indurimento della lunga campagna, e arrivano a fremere per l'attuazione delle loro aspettative. L'America lotta per essere una nazione potente così da poter rendere possibile il pieno fiorire degli individui " Whitman, senza alcun dubbio, aveva capito ciò che molti analisti della politica e della vita americana ancora oggi non hanno capito: qualunque fossero i problemi della nazione "America", era proprio nell'idealismo insito presente in quel nome la vera soluzione alla superficialità borghese, al materialismo più sfrenato, all'isolamento, al perbenismo e alla soggezione. Una nazione con un sistema di obblighi (né pochi e né molti) che avevano spinto le persone ad uscire dalle loro preoccupazioni limitate e banali per alzare lo sguardo verso il futuro e la speranza. Un fuoco utopico che ha "redento" il popolo nelle mille, ed anche imbarazzanti e palesi, contraddizioni. La forza, la grandezza e la ricchezza (anche con la crisi) americane non sono però frutto di un caso o diretta conseguenza di un disegno divino. Mai come in questo caso il vecchio proverbio "aiutati che Dio ti aiuta" è mai stato così valido perché l'essenza americana è l'opera collettiva di milioni di persone tenute insieme non da radici, religioni o cultura (troppo pochi secoli di vita), ma bensì da una esperienza storica fondata su un sistema di governo funzionale ed efficace, una economia dinamica - anche oggi nonostante i problemi ben visibili - ed un modo di vivere che gli americani chiamano American way of life, una filosofia che ha animato questa nazione e che ha dato vita a questo straordinario esperimento. Ed è proprio grazie a questo carattere "sperimentale", quanto eccezionale di questo nuovo Stato, che si può capire come un attore di Hollywood, Ronald Reagan, sia poi riuscito a diventare uno dei presidenti più amati, ed influenti a livello globale, di questo straordinario paese. Nel 1980, sull'onda di una crisi economica molto forte, Reagan sconfisse il presidente in carica Jimmy Carter. Sulla spinta del suo successo, in quella stessa tornata elettorale, il Partito Repubblicanoconquistò il controllo del Senato per la prima volta dopo 26 anni e riuscì a ridurre la maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti. Da allora quel tipo di politica economica e quella estera formarono la base del movimento conservatore americano. Reagan incarnava la difesa dell'interesse nazionale in politica estera e la fede nella libertà economica. Fu l'uomo del taglio dell'imposta sul reddito, della riduzione dei tassi d'interesse e della vittoria della "guerra fredda" contro l'ex Unione Sovietica. Grande comunicatore parlava dell'America e dei valori che l'avevano resa grande, quell'incredibile esperimento tutto riassunto in quella carta costituzionale definita working expedient e poggiante sui tre ordinamenti: il legislativo, l'esecutivo ed il giudiziario. Così il federalismo, il presidenzialismo, i diritti individuali e la democrazia politica hanno costituito il quadro politico e storico entro cui gli Stati Uniti si sono potuti felicemente caratterizzare e di cui Reagan ne fu felice esecutore. I suoi avversari, che lo accusavano di semplicismo, non riuscirono a capire la fede incrollabile "dell'uomo" nei valori fondanti della democrazia e "dell'ideale americano". L'ottimismo, la fiducia nel futuro e la consapevolezza di riuscire a cambiare il destino erano alla base del suo messaggio, cioè che il sogno americano non era finito. Fu proprio grazie a questa fede incrollabile che Reagan riuscì a tradurre risultati eccezionali in politica estera grazie al programma SDI ("Strategic Defense Initiative"), iniziativa di difesa strategica che fece capitolare l'Unione Sovietica e con se il comunismo. Nella "domestic policy" non fu da meno. Grazie ad uno stimulus di tagli sulle aliquote (le porto al 28% dopo la sconsiderevole politica fiscale di Carter), ridiede fiducia negli americani, favorì lo sviluppo sul lavoro ed aumentò considerevolmente il gettito gravando di pochissimo sul disavanzo pubblico (dal 2,7 del pil nel 1980 al 2,9% del 1990). Fu proprio grazie a questa lungimiranza che l'America si rimise in moto dando il via ad una escalation economica senza precedenti: in sette anni circa un terzo della sua intera ricchezza. In definitiva gli anni di Reagan rappresentarono quanto di più concreto possa fare una economia basata sul libero mercato, un modello di politica economica liberista, modelli che l'America e l'Europa di oggi sembrano aver drasticamente dimenticato. Ma è proprio su quella esperienza di successo, e sulla incrollabile fedenell'esperimento, su cui noi tutti dovremo soffermarci cercando di carpirne lo spirito e la concretezza. Mai come oggi, l'attuale amministrazione statunitense e l'Europa tutta, ne avrebbe bisogno.L'America certo non è il paradiso in terra e gli Stati Uniti rimangono, ancora oggi, un paese con forti contraddizioni. Al tempo stesso però gli USA sono una grande ed affascinante realtà da cui imparare ed è proprio in questo "chiaroscuro caravaggesco" che si racchiude la grande forza "sperimentale" di questa nazione, ove Ronald Reagan ha saputo essere grande e concreto traduttore per l'occidente.
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04 marzo 2010
Non è una buccia di banana

Cari funzionari, militanti, dirigenti del Pdl romano, autori dell’autogoal più clamoroso della storia d’Italia, ovviamente dopo l’Unità e il licenziamento di Lippi dopo i mondiali 2006, ci avete comunque reso un grande servizio. Almeno così è tutto chiaro.
Intanto è chiaro cosa non è il Pdl. Per quanto sia ancora nella fase “baby”, perché fondato neppure un anno fa, il Pdl non è un partito. Proprio così. E’ un mastodontico apparato mediatico, che si nutre di (tanta) televisione e (qualche) carta stampata. Ma non è un partito. Per partito qui s’intende un’istituzione dotata di un’identità culturale incardinata su un’organizzazione per aggregare il consenso e articolarlo in proposte politiche. Idee e muscoli. Il Pdl è al governo, a Roma e in tante regioni, province e comuni. Ma non è un partito. Ha idee, ma è senza muscoli. Tutta comunicazione, poca e cattiva organizzazione.
Il problema è questo: nello strappo col passato della partitocrazia, Forza Italia, che è la spina dorsale del Pdl, con buona pace di An, ottima costola, ma pur sempre costola, ha storicamente disprezzato la burocrazia di partito. Era l’apoteosi dell’anti-partito, del movimento leggero, della giovane farfalla contro i vecchi elefanti. L’uomo è un animale politico e infatti qui si parla di zoologia politica. Ma anche la politica è esposta all’era delle glaciazioni e la primavera del ’94 si è presto raggelata in un’altra stagione di partitocrazia. I voti si prendono col sudore delle braccia, non solo con i sorrisi sui manifesti. E’ sempre la vecchia storia.
Ovviamente questo è il lato ufficiale. Quello che piace agli opinionisti di regime e agli accademici scientificamente corretti. In pratica la stessa razza. Ma la verità ha un sapore troppo forte per nasi delicati. La verità racconta che un partito, per fare il partito, ha bisogno di funzionari, dirigenti, quadri, cioè regole, strutture, uffici, sedi, circoli. Ha bisogno di un personale alle proprie dipendenze, in modo continuativo – sì, il posto fisso. Sennò si combinano disastri come l’incapacità di raccogliere le firme per le liste. Questa è un’operazione fondamentale per un partito. Anzi, vitale. Eppure a Roma l’hanno ceffata brutalmente. Roba da dilettanti allo sbaraglio. Perché sono questo. Non per colpa loro. Ma per colpa di chi non fa formazione, non segue tutto dall’inizio, non conosce le regole fino alla nausea e non ha esperienza. Mandano i militanti, le casalinghe, i giovani. Tutti con la buona volontà. Ma tutti tremendamente inesperti. Loro e chi dovrebbe coordinarli. Perché? Perché i capi sottovalutano queste operazioni da “back-office”, che non aiutano ad “efficientare” l’immagine pubblica. E’ come parlano loro. Ma è anche come sbagliano loro.
Non basta. Tutto questo sbaglio strategico rivela molti lati del Pdl. Intanto l’in-cultura di una destra che pretende ancora di snobbare il valore del partito. Il Pdl è moderno e antico al tempo stesso. Moderno perché fa abbuffate di comunicazione, anzi, marketing selvaggio con gli strumenti più spietati quanto raffinati. Ma è antico perché dietro a questo marketing ossessivo si muovono strutture di potere antiquate: clientelismo territoriale e “leaderismo” al vertice. Ora, tutti i partiti sono infettati dal virus delle clientele. Ma solo il Pdl subisce questo culto del leader “uber alles”. Non è questa la sede per dibattere sul rapporto tra il principe e la legge, o la morale. Qui si parla di partito, ma persino per un partito ultra-iper-mega-carismatico il peso di Berlusconi è diventato eccessivo. Il leader carismatico fortunato è quello che vive poco, perché così il suo astro non tramonterà mai. Ma il capo longevo, che non molla la poltrona, corre incontro alla fine più tragica. Sono le lezioni della storia, che non sono stampate sui manuali di marketing elettorale.
C’è troppo Berlusconi e c’è troppo poco Pdl. Non è solo una scarsa lungimiranza del primo. Ma perché intorno a Berlusconi, a parte un’improbabile corte dei miracoli e dei miracolati, c’è solo il vuoto. Se domani Berlusconi restasse stecchito, che fine farebbe il Pdl? Scoppia la guerra tra le bande che oggi controllano brandelli di Pdl? Roba da pelle d’oca. E’ come vivere con il rischio della bomba atomica. Domanda finale: dove sta la vera forza del Pdl? Risposta pessimisticamente libera.
Non ci vuole il premio nobel per la scienza politica per capire che bastano pochi accorgimenti e un sano lavoro d’organizzazione. Almeno, voi del Pdl, guardatelo come un investimento per evitare danni d’immagine come quello di Roma. Almeno, per una volta, non guardate l’immagine. Guardatevi in faccia. Guardate i fatti.
GABRIELE CAZZULINI
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25 gennaio 2010
(In)evoluzione pugliese

Sin dai tempi dell’indimenticato Federico II di Svevia la Puglia ha richiamato l’attenzione dell’Italia. Lo fa ancora oggi. Ma non grazie a meriti ed eccellenze. Qualcosa di guasto, dai tempi dell’imperatore col falcone, è rimasto: quel malsano spirito di contrapposizione interna che oggi ha appestato la sinistra pugliese e, per contagio immediato, anche il vertice romano.
Succede così il governatore uscente, Nichi Vendola, targato Sinistra e Libertà, microscopica costola staccatasi dall’esanime Rifondazione Comunista, non sia ricandidato dal Pd alle regionali di marzo. Qualche motivo fondato ci sarebbe pure. Vedi alla voce scandali milionari nella sanità, con l’aggravante di un giro di prostituzione per clienti molto potenti. Le teste che cadono nella ghigliottina giudiziaria provengono tutte dall’aristocrazia governante: dall’assessore alla sanità, alla direttrice dell’Asl di Bari, fino al vicepresidente della giunta regionale. C’è poi quella stagnazione economica che non ha mai abbandonato la Puglia. Di fronte a questo deficit c’è soltanto il surplus di idealismo politico in ogni gesto di Vendola, ormai autopromosso a martire di una sinistra esistente solo nei suoi sogni, tra ritorno ai giovani e fumose speranze – appunto, il set di un film.
Crisi e malgoverno non fanno bella figura insieme all’idealismo. Così arriva Francesco Boccia. Anzi ritorna. La sua figura è agli antipodi di quella di Vendola: dieci anni più giovane, economista, intellettuale, uomo di apparato, con la vocazione al negoziato che gli apre le porte del potere nella Margherita, sponsorizzato da Letta jr. e poi in Parlamento. Lui, Boccia, aveva già sfidato Vendola alle primarie del 2005. Ma aveva perso, sebbene di pochissimo: 49,2%. Per Vendola fu la classica vittoria di Pirro, il sovrano di una terra, l’Albania, che sta giusto ad un tiro di schioppo dalla Puglia. Cinque anni più tardi Boccia può farcela. Ma senza bypassare dalle primarie. Anche se nel frattempo era nato il Pd fondato sul teorema delle primarie e della democrazia interna. Erano i tempi di Veltroni, quando andava di moda il tormentone del “yes we can”. Ma poi no. Né Veltroni, né il Pd gliel’ha fatta. E’ arrivato Bersani, che voleva ridare il senso giusto alla storia della sinistra. per ora ha soltanto smontato le primarie e cercato con zelo maniacale l’alleanza con l’Udc. Forse Bersani è molto più centrista di Veltroni. Fatto sta che in Puglia il motto di Vendola è diventato “boia chi molla”, fascistissimo motto della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini che non voleva desistere dalla guerra insieme all’alleato nazista. Forse Vendola non sa di comportarsi come un fascista. Fatto sta che le primarie forse non si faranno proprio.
Così Vendola viene disarmato della sua principale risorsa: l’appello al popolo, anzi al “pueblo” da repubblica delle banane. Allora ecco che scatta l’ennesima faida tra questi guelfi e ghibellini del Pd – con Boccia o con Vendola, da una parte o dall’altra. Colui che aveva in mente di rifondare la rifondazione comunista fondando “Sinistra e Libertà” – come mettere insieme il diavolo e l’acqua santa – ora si atteggia a maldestro destrorso. Voleva un partito neo-pseudo-trans (!) comunista alleato del Pd di Bersani. Alla fine è Bersani il suo traditore. Vendola parla e agisce in prima persona singolare, vuol fare il leader solitario, il trascinatore di folle. Così il Pd e Boccia hanno buon gioco nel calare la carta del “noi”, così rassicurante, capace di suggestionare sulla coalizione forte, anche se non c’è, di rassicurare sulla presenza di consenso sociale, anche se non esiste, di garantire sulla coerenza della sinistra, anche se non conta più.
Boccia può battere Vendola ancora prima di votare. Semplicemente ha coalizzato con sé i poteri forti del Pd. Vendola va avanti in scandali e sospetti, che non sono certo araldi del successo. E punta, errore fatale, sul personalismo e il protagonismo, sull’immagine pubblica del politico buono che lotta contro i politici cattivi – anche se questi ultimi se li è scelti lui come compagni di governo.
Epilogo amarognolo: Vendola deborda nella sua antitesi ideologica: il capo debole ma demagogico, mentre la sinistra pugliese si scioglie in un centrosinistra, dove il centro è una zona vuota e la sinistra un vuoto di potere.
GABRIELE CAZZULINI
Venerdì 22 gennaio 2010
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03 novembre 2009
USA 2009: Vote NY23 - VA - NJ
Si ricomincia! Sembra passato solo ieri ( dopo la tragica notte che ha incoronato Barack Obama nuovo Presidente degli Stati Uniti D'America) ed eccoci nuovamente a commentare una nottata elettorale americana. Ora non si scherza più e dopo lunghe settimane passate a leggere le varie analisi ed i sondaggi arriveremo a fare nottata fino ai voti veri. Oggi "si metterà la crocetta" per la House del 23 district di NY, per il governatore del New Jersey, per il governatore della Virginia, per una manciata di sindaci (poi daremo la lista), per lo special house election in California ed anche per un referendum (nel Maine). Quello che ci interessa, e lo potete certamente immaginare, è soprattutto capire il "mood" degli americani rispetto ai primi mesi presidenziali di Barack Obama. Molti analisti Stars & Strips non hanno certo nascosto come il risultato di questa tornata elettorale (aspettando le mid-term del 2010) possa già dare, in un certo senso, un orientamento sulla percezione dell'operato del primo presidente di colore americano. I commenti da queste parti, rispetto ad Obama, non sono mai stati dei più benevoli, ma non siamo certo noi il "termometro" politico che può fare la differenza. Lo possono fare invece i molti americani che si recheranno alle urne in questa giornata che , probabilmente, ci riserverà parecchie sorprese.
Gli ultimi sondaggi : NY23 (1 Nov) - Siena Research Institute Hoffman (del partito Conservatore staccatosi da quello Repubblicano) si trova a +5 rispetto al candidato democratico Owens (la Scozzafava [Gop] è ormai fuori dai giochi causa diversi fattori che magari spiegheremo più avanti)
NJ Governor: Survey USA da Christie (Gop) a + 3 su Corzine (Dem). La senzazione è che però in questo Stato la situazione sia "Too close to call" per poter anche minimamente abbozzare un pronostico sui risultati.
VA Governor: In Virginia Survey USA - ma non solo - da stravincente il candidato Repubblicano Bob McDonnell rispetto al Democrat Creigh Deeds, con una differenza di 15 punti percentuale. Salvo grosse sorprese qui i giochi sembrano essere già fatti.
NYC Major: Qui, senza bisogno di linkare i sondaggi, Bloomberg è favoritissimo con una media di 12 punti di vantaggio rispetto
il rivale William Thompson.
Queste, a nostro parere, saranno le sfide da seguire questa notte cercando però di non dimenticarci di tutto il resto.
Il solito Update del Live sarà come al solito dall'alto verso il basso. Buona nottata (sperando di riuscire a rimanere svegli)
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Blog Capitol Confidential (Times Union.com) . I commenti della tornata elettorale in diretta. Sotto potete trovare i vari update. Buon proseguimento.
Live TV by Ustream
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4:00
Noi finiamo qua. Siamo stanchi:) Belle notizie in Virginia sperando che continuino in New Jersey dove ancora, nonostante il vantaggio, mancano delle contee.
A domani per analizzare il voto di stasera. Grazie a tutti!
3:54
NY23 - 12% dei voti:
Owens 49 Hoffman 45
3:50
Geraghty: With 79% of precincts reporting, Christie leads by 1 percent, or about 1,000 votes in Bergen County, a county Obama carried by 10%.
3:44
58% NJ vote:
Christie, Chris GOP 707,481 50%
Corzine, Jon (i) Dem 611,472 44%
Daggett, Christopher Ind 74,189 5%
3.39
53% NJ
Christie, Chris GOP 633,672 49%
Corzine, Jon (i) Dem 574,297 45%
Daggett, Christopher Ind 67,070 5%
3:38
48% scrutinato NJ:
Christie, Chris GOP 554,038 49%
Corzine, Jon (i) Dem 497,743 44%
Daggett, Christopher Ind 62,310 6%
3:31
44% scrutinato NJ:
Christie, Chris GOP 513,351 49%
Corzine, Jon (i) Dem 459,383 44%
Daggett, Christopher Ind 58,679 6%
3:30
Primi voti Ny23:
0% reporting
Owens: 103
Hoffman: 91
Scozzafava: 8
3:24
36% NJ:
Christie, Chris GOP 447,960 52%
Corzine, Jon (i) Dem 356,974 42%
Daggett, Christopher Ind 47,101 5%
3:17
32% NJ:
Christie, Chris GOP 389,955 51%
Corzine, Jon Dem 319,665 42%
Daggett, Christopher Ind 41,406 5%
3:10
Chiusi i polls per NY23! Aspettiamo i voti! (se ce la facciamo)
3:03
28% NJ
Christie, Chris GOP 319,549 50%
Corzine, Jon (i) Dem 283,501 44%
Daggett, Christopher Ind 35,477 6%
2:54
Dodici pazzi mi leggono ancora. Andate in Branda che vi seguo a ruota:)
14% dei voti in NJ
Christie, Chris GOP 167,323 52%
Corzine, Jon Dem 134,055 42%
Daggett, Christopher Ind 18,373 6%
2:49
12% dei voti:
Christie, Chris GOP 151,394 51%
Corzine, Jon Dem 124,952 42%
2:40
2% dei voti in NJ:
Christie, Chris GOP 24,804 50%
Corzine, Jon Dem 20,409 41%
2:35
Intanto sul sito del neo Governatore della Virginia, Bob McDonnel, c'è il live dall'Head Quarters. Si attende probabilmente lo speech. Per dare un'occhiatina guardate qua!
2:27
1% dei voti New Jersey
Christie, Chris GOP 11,652 54%
Corzine, Jon Dem 7,930 36%
2:24
Finchè resistiamo concentriamoci sul NJ. Fra mezz'ora chiudono i poll di Ny23.
2:19
Primissimi voti veri in New Jersey:
Christie, Chris GOP 8,519 62%
Corzine, Jon Dem 4,019 29%
2:16
Continua lo scrutinio in VA:
52% scrutinato:
Robert F. "Bob" McDonnell 571,021 60.89%
R. Creigh Deeds 365,838 39.01%
2:13
Intanto Geraghty dice che è tutta colpa di Obama!
2:07
CBS chiama un " too close to call" in NJ!
2:03
La Virginia in proiezione è di nuovo un Red State. Obama adesso dovrà riflettere un po' su questo risultato.
Intanto ancora i voti scrutinati:
37% dei voti:
Robert F. "Bob" McDonnell 396,539 62.12%
R. Creigh Deeds 241,085 37.77%
2:00
Fox News, in proiezione, chiama vincente McDonnel!
1:58
Intanto per Christie (NJ) ci sono buone notizie. gli Indipendenti sembrerebbero con lui. Via The campaign spot
1:53
22% of Precints Reporting: 545 of 2,516
Robert F. "Bob" McDonnell 285,574 62.86%
R. Creigh Deeds 168,231 37.03%
1:46
Intanto su RedState c'è un bel open Thread sui voti in VA.
1:42
17% dei voti:
Robert F. "Bob" McDonnell 175,394 63.47%
R. Creigh Deeds 100,660 36.42%
1:31
8% dei voti scrutinati:
Robert F. "Bob" McDonnell 81,358 63.50%
R. Creigh Deeds 46,670 36.42%
1:25
4% voti:
Robert F. "Bob" McDonnell 44,276 65.55%
R. Creigh Deeds 23,225 34.38%
1:21
Troppo pochi. Aspettiamo qualche minuto e vediamo che succede.
1:20
1% dei voti veri in VA:
Robert F. "Bob" McDonnell 6,124 66.64%
R. Creigh Deeds 3,064 33.34%
1:16
Robert F. "Bob" McDonnell 6,124 66.64%
R. Creigh Deeds 3,064 33.34%
1:20
La cartina per le contee sta qua!
1:11
Ecco i primi voti veri, seguiamo lo spoglio in diretta:
Robert F. "Bob" McDonnell 590 70.65%
R. Creigh Deeds 245 29.34%
1:07
Geraghty annuncia Bob McDonnel vincente in VA! Via The Campaign Spot
1:03
Ci fermiamo qualche minuto aspettando i voti in VA. Al momento , tutto tace.
1:01
In questo momento Fox annuncia gli exit poll: McDonnel in vantaggio! Aspettiamo i voti.
1:00
pochi minuti e si chiude in Virginia. Potete seguire lo spoglio in diretta qui!
In NJ si chiude alle due. Preparate i caffè...
0:51
Via "Not Larry Sabato", buon blog, un bel "open thread" sulla tornata in Virginia con le dichiarazioni dei votanti. Interessante.
0:45
Intanto, via Twitter, Patrick Ruffini annuncia un Christie vincente!
0:42
Early exit polling for the New Jersey governor's race shows the majority of voters today believe that none of the candidates has a viable plan to lower property taxes, according to the National Election Pool conducted by Edison Research.
Via: NJ.com
0:37
In Virginia mancano 30 minuti alla chiusura dei polls! Stay Tuned!!!
0:33
Exit polls della CNN per NJ molto interessanti: Most important issues to NJ voters: 31% economy, 26% property taxes, 20% corruption, 18% health care.
Non saprei se questa notizia possa essere una cattiva notizia per il candidato democratico. Vedremo.
0:26
Molto interessante sul fund-raising di Hoffman e Owens (Ny23). Via WashingtonIndependent.com
0:22
Tutti i siti "sotto i riflettori" sono lenti in un modo assurdo. Andiamo a caccia di notizie e torniamo tra un po'. Intanto leggetevi quei bravi ragazzi di Hot Air sull'analisi di Beck!
0:09
Intanto ci sono un po' di "tafferugli" riguardo NY23. Sembrerebbe che la polizia sia intervenuta in alcuni polls causa la troppa "zelante" efficenza di sostenitori di Hoffman. Via NYDailynews
23:59
Questa poi ce la terremo (forse) in bella mostra all'inizio di ogni update: via Capitol Confidential (blog di TimesUnion.com) ci potremo seguire i commenti e gli update per NY23. Cool!
23:51
Intanto quel "volpone" di Geraghty ci porta un po di news del "Newark Vote Picking Up" (NY23).
PolitickerNJ ci riporta che a Newark's North Ward and the South Ward i voti siano circa 4000.
23:41
Un nuovo sole per i Repubblicani? via Ap for Yahoo News. Interessante. Da leggere!
23:31
In Virginia: Larry Meadows, a Republican volunteer si è svegliato molto presto per andare ai seggi. Circa verso le 5 del mattino era già al suo posto:
"I made the coffee this morning," he said, just before 2 p.m. "I voted probably about 15 after six." Meadows, who wore a leather vest and a baseball cap that read "Vietnam Veteran" said he had a primary reason for showing up.
"Taxes," he said simply, but he also had other concerns."I think there's a lot at stake," Meadows added. "I think we need to send a message that we don't want this national health care. I think the older people are scared, they think their health care is going to go away."
Tasse e sicurezza sono da sempre il "leitmotiv" fra i militanti "rossi" (un rosso ovviamente poco europeo...)
23:28
Un po' di foto interessanti dei polls in Virginia via Roanoke.com (quotidiano online locale ben fatto)
23:20
Proprio dal liveblog di NorthJersey.com un po' dei primi commenti all'uscita dei polls nel NJ parecchio interessanti:
Taxes, pay to play and public corruption were the main issues that drove Manny Leonardo to vote for Christie: "I hope that he would perform the same way he did as U.S Attorney,’’ Leonardo said. "I hope he sticks to his words and his plan."
Jennie Rivera and her daughter Raquel, 22, voted for Corzine saying they appreciate the governor’s views on education. "I see the significance of the policies that he has implemented and how they impact on the children,’’ said Rivera, who works as a social worker for the Paterson school district.
Kensler, a registered Democrat, said in the end she voted for Christie: "I voted for Corzine last time,’’ she said. "He raised taxes and I don’t think he did the greatest job."
23:19
Un po' di giornali locali per stare attaccati "come le cozze" agli avvenimenti di queste ore: Un interessante Liveblogging sul quotidiano locale NorthJersey.com. Interessante e ben fatto! Dateci un occhio.
23:11
Gli amici "colleghi di redazione" di The Right Nation sono in live blogging too! Seguite anche loro perchè solitamente ne sanno sempre una più del diavolo:)
23:08
Iniziamo con l'apertura e la chiusura dei seggi:
Virginia: 6 a.m. to 7 p.m.
New York’s 23rd Congressional District; New York City mayoral race: 6 a.m. to 9 p.m.
New Jersey:6 a.m. to 8 p.m.
California (special House election): 7 a.m. to 8 p.m. Pacific time.
Maine (gay marriage referendum): 6 a.m. to 8 p.m.
Raleigh mayoral race: 6:30 a.m. to 7:30 p.m.
Atlanta mayoral race: 7 a.m. until 7 p.m.
Ad occhio e croce i primi risultati arriveranno tra l'una e le tre di notte. Se ce la faremo vi terremo informati (magari aiutandoci con qualche caffè)
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27 ottobre 2009
Il muro fra sesso e politica

Finalmente il sesso proibito è bipartisan: Marrazzo ha dimostrato che la scappatella a luci rosse non è appannaggio esclusivo della destra. Con una sottile differenza di gusto: se la sinistra, in armonia col suo confuso profilo politico, predilige l’omosessualità, la destra, viceversa, resta conservatrice nell’amore per le donne, possibilmente molto giovani. Ma questa differenza è solo un fenomeno di superficie. Sotto, in profondità, anzi sotto alle lenzuola, emerge una profonda similitudine: l’incapacità, meglio: l’impotenza di coniugare un sereno profilo sessuale con un’attività politica di primo piano. Insomma, chi fa politica ha anche problemi a fare sesso in modo naturale – perché? Berlusconi ha avuto grane con le sue frequentazioni femminili. Marrazzo, ma prima di lui Sircana, per fare un esempio del centrosinistra, sono stati colti in flagranza di rapporto omosessuale a pagamento. Sono soltanto i casi conclamati. Le cronache politiche non possono occuparsi soltanto di scandali sessuali, altrimenti servirebbe un cospicuo supplemento di pagine ogni giorno. L’ informazione non è il vero problema. Una libera sessualità viene percepita come una macchia da nascondere, proprio come faceva Marrazzo. L’omosessualità, ancor più del tradimento coniugale, viene percepita come una situazione deleteria per un politico. Si può capire l’imbarazzo di un politico di destra che ha sfilato al “family day” o si dichiara fedele non solo alla consorte ma al magistero della chiesa in fatto di omosessualità. Ma per un politico di sinistra che dovrebbe aver ormai metabolizzato l’eguaglianza dei sessi e dei profili sessuali, si scopre che è ancora imbarazzante ammettere alla luce del sole la propria omosessualità. Sorge ben più di un sospetto sulle tante dichiarazioni di omofilia spese dal P – parole vuote? Moralismo? Sì, anche. A furia di fustigare Berlusconi, il Pd finisce per diventare giudice non solo della morale pubblica, ma anche della morale privata. Da aguzzino a vittima del proprio delirio moralista. Era naturale che prima o poi si verificasse l’eccezione che avrebbe fatto saltare questo teorema del moralismo politico. L’auto-sospensione di Marrazzo non risolve il problema, anzi i problemi: quello del rapporto contorto tra sinistra e omosessualità e quello, ancora più grave, del “muro” tra sesso e politica.
GABRIELE CAZZULINI
© Avanti! Lunedì 26 ottobre 2009
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